Romanzo: Macchine come me, di Ian McEwan

Fantascienza oppure no?

Pare che Ian McEwan abbia dichiarato, con un certo sdegno, che no, il suo Macchine come me non è un romanzo di fantascienza. 

Ma, dico io, non dovrebbe essere il mercato o la comunità culturale a decidere il genere d’appartenenza di un’opera? 

D’altra parte, come decidere? L’unica definizione sensata di fantascienza è quella di Norman Spinrad: “la fantascienza è ciò che scrivono gli scrittori di fantascienza” (S. Sosio, I confini dell’universo, in Robot 63, pag. 4, Delos Books). Io credo che la risposta sia sì e no. Vediamo perché.

Sì, è fantascienza. 

Ha senza dubbio alcuni elementi di fantascienza, e di quella “dura”, quella più tecnica. Per esempio, la questione del problema matematico P e NP, irrisolto in realtà, ma che nel romanzo invece è risolto e serve come base per l’intelligenza artificiale inserita negli androidi. Oppure il 1982 alternativo, con telefonini, internet e altre amenità tecnologiche. E i suoi aspetti storici, che classificano Macchine come me nel genere storia alternativa. E, più in generale, il tema di fondo è fantascientifico: l’impatto che una tecnologia ha sulla società, l’esplorazione delle interazione di una macchina con l’uomo. La domanda esistenziale su che cos’è un uomo non è strettamente fantascientifica, ma qui è declinata nel confronto con un androide. 

No, non è fantascienza. 

Ma forse ha ragione l’autore: non è fantascienza perché questo romanzo non è scritto da un autore di fantascienza. Non è nemmeno scritto per lettori di fantascienza, infatti si rivolge chiaramente a un pubblico non abituato a questi temi. Lo si nota perché è ricco di spiegazioni e informazioni che uno scrittore di fantascienza non avrebbe proposto. Non lo fa male, voglio dire, Ian McEwan è uno che scrive benissimo. Non c’è infodump, ma, per esempio, ma ci sono tanti elementi che sembrano aggiunti cosmeticamente per differenziare la realtà alternativa del romanzo dalla nostra. Alcuni hanno un senso nella trama: la guerra delle Falkland, la sopravvivenza di Turing, ma altri? Uh, guarda, in questa realtà i Beatles esistono ancora. 

Inoltre McEwan ignora, di sicuro volutamente, le tre leggi della robotica. Queste leggi fanno parte della cultura collettiva quando si parla di androidi, non si può non affrontare il problema. Non è detto che lo si debba porre negli stessi termini in cui l’ha posto Asimov, ma perlomeno sfiorare la questione è fondamentale. Tanto più che l’androide prima disubbidisce al suo proprietario (non gli permette di spegnerlo) e poi gli fa del male, mentre gli altri si suicidano allegramente. Con tutto quello di buono e di cattivo che si è scritto sulle macchine intelligenti, non affrontare il problema mi sembra superficiale, per un autore di fantascienza. McEwan non lo affronta. È un problema? Sì, secondo me, e non solo per la questione fantascienza o no: è un problema perché l’atteggiamento di Adam in quell’occasione è, a mio parere, inverosimile (vedi sotto). 

Cosa mi piace

La scrittura. Mi piace molto il modo in cui, nelle prime pagine, McEwan riflette sul rapporto tra il protagonista e la vicina di casa. Questi temi sono decisamente più convincenti delle riflessioni su Adam. Non avevo mai letto nulla di McEwan o di autori così alla moda. In genere preferisco frequentare i bassifondi della letteratura. 

Cosa non mi piace

Tre aspetti importanti e alcuni dettagli. 

Prima di tutto, alcune cose non sono verosimili. Possibile che l’umanità produca 25 androidi e questi vengono messi in vendita a un prezzo irrisorio e lasciati circolare come se nulla fosse, senza affrontare minimamente problemi etici o legali. Che succede se un androide uccide qualcuno, di chi è la colpa? Ne parliamo per le auto autonome, che sono ancora piuttosto distanti da essere reali, ci si aspetta che i giornali, ogni tanto, affrontino il tema. Invece niente, Charlie, pur seguendo la cronaca, non riferisce mai di discussioni in merito. Sembra che l’opinione pubblica non si interessi minimamente alla questione. Da un lato si cerca di far apparire la cosa normale (il metodo di consegna), dall’altro parliamo di 25 esemplari rivoluzionari. È un contrasto che rende poco credibile l’intera situazione. 

E, francamente, ho trovato tutte queste riflessioni poco originali. Ben scritte, inserite in un ottimo romanzo, ma nulla di nuovo per chi legge un po’ di fantascienza. 

Terzo aspetto: la coerenza. Che è fondamentale in una storia di fantascienza. A un certo punto, quando Mark arriva per la prima volta a casa di Charlie, Adam sembra avvisare le autorità tramite un suo dispositivo di comunicazione interno. Più avanti questo pare non possibile. La cosa non è molto chiara, lo ammetto, ma il problema è proprio qui.  

Tra i dettagli che non mi sono piaciuti, le tante divagazioni. Molto spesso Charlie parte con le sue riflessioni su questo o su quello, alcune non hanno peso nella trama. 

Ian McEwan, Macchine come me, Giulio Einaudi editore, 2019

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.