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La DAR: Didattica Ampliata dalla Rete, un bel neologismo

Credo che valga la pena riflettere su un paio di concetti esposti da un anonimo insegnante di lettere in un liceo lombardo, pubblicata sul blog di Massimo Mantellini.

La didattica a distanza ha avvicinato insegnanti e famiglie, portando l’insegnante in casa. Ciò che viene fatto a scuola non è più riferito dall’allievo, ma visto in prima persona dal genitore.

La didattica a distanza ha accentuato la responsabilità dell’allievo, a cominciare dalla presenza: “Ogni studente ha dovuto scegliere se darsi da fare, apparire solo come un’icona o non connettersi affatto: se la presenza del corpo non è più obbligata, chi può sanzionare l’assenza dello spirito?”

Sulla valutazione: “Nelle prove a distanza, ad esempio, c’è qualche accorgimento per rendere le frodi un pochino più difficili, ma il controllo è impossibile.” Allora vale la pena pensare a modalità di valutazione che non richiedano il controllo in classe durante la verifica: riflessioni, sintesi, approfondimenti,…

Molti hanno capito che il testo scritto a mano è anacronistico: “il tema scritto a mano sul foglio di protocollo è un relitto che oscura e ostacola molte competenze (impaginazione, grafica, struttura del testo…)”

“Soprattutto, spero che la burocrazia del ministero continui a non accorgersene, come se la dar fosse una copia della didattica in aula. Altrimenti pioveranno circolari e piani e griglie e obiettivi e finalità. Tutti da declinare in riunioni fisiche, salvare in pdf e stampare su carta.”

Fonte: Lettera di un insegnante sulla didattica a distanza, in Manteblog.

La nostaglia della Rete che fu

Interessante articolo di Chiara Severgnini, sul Corriere (I social hanno cambiato Internet, ma il vero problema è che hanno cambiato anche noi), citato dall’omonimo Beppe (non parente).

Riassumendo, l’autrice descrive la nostaglia per la Rete prima dei social, la Rete prima del 2008. In quel periodo arrivò un sacco di gente che prima non accedeva a Internet, e confondeva Internet e Facebook. I veterani della Rete rimpiangono il web prima di Facebook perché era più libero, era più divertente girare per siti a volte mal fatti ma spontanei.

È interessante perché lo stesso discorso lo si faceva alla fine degli anni Novanta, quando su internet arrivò la massa di gente attirata dal web.

Ho avuto accesso a Internet alla fine del 1994 (un quarto di secolo fa), ultimo tra i primi e primo tra gli ultimi (ma poi ci sono stati altri “ultimi”, quelli citati da Severgnini). Ricordo i discorsi che si facevano quando Internet si riempì di gente che confondeva web e Internet, gente che non aveva mai usato gopher, telnet o ftp. Gente che capitava sui gruppi Usenet alla ricerca di informazioni e si scontrava con tutta la pratica comunicativa sorta spontaneamente (ma non per questo meno importante) in un decennio di Usenet e Fidonet. I termini newbie/niubbi, così come utonti, risalgono ad allora.

Non per questo l’articolo di Severgnini non è valido. Lo è, eccome. Ma la storia si ripete, anche nel breve periodo di esistenza di Internet.

La buona comunicazione è indistinguibile dalla truffa?

Riflessioni sulla comunicazione, magari non originalissime ma molto ben raccontate, con ottimi esempi.

E adesso vado a mangiare delle crocchette per cani…

Stefano Andreoli, Moriremo di Storytelling, https://www.youtube.com/watch?v=hSyJPm0oJ0M

Fonte: https://www.wittgenstein.it/2019/06/23/moriremo-di-storytelling/

Studiare non è imparare

A volte si trovano piccole riflessioni brillanti sulla scuola dove non te lo aspetti. Piccole non perché poco importanti, ma perché brevi. Dove non te lo aspetti non perché l’autore, l’autrice in questo caso, non sia brillante, lo è eccome, ma di solito parla di altre cose.

È successo oggi, sulla newsletter dedicata alla comunicazione online e ad altro di Mafe De Baggis (koselig).

Ecco la citazione:

(…) ancora oggi usciamo da scuola (università compresa) convinti che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose, che i fatti appresi siano certi e stabili, che si studi per immagazzinare nozioni e non competenze. Non è (solo) colpa della scuola, perché questa convinzione è figlia della cultura del libro e dell’alfabeto: per capire come fare qualcosa si studia, per studiare si fa riferimento a qualcun altro, vivo o stampato. Nessuno ci insegna da piccoli come imparare a imparare, anzi, da piccoli lo sappiamo benissimo, poi a scuola, piano piano, lo dimentichiamo, perché l’urgenza è sull’imparare a studiare, che no, non è la stessa cosa. 

Studiare non è imparare, non sempre. Siamo d’accordo. Studiare è approfittare dell’esperienza di altri, e non mi sembra un male. Ma la scuola insegna anche a imparare, nel significato inteso qui sopra. Perlomeno ci prova perché è una cosa molto più difficile da insegnare. Lo fa mettendo lo studente in situazioni in cui se la deve cavare da solo. Di solito lo studente non è contento: vuole la ricetta, il metodo pronto, la procedura da replicare: è più semplice e meno faticoso. Invece se ci deve arrivare da solo, deve pensare.

Ma la questione più grande, segnalata da Mafe e su cui noi insegnanti dovremmo riflettere, è questa convinzione che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose.

Noi e l’inglese

Editoriale interessante, giovedì, sul Corriere del Ticino, firmato Matteo Airaghi, in cui si affronta la questione dell’inglese. Lingua appiattita dal suo abuso, è in realtà una “colonna portante” della cultura.

Ribadisco la necessità di istituire l’inglese come lingua franca in Svizzera.

La battaglia contro l’invasione degli anglicismi inutili non è dunque soltanto necessaria per tutelare (e ci mancherebbe) l’italiano ma è anche una questione culturale più ampia che può aiutare l’inglese a salvarsi dal peggio di se stesso. Utilizzarlo meno a sproposito e conoscerlo meglio (nelle meravigliose traduzioni ovviamente, ma avete mai provato a leggere Roth o Salinger in versione originale?) rappresenta un traguardo fondamentale che tutti coloro che amano le lingue e la letteratura dovrebbero tenere sempre in considerazione.

Il mondo non è semplice

«ll mondo non è semplice, né dovrebbe esserlo. È intenso perché è complicato. Impariamo a convivere con questo». dice Ralf Dahrendorf.

“Diffidate dei semplificatori che sbarrano porte e finestre: vogliono soffocarci.” aggiunge Beppe Severgnini.

Oggi, su Italians.

Internet e le persone

Leggo su Internazionale Il mondo che Facebook vuole costruire, di Alexis C. Madrigal, tratto da The Atlantic.

Vi si dice, con tanto di citazione di Zuckerberg:

Zuckerberg ha dato un’idea di quel che pensa a proposito del significato di Facebook. Cosa perderebbe il mondo, si è chiesto, se sparisse?

La sua risposta è stata che nel 2004 su internet si poteva trovare quasi tutto, tranne ciò che più interessa alle persone: altre persone. “Per questo ho cominciato a creare un servizio che le mettesse in primo piano, anche nel rapporto con la tecnologia”, ha dichiarato.

Ho la sensazione che Zuckerberg faccia finta di non ricordare cos’era internet prima di Facebook.

Negli anni Novanta, poco prima dell’arrivo delle grandi aziende e degli uomini marketing, la rete era un luogo dove incontrare altre persone. Soprattutto sui gruppi di discussione (Usenet), ma anche sui primi siti web, il focus era sulle persone e sulle loro passioni.

Poi, verso la fine anni Novanta, c’è stato il turbine commerciale, che ha avvicinato molte persone e molte aziende alla rete ma ne ha in parte snaturato l’essenza, con molta irritazione da parte di chi la frequentava da un po’.

Dopo il crollo della new economy, la rete è rinata come web 2.0. Finalmente focus sulle persone, si diceva, ma in tanti sapevano che era in realtà un ritorno di qualcosa che non era mai davvero scomparso.

L’adolescenza non è una malattia, di Alessandro D’Avenia

Interessante articolo di Alessandro D’Avenia sull’adolescenza: L’adolescenza non è una malattia, sul Corriere della Sera.

Ecco un riassunto brutale, composto perlopiù da citazioni.

Tre momenti di sviluppo dell’adolescente:

  • Età prescolare (fino ai sei anni)
    • rapidissima espansione fisica
    • massima esplorazione
    • curiosità a tutto campo
  • Età scolare
    • l’espansione del cervello rallenta per selezionare le connessioni che si sono aperte nella tappa precedente
    • il bambino impara a concentrarsi e diventa più abile
    • desidera mettere in ordine il mondo a modo suo, per esempio colleziona oggetti o
      sa tutto di dinosauri e pianeti
  • Pubertà
    • terremoto ormonale
    • il cervello torna a plasmarsi come nell’età prescolare
    • l’esplorazione del mondo non avviene più in un contesto protetto
    • per i genitori e gli insegnanti bisogna incoraggiare un dilettante allo sbaraglio ad andare in scena, per provocare il difficile ma fondamentale abbandono del nido
    • l’adolescente torna bambino, ma adesso per smettere di esserlo
    • stabilizzate le strutture neurali per sopravvivere ora si prepara … a vivere

A guidare lo sviluppo adolescenziale vi sono due sistemi, uno più emotivo l’altro più riflessivo:

  • Parte emotiva
    • l’adolescente cerca la ricompensa immediata (piacere), spinto dai centri neurali della gratificazione che in questa fase sono molto attivi
    • perciò i primi amori, i primi libri, i primi viaggi, i primi lutti, sono esperienze forti che si fissano nella memoria
    • la ricompensa è la conferma del suo essere unico al mondo, la trova nel consenso dei coetanei
    • è una ricompensa sociale: non si ubriacano perché piace loro l’alcol, ma perché qualcuno li sta guardando bere
    • è il modo per capire che le proprie azioni hanno delle conseguenze reali
      genitori e inseganti devono ricompensare gli adolescenti con qualche complimento
    • il neurotrasmettitore è la dopamina, che compare quando riceviamo un like e ci fa sentire vivi, ma provoca dipendenza
  • Parte riflessiva
    • l’adolescente si stabilizza
    • comincia a capire la differenza tra piacere e felicità: la gratificazione immediata esaurisce subito il suo effetto, quella che viene da progetti a lungo termine è duratura
    • il neurotrasmettitore è la serotonina che porta appagamento e felicità, sentimenti rilassanti e duraturi
    • completare un lavoro impegnativo, vivere un amore fedele o un’amicizia salda: è così che siamo vivi davvero, perché si tratta di una condizione interiore stabile e non di un’emozione fugace

Quindi bisogna guidare i ragazzi nel cercare gratificazioni a lungo termine, altrimenti si lasciano prendere solo dal piacere di immediata soddisfazione (like, videogiochi). Le attività che richiedono disciplina e cura del gesto ripetuto portano a un controllo di sé stessi: fortezza, lealtà, affidabilità, sincerità, intraprendenza, generosità… Si tratta oer esempio di uno sport, il controllo delle emozioni attraverso una strumento musicale, i laboratori d’arte e artigianato, i gruppi di teatro e di lettura; tutto l’ambito del volontariato (dal doposcuola per bambini in difficoltà al servizio in una mensa); i lavori temporanei per guadagnare qualcosa.

Siccità a Città del Capo

A Città del Capo non piove da tre anni e l’acqua scarseggia. Il giorno in cui i rubinetti saranno secchi viene posticipato grazie alle nuove abitudini dei suoi cittadini, tra cui: fare la doccia ogni tre giorni, recuperare l’acqua del lavandino per alimentare lo sciacquone, cambiare il modo in cui si lavano i vestiti e la casa, lasciare appassire il giardino.
Noi saremmo in grado di fare altrettanto?

L’articolo di Internazionale: Pierre Haski, Città del Capo si prepara a resistere al giorno zero dell’acqua, https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2018/03/01/citta-del-capo-giorno-zero-acqua (consultato il 1. marzo 2018)

Fantascienza come motore dell’innovazione

I cinesi promuovono lo sviluppo della letteratura fantascientifica per stimolare la ricerca scientifica e l’immaginazione degli scienziati.

Michele Bellone, Fantascienza e progresso, il Tascabile, 23.1.2018