Archivi categoria: citazioni

Noi e l’inglese

Editoriale interessante, giovedì, sul Corriere del Ticino, firmato Matteo Airaghi, in cui si affronta la questione dell’inglese. Lingua appiattita dal suo abuso, è in realtà una “colonna portante” della cultura.

Ribadisco la necessità di istituire l’inglese come lingua franca in Svizzera.

La battaglia contro l’invasione degli anglicismi inutili non è dunque soltanto necessaria per tutelare (e ci mancherebbe) l’italiano ma è anche una questione culturale più ampia che può aiutare l’inglese a salvarsi dal peggio di se stesso. Utilizzarlo meno a sproposito e conoscerlo meglio (nelle meravigliose traduzioni ovviamente, ma avete mai provato a leggere Roth o Salinger in versione originale?) rappresenta un traguardo fondamentale che tutti coloro che amano le lingue e la letteratura dovrebbero tenere sempre in considerazione.

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Il mondo non è semplice

«ll mondo non è semplice, né dovrebbe esserlo. È intenso perché è complicato. Impariamo a convivere con questo». dice Ralf Dahrendorf.

“Diffidate dei semplificatori che sbarrano porte e finestre: vogliono soffocarci.” aggiunge Beppe Severgnini.

Oggi, su Italians.

Internet e le persone

Leggo su Internazionale Il mondo che Facebook vuole costruire, di Alexis C. Madrigal, tratto da The Atlantic.

Vi si dice, con tanto di citazione di Zuckerberg:

Zuckerberg ha dato un’idea di quel che pensa a proposito del significato di Facebook. Cosa perderebbe il mondo, si è chiesto, se sparisse?

La sua risposta è stata che nel 2004 su internet si poteva trovare quasi tutto, tranne ciò che più interessa alle persone: altre persone. “Per questo ho cominciato a creare un servizio che le mettesse in primo piano, anche nel rapporto con la tecnologia”, ha dichiarato.

Ho la sensazione che Zuckerberg faccia finta di non ricordare cos’era internet prima di Facebook.

Negli anni Novanta, poco prima dell’arrivo delle grandi aziende e degli uomini marketing, la rete era un luogo dove incontrare altre persone. Soprattutto sui gruppi di discussione (Usenet), ma anche sui primi siti web, il focus era sulle persone e sulle loro passioni.

Poi, verso la fine anni Novanta, c’è stato il turbine commerciale, che ha avvicinato molte persone e molte aziende alla rete ma ne ha in parte snaturato l’essenza, con molta irritazione da parte di chi la frequentava da un po’.

Dopo il crollo della new economy, la rete è rinata come web 2.0. Finalmente focus sulle persone, si diceva, ma in tanti sapevano che era in realtà un ritorno di qualcosa che non era mai davvero scomparso.

L’adolescenza non è una malattia, di Alessandro D’Avenia

Interessante articolo di Alessandro D’Avenia sull’adolescenza: L’adolescenza non è una malattia, sul Corriere della Sera.

Ecco un riassunto brutale, composto perlopiù da citazioni.

Tre momenti di sviluppo dell’adolescente:

  • Età prescolare (fino ai sei anni)
    • rapidissima espansione fisica
    • massima esplorazione
    • curiosità a tutto campo
  • Età scolare
    • l’espansione del cervello rallenta per selezionare le connessioni che si sono aperte nella tappa precedente
    • il bambino impara a concentrarsi e diventa più abile
    • desidera mettere in ordine il mondo a modo suo, per esempio colleziona oggetti o
      sa tutto di dinosauri e pianeti
  • Pubertà
    • terremoto ormonale
    • il cervello torna a plasmarsi come nell’età prescolare
    • l’esplorazione del mondo non avviene più in un contesto protetto
    • per i genitori e gli insegnanti bisogna incoraggiare un dilettante allo sbaraglio ad andare in scena, per provocare il difficile ma fondamentale abbandono del nido
    • l’adolescente torna bambino, ma adesso per smettere di esserlo
    • stabilizzate le strutture neurali per sopravvivere ora si prepara … a vivere

A guidare lo sviluppo adolescenziale vi sono due sistemi, uno più emotivo l’altro più riflessivo:

  • Parte emotiva
    • l’adolescente cerca la ricompensa immediata (piacere), spinto dai centri neurali della gratificazione che in questa fase sono molto attivi
    • perciò i primi amori, i primi libri, i primi viaggi, i primi lutti, sono esperienze forti che si fissano nella memoria
    • la ricompensa è la conferma del suo essere unico al mondo, la trova nel consenso dei coetanei
    • è una ricompensa sociale: non si ubriacano perché piace loro l’alcol, ma perché qualcuno li sta guardando bere
    • è il modo per capire che le proprie azioni hanno delle conseguenze reali
      genitori e inseganti devono ricompensare gli adolescenti con qualche complimento
    • il neurotrasmettitore è la dopamina, che compare quando riceviamo un like e ci fa sentire vivi, ma provoca dipendenza
  • Parte riflessiva
    • l’adolescente si stabilizza
    • comincia a capire la differenza tra piacere e felicità: la gratificazione immediata esaurisce subito il suo effetto, quella che viene da progetti a lungo termine è duratura
    • il neurotrasmettitore è la serotonina che porta appagamento e felicità, sentimenti rilassanti e duraturi
    • completare un lavoro impegnativo, vivere un amore fedele o un’amicizia salda: è così che siamo vivi davvero, perché si tratta di una condizione interiore stabile e non di un’emozione fugace

Quindi bisogna guidare i ragazzi nel cercare gratificazioni a lungo termine, altrimenti si lasciano prendere solo dal piacere di immediata soddisfazione (like, videogiochi). Le attività che richiedono disciplina e cura del gesto ripetuto portano a un controllo di sé stessi: fortezza, lealtà, affidabilità, sincerità, intraprendenza, generosità… Si tratta oer esempio di uno sport, il controllo delle emozioni attraverso una strumento musicale, i laboratori d’arte e artigianato, i gruppi di teatro e di lettura; tutto l’ambito del volontariato (dal doposcuola per bambini in difficoltà al servizio in una mensa); i lavori temporanei per guadagnare qualcosa.

Siccità a Città del Capo

A Città del Capo non piove da tre anni e l’acqua scarseggia. Il giorno in cui i rubinetti saranno secchi viene posticipato grazie alle nuove abitudini dei suoi cittadini, tra cui: fare la doccia ogni tre giorni, recuperare l’acqua del lavandino per alimentare lo sciacquone, cambiare il modo in cui si lavano i vestiti e la casa, lasciare appassire il giardino.
Noi saremmo in grado di fare altrettanto?

L’articolo di Internazionale: Pierre Haski, Città del Capo si prepara a resistere al giorno zero dell’acqua, https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2018/03/01/citta-del-capo-giorno-zero-acqua (consultato il 1. marzo 2018)

Fantascienza come motore dell’innovazione

I cinesi promuovono lo sviluppo della letteratura fantascientifica per stimolare la ricerca scientifica e l’immaginazione degli scienziati.

Michele Bellone, Fantascienza e progresso, il Tascabile, 23.1.2018

La comprensione del mondo

E la comprensione del mondo è condizione primaria ed essenziale per l’esistenza di un cittadino adulto e responsabile in una società libera e democratica.

Urs Stahel, direttore della collezione di fotografia industriale di Fondazione MAS

http://www.cameralook.it/web/al-mast-di-bologna-quattro-giovani-fotografi-inquadrano-industria-e-lavoro/

Viviamo in un computer

Un lungo e interessante articolo che parla di internet delle cose, di business, di diffusione dei dispositivi digitali, di intelligenza artificiale, di macchine e test di Turing, di ipotesi della simulazione.

https://www.internazionale.it/notizie/ian-bogost/2017/09/30/viviamo-gia-dentro-un-computer

“La nostalgia della rete di un tempo”

C’ero anch’io, Mafe, a metà degli anni 1990, su internet. Ho iniziato a navigare in rete alla fine del 1994 e ricordo il clima litigioso dei newsgroup, i termini newbie, niubbi e utonti, la sacra Netiquette, il peccato di OT (off topic) o di spam. Solo ora, leggendo il tuo post, capisco il fastidio che provavo.

Io ero un newbie, ero poco più che un ragazzino e non avevo una cultura definita, pertanto ovunque andassi, in qualsiasi newsgroup o mailing list, trovavo gente che ne sapeva più di me, sia sul tema in discussione sia sulle pratiche della rete.

Scrivi:

Persone convinte che ci fosse un modo giusto di usare la rete e che se le persone non lo capivano andava spiegato meglio, più forte, più a lungo.

Ecco, a me non hanno dovuto spiegarlo spesso perché ero molto cauto. Prima di Usenet ho avuto un’esperienza simile: il CB, la radio-trasmittente dei camionisti. Io l’avevo in casa e ogni volta che premevo la portante per parlare con i miei amici mi emozionavo. Tutti potevano sentirmi.

Con Usenet per me è stato lo stesso: la consapevolezza che molta gente potesse leggere quello che scrivevo mi dava molta cautela nello scrivere, ma per altri non era così.

Poi per fortuna le cose sono cambiate, nonostante chi c’era prima.

Era una rete tremendamente elitaria. Era popolata da persone che avrebbero fatto di tutto per ritardare l’arrivo dei diversi da loro.

Ma alcuni di loro erano positivi. Ho imparato tanto dalle risposte pacate e pertinenti di .mau. a tutti quelli che, a ragione o a torto, gli rompevano le scatole. Lui ai tempi gestiva la gerarchia it. su Usenet, metteva a disposizione uno strumento importante per la libertà di parola (che sì, è anche “libertà di cazzate”).

Ma hai ragione: sono i newbie di allora ad aver portato il cambiamento perché molti di quelli che c’erano prima non avevano l’interesse o la capacità a cambiare niente. Alcuni, se non erano motori del cambiamento, l’hanno visto e capito e sono in grado di spiegarlo ai più giovani.

Però non era tutto da buttare: ascoltare, capire le dinamiche di comunicazione di un mezzo, le regole di convivenza di un gruppo, sono forme di rispetto. Sappiamo quanto le aziende hanno bisogno di imparare ad ascoltare prima di produrre comunicazione.

“Guarda, sono caduto anch’io”

Poche ore dopo l’attentato a Las Vegas, una madre pubblica la foto della figlia su twitter scrivendo “Non riesco a rintracciare mia figlia al Mandalay Bay. Per favore ritwittate, sono molto preoccupata, qui sotto una foto recente: Taylor Joshuas, 14 anni”. Tutto falso: non esiste nessuna Taylor e la foto è stata rubata da un profilo Facebook.
Perché uno dovrebbe fare una cosa del genere?
In questo articolo Anna Momigliano parla, fra l’altro, della sindrome di Münchhausen per procura e risponde: “È qualcosa che abbiamo fatto tutti da bambini, quando nostro fratello si sbucciava il ginocchio e noi c’inventavamo qualcosa perché la mamma si occupasse anche di noi, guarda sono caduto anche io.”

http://www.rivistastudio.com/standard/bufale-tragedie-las-vegas/