Archivi categoria: film, corti e serie tv

Serie tv: The Mist

Serie tv la cui prima stagione, che ho visto, conta dieci episodi. Ci ha lavorato Stephen King, ma il risultato non è all’altezza. Personaggi piatti, storia inverosimile e prevedibile, spunti lanciati e mai raccolti. Forse se li tengono per le prossime stagioni, che non credo guarderò.

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Film: Dunkirk, di Christopher Nolan

mv5bn2yyzjq0ntetnzu5ms00ngzkltg0mtetyzjmmwy3mwrhzjm2xkeyxkfqcgdeqxvymda4nzmyoa-_v1_sy1000_cr006741000_al_Durante le giornate autogestite gli allievi hanno proposto Dunkirk, film che non avevo ancora avuto l’occasione di vedere.

Quattrocentomila soldati inglesi bloccati a Dunkirk (Dunquerque), accerchiati dai tedeschi, in attesa delle navi che li avrebbero portati in Inghilterra, in salvo. Il nemico non si vede mai, ma è più presente che mai. Fotografia perfetta, sonoro avvolgente, attori stupendi. Eppure a qualcuno non è piaciuto: piatto, troppo perfetto e quindi privo di emozioni, ideologico (dell’ideologia sbagliata). Chissà.

A me è piaciuto molto. Mi interessa soprattutto la scomposizione della storia. – Attenzione da qui in poi qualche SPOILER. – Nolan è un maestro nel centellinare le informazioni al suo pubblico e nell’organizzare il modo di offrirle. Le linee narrative e temporali sono tre: una settimana di spiaggia, un giorno di mare, un’ora in volo. Le seguiamo alternando, ma siccome i tempi sono diversi, le cose inizialmente non tornano. Vediamo lo stesso personaggio in linee diverse e non capiamo come è finito lì. Poi piano piano le narrazioni si allineano sempre di più finché si sincronizzano e si esauriscono, e il ticchettio cessa.

Film: The Help, di Tate Taylor

mv5bmtm5otmymjixov5bml5banbnxkftztcwnzu4mjiwnq-_v1_sy1000_cr006741000_al_Tra le attività organizzate dagli allievi durante le giornate autogestite, quest’anno, c’era la visione del film The Help, tratto da un romanzo di Kathryn Stockett che è stato rifiutato sessanta volte prima di essere pubblicato.

Ambientato nello stato del Mississipi negli anni Sessanta, il film racconta la storia di una giovane giornalista bianca che convince alcune cameriere di colore a raccontare i retroscena della loro attività. Ne emerge un quadro molto brutto perché le cameriere vengono trattate come schiave, anche se formalmente sono dipendenti.

Film tranquillo, nel senso che non propone grossi colpi di scena o evoluzioni imprevedibili, racconta una storia lineare dove le protagoniste, tutte donne, affrontano il razzismo e la lotta per i diritti civili.

 

Serie: Orange is the new black

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Orange is the new black non è del genere che preferisco, ma mi ha appassionato. La storia di una bianca della classe media che finisce in prigione per un vecchio crimine riesce a mettere in discussione varie cose. Da un lato, il sistema giudiziario e carcerario non fa una figura eccezionale, nemmeno – o soprattutto – quando privatizza. Dall’altro mette in discussione te stesso: come ti comporteresti in quella situazione? Riusciresti a mantenere la tua umanità oppure ti ritroveresti a essere una persona egoista? Le storie delle detenute, non vere ma verosimili, ci aiutano a capire alcune realtà per noi distanti. La quinta serie si è chiusa, ma se ne aspettano almeno altre due.

Serie: Altered Carbon

mv5bmjqyote4nje0m15bml5banbnxkftztgwmzcxmzy1ndm-_v1_sy1000_cr006741000_al_Non ho riletto Bay City volutamente, prima di guardare la serie tratta dal romanzo. Parlo di Altered Carbon, nuova produzione Netflix. In dieci puntate, per ora, si racconta la storia di Takeshi Kovacs. Non ricordavo moltissimo della storia, quindi mi sono gustato parecchi colpi di scena, senza preoccuparmi se la serie è fedele al romanzo.

Sia romanzo che serie sono appassionanti e originali. Azione, mercenari, ambiente noir e cyberpunk, sesso, eccetera. Alla serie aggiungo una resa visiva eccezionale.

Ma l’aspetto più interessante e più fantascientifico è quello delle pile e degli I.D.U., cioè l’idea di poter scollegare la mente dal corpo, salvarla – nel senso informatico del termine – su un supporto chiamato pila oppure trasferirla in un altro corpo (una custodia), su questo o su altri mondi.

Sono molte le possibilità che si aprono e i problemi che si creano. Potremmo essere immortali, lasciando una custodia vecchia o danneggiata per una nuova. Ma dove trovare custodie fresche? Sottraendole a chi per disperazione le vende? A chi per condanna le deve cedere? Coltivando cloni? O accontentandoci di vedere nella rete? E che dire della possibilità di trasferirmi in un corpo di donna o di bambino o di un animale? La mia mente sarebbe in grado di gestirlo?

#20af: Starship Troopers

mv5bnthlotfhogetzje2nc00mzmzlthkywitzjlknwnlmdazmgzkxkeyxkfqcgdeqxvymtqxnzmzndi-_v1_sy1000_cr007321000_al_Si vede che sotto esame avevo bisogno di distrazioni (ma, visto l’esito, sarebbe stato meglio evitarle).

Il 9 marzo del 1998 andavo a vedere Starship Troopers, un film molto discusso.

Anche il romanzo di Robert H. Heinlein, da cui il film è tratto, è molto discusso: troppo militarista, troppo di destra. Ma Heinlein ha scritto anche cose molto diverse (Straniero in terra straniera, tanto per cominciare).

Il film è di Paul Verhoeven, uno che di film fracassoni ne ha girati un sacco, negli anni Novanta. Avevo già letto il romanzo e sono uscito dal cinema assai perplesso. Quanta superficialità, rispetto alle riflessioni che scaturivano dalla lettura del libro. Pubblicato nel 1959, ha segnato la fantascienza.

Ricordo piuttosto bene invece uno degli amici con cui ero stato a vederlo, in un cinema nei pressi dell’Hardbrücke, che manifestava rumorosamente il suo entusiasmo. Nessuno di noi due l’aveva capito: come ci spiega il DocManhattaan, il film è metaforico e iperbolico, prende in giro una società orientata all’autodistruzione come la nostra, in molti modi diversi.

Sarà, ma nel 1997 era tutta roba già vista. Come critica metaforica alla nostra società non mi è mai parsa un gran che.

Dalla cantina è riemerso un fascio di carte che puzzano di muffa: sono le mie agende. Ripercorro i miei impegni di vent’anni fa, così nasce #20af

Corto: Incoming Call, di Eoin Cleland

Il corto presentato sabato scorso da Fantascienza.com ha come protagonista Kerry Keenan. In Incoming Call, Kerry sta per esibirsi con la sua chitarra e una canzone scritta di suo pugno in un bar. Ma una telefonata da parte di una persona speciale cambierà la sua vita.

32683-1-w3c5dni_wj3owwfggp4g-gNegli otto minuti del corto Kerry riceverà molte telefonate, tutte fatte con le migliori intenzioni. I buoni propositi, però, non sempre hanno un effetto positivo: il dono di Kerry è infatti prezioso e maledetto al tempo stesso.

Questo corto ci fa riflettere sulla nostra libertà di decidere del nostro futuro e sui troppi consigli che a volte riceviamo. Sbagliare fa parte della crescita e della vita.

 

#20af: Esami a un Punto di non ritorno

Poco più di vent’anni fa, era martedì 3 marzo del 1998, andavo a vedere con due amici il film Event Horizon, in italiano Punto di non ritorno. Il film mi ha strappato cinque stelle su dieci su IMDB e le recensioni che girano per il web lo descrivono come un frullato di roba fantascientifica e horror già vista. Ora, mescolare roba già vista va anche bene (vedi Harry Potter e tanto altro), ma devi farlo nel modo giusto. Tuttavia, Punto di non ritorno è rimasto nella memoria perché, uh, perché, nonostante scenografie e fotografie spettacolari, nel complesso è davvero brutto? O forse perché presentava qualche attore importante: Sam Neill, famoso dopo Jurassic Park, laurence Fishburne, che famoso lo sarebbe diventato davvero con Matrix, l’anno successivo, Jason Isaacs, che non so quanto sia famoso tranne che ora fa il capitano in Star Trek Discovery.

Ma andava benissimo perché spezzava una settimana di esami. Secondo tentativo del secondo anno, una brutta combinazione, finita male. Il giorno prima fisica, il giorno stesso elettrotecnica IV. E poi, due giorni dopo elettrotecnica III.

 

Dalla cantina è riemerso un fascio di carte che puzzano di muffa: sono le mie agende. Ripercorro i miei impegni di vent’anni fa, così nasce #20af

 

Film: Coco

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Coco (2017), di Lee Unkrich e Adrian Molina

Qui si va a vedere anche film per bambini. Che poi non sono solo per bambini.

Il protagonista di Coco è Miguel, un bambino confrontato con la sua famiglia che gli impone un divieto (quello di suonare o ascoltare musica), un lavoro (il calzolaio) e un mistero (sul suo trisnonno). Nel film, Miguel affronterà tutto quanto alla ricerca del suo futuro che dovrà conquistarsi combattendo contro l’inganno.

Coco è un film d’animazione ambientato in Messico. I riferimenti alla cultura messicana, passata e presenti, sono davvero tanti e non li ho colti tutti, anzi. Immagino che sul mercato americano abbia molto senso. Il Messico è presente nel film anche visivamente, nei colori, nelle scenografie, nei volti, nelle voci.

Mi ha colpito il modo esplicito e tranquillo con cui affronta la morte. La maggior parte della vicenda infatti si svolge nel regno dei morti, dove le anime dei trapassati fanno la loro vita (ehm) finché non spariscono perché non c’è più nessuno a ricordarli. L’oblio. Temo che, presentata così, la morte non appaia una cosa drammatica ma quasi banale. La morte vera viene dopo ed è l’oblio.

In ogni caso, portare un quattrenne a vedere Coco significa esporsi a domande sulla vita e sulla morte: il regno dei morti è popolato da scheletrini simpatici che fanno cose interessanti e questo scatena la curiosità.

Film: The Post

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The Post (2017), con Tom Hanks e Meryl Streep, di Steven Spielberg

Ho trovato The Post molto bello. Il film racconta un episodio reale, seppur lievemente romanzato. Si tratta del caso dei Pentagon Paper, che nel 1971 ha portato il Washington Post a occupare un ruolo nazionale

Oltre a spiegare un fatto storico importante, il film illustra piuttosto bene il funzionamento del giornalismo investigativo e mostra un celebre caso di whistleblower, che oggi dovremmo ricordare.

Diverse scene mostrano anche il funzionamento tecnico del giornalismo, con scrivanie senza computer e tipografie che usavano il piombo.

Meryl Streep è bravissima nel rendere il carattere di Katharine Graham, la proprietaria del Post. Ne rende molto bene anche l’evoluzione, dapprima timida, poi sempre più decisa.

Non ricordavo l’episodio dei Pentagon Papers (quello famoso è di qualche anno dopo: il Watergate) e sono andato a rileggermi le pagine dell’autobiografia di Katharine Graham dove se ne parla, sono appena una decina.

Nel film il presidente Nixon è talmente cattivo che sembra finto (invece è molto vero).