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Film: Arrival

mv5bmtexmzu0odcxndheqtjeqwpwz15bbwu4mde1oti4mzay-_v1_sy1000_cr006401000_al_Trovo piuttosto divertente leggere le recensioni di un bel film di fantascienza: in genere chi le scrive si stupisce che oltre a essere un bel film di fantascienza è anche un bel film.

E questo Arrival è in effetti entrambe le cose. Un bel film che piace agli appassionati del genere e a coloro che di solito non amano la fantascienza.

Nel film, la linguista Louise Banks, il fisico Ian Donnelly e il colonnello Weber sono confrontati con alieni appena giunti sulla Terra. La loro sfida è riuscire a comunicare per capirne le intenzioni.

Tratto da La storia della tua vita, di Ted Chiang, ne ripercorre piuttosto fedelmente la trama e ne ripropone le innovazioni: la scrittura e la comunicazione degli alieni, l’influenza che questa ha sulla mente.

Il film rende visivamente alla perfezione le immagini suggerite dal romanzo. La fotografia semplice ed essenziale riproduce lo stile della scrittura di Chiang.

Mi ha emozionato quasi quanto Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. (fatta la tara per l’età, la mia età). La sua qualità più grande è farci intuire l’enorme diversità che potremmo avere con una razza aliena.

 

 

Arrival, di Denis Villeneuve, con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker.

Film: Lei

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(attenzione, questo commento contiene spoiler, non leggerlo se non hai mai visto il film e non vuoi rovinarti la visione)

Desideravo molto vedere questo film. Ehi, un film di fantascienza seria non sparaspara di cui parlano tutti; non capita tutti i giorni. E così l’ho visto.

Lo spunto è fantascientifico. Esistono sistemi software tanto evoluti da sembrare esseri umani e provare emozioni e ribellarsi all’uomo. Non è uno spunto molto originale e di solito finisce a sparaspara. Inserirlo in una storia d’amore, questo sì, è piuttosto originale.

L’inizio del film non è male. La storia è decisamente centrata sui protagonisti; Theodore, un tizio un po’ triste anche se ha un lavoro interessante in cui è bravo, e Samantha, il software, il sistema operativo, di cui sentiamo soltanto la voce (un po’ fastidioso quel suo voler essere umana e non meccanica nel doppiaggio italiano). Il resto del mondo resta confinato nella bella fotografia, che assomiglia però a tante cose che ho già visto (leggo in giro Terrence Malick – e infatti Christian Raimo su ilPost.it dice: smarmella con scene con luce malickiana di ricordo in cui ci si butta i cuscini in faccia, oppure ci si infila dei coni stradali in testa, ma io credo di aver visto roba simile anche altrove, tipo Fino alla fine del mondo?).

Poi finisce qui. Il film si attorciglia sulla storia d’amore che non può che finire male. Il tema fantascientifico viene abbandonato, nonostante ci siano tante strade interessanti da percorrere, sul dare una fisicità al software, sul senso dell’esclusività di un rapporto sentimentale, su quanto un sistema può opporsi alla sua funzione (continuerà a leggergli le email anche se hanno litigato?).

È così strano che un uomo si innamori di un software? No, e lo spiega bene Luca Morandi su Fantascienza.com:

Non c’è niente di strano in un essere umano che si innamora di un software intelligente. Milioni di persone, a causa della natura umana, si affezionano da sempre ad esseri non appartenenti alla loro specie: il loro cane, il loro gatto, persino il loro canarino. Attribuiscono emozioni umane a chi non le possiede, nonostante generazioni di etologi smentiscano le loro convinzioni, e parecchi di noi finiscono con l’instaurare legami emotivi persino con oggetti inanimati: conoscevo persone che avevano dato un nome alla loro auto o alla loro moto, o che conservavano gelosamente indumenti, diari, fotografie, pupazzi. Che non avrebbero mai abbandonato la casa in cui avevano vissuto per tanto tempo.
È una peculiarità della nostra specie: ci innamoriamo di chi e di quello che ci pare, senza dar troppo retta alla logica.

È così strano che un software si innamori? Questo sì che è strano, ma è un film, a differenza di Morandi lo accetto.

Conclusione? Il cinema si dimostra spesso incapace di rendere la profondità che si trova nella fantascienza letteraria, accontentandosi di sparaspara o robe sentimentali contorte.

Lei (Her), 2013, di Spike Jonze, con Joaquin Phoenix

Film: Il quinto potere

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Non era un po’ presto mettersi a raccontare la storia di Julian Assange, nel 2013? Probabilmente sì.

Tuttavia, il tema affrontato nel film è tanto importante che forse possiamo giustificare questo peccato iniziale. Assange ha realizzato un sistema di siti per permettere a chi è testimone di comportamenti illegali (o immorali) di denunciarli garantendo anonimato e trasparenza. In questo modo, ha contribuito a svelare gli intrighi di banche, governi e multinazionali sfruttando le pieghe del diritto internazionale che non riesce a colpire server sparsi per il mondo. L’ha fatto, però, anche a costo di sacrificare molte vite umane: nomi di agenti infiltrati in organizzazioni terroristiche pubblicati in chiaro perché si ritiene che ogni intervento su ciò che si pubblica sia un intervento di troppo, un’intromissione. Non ci sono prove, sostiene, che la pubblicazione su Wikileaks abbia danneggiato qualcuno, ma la sua intransigenza spaventa.

Possiamo anche perdonare la visione parziale della vicenda: non facciamo fatica a credere alle contraddizioni che emergono nella personalità di Assange, alle sue difficoltà nel rapporto con le altre persone (quante menzogne!), nonostante il film sia tratto principalmente dal libro del più stretto ex-collaboratore di Assange. Ex perché hanno litigato. Ma, si sa, i geni spesso sono persone difficili.

Apprezziamo la bravura di attori importanti. Ma, per cortesia, smettetela di sbattere lo schermo del portatile quando lo chiudete.

Ciò che non perdoniamo è la noia. La storia è contorta e poco chiara, tante vicende sono accennate e lasciate irrisolte (lo spionaggio, la storia d’amore, le accuse di stupro). Non basta lo stile da documentario con camera a mano per movimentare un film che procede a scatti, incespica e si arena continuamente attorno alle stesse discussioni. Manca la passione di Tutti gli uomini del presidente, perché qui è inserita forzatamente.

Quindi, onore nel celebrare gli eroi moderni (Assange, Snowden, eccetera), ma forse – per un film – era un po’ presto.

Imdb: Il quinto potere

Product placement con spin

Mi piace Criminal Minds: è una serie di pure intrattenimento ben costruita. Truculenta quanto basta, avvincente il necessario, innovativa e conservatrice in modo equilibrato, allieta le mie serate.

Eppure l’ultima puntata vista (Il conducente) mi ha dato un po’ fastidio. Si parla di ride-share, cioè di quei servizi alternativi al taxi che offrono passaggi su chiamata. Il più famoso nel mondo è Uber ed è oggetto di molte polemiche perché sfrutta i conducenti, perché capita che il servizio non sia affidabile, perché minaccia il business dei tassisti. Nella serie, il servizio di ride-share coinvolto nelle indagini si chiama Zimmer. Zimmer, Uber, Uber, Zimmer.

Il responsabile di Zimmer, interrogato, dice che loro si limitano a mettere in contatto conducenti e clienti e non sono responsabili di nulla. Più o meno ciò che sostiene Uber.

Il servizio Zimmer, nel telefilm, viene messo in cattiva luce perché il cattivo di turno, nella serie si chiamano SI come Soggetto Ignoto, è un tale che [SPOILER] era stato un conducente di Zimmer e che si finge ancora conducente di Zimmer per avvicinare le sue vittime. [/SPOILER]

Secondo me è product placement al contrario. O meglio, è un caso di spin applicato al product placement.

Partiamo dalle basi: il product placement è quel ramo della promozione, in area marketing, che si occupa di piazzare prodotti dentro film e serie. Tipo James Bond che guida la BMW o Olivia Pope di Scandal che telefona con un cellulare Windows o mezza Hollywood che usa computer Apple. Non è mica un caso: ci sono accordi commerciali.

Gli spin doctor sono, di solito in politica, quegli esperti di comunicazione che riescono a manipolare i media. Olivia Pope è, tra l’altro, una spin doctor. Kasper Juul, per citare la bella serie danese Borgen, è uno spin doctor. Marcello Foa li ha studiati a lungo.

Vedo, in questa puntata di Criminal Minds una certa intenzionalità nel mettere in cattiva luce i servizi di ride-share, senza arrivare mai ad accusarli apertamente ma instillando insicurezza nel pubblico.

Criminal Minds, Il conducente, titolo originale: Drive, S11E12, su RSI La1 mercoledì 25 maggio 2016

Film: Divergent

mv5bmtyxmzywode4ov5bml5banbnxkftztgwnde5mze2mde-_v1__sx1194_sy590_Simile eppur diverso da Hunger Games, Divergent è un film di genere fantascientifico e distopico, indirizzato soprattutto all’adolescente che c’è in noi. È un filone che va molto, sia in forma cinematografica sia sotto forma di romanzo, perché credo si presti molto a metterci alla prova.

I protagonisti delle storie di questo genere sono spesso ragazzi diversi. Perché hanno dei superpoteri (X-Men), perché non condividono la fame di successo (Hunger Games), perché il sistema non riesce a inquadrarli (Divergent). E chi, da adolescente, non si è sentito diverso?

In più, il sistema di solito cerca di annientare i diversi. Questo ci spinge a immedesimarci, a chiederci cosa faremmo se ci trovassimo in quella brutta situazione. Saremmo capaci di saltare, come Tris?

Secondo me non riuscitissimo, Divergent dà l’impressione di voler affrontare troppe cose, restando spesso a un livello molto superficiale. In questo, Hunger Games è più focalizzato e quindi più efficace.

Imdb: Divergent

Film: Edge of tomorrow

mv5bmtc5otk4mtm3m15bml5banbnxkftztgwodcxnjg3mde-_v1__sx1194_sy590_Un po’ Ricomincio da capo, un po’ Starship Troopers, un po’ Salvate il soldato Ryan. Un action ben fatto, divertente ed emozionante al punto giusto. Uno spunto fantascientifico usato e ri-usato, ma sfruttato in modo intelligente. Non facile il compito di girare un film d’azione in cui si mostra lo stesso giorno decine di volte senza annoiare. Emily Blunt è brava, ma nel ruolo di Full metal bitch ci avrei visto meglio Katee Sackhoff.

Imdb: Edge of tomorrow

Film: Men, Women & Children

men_women_26_children_posterUn po’ telenovela, un po’ commedia, un po’ dramma, in questo film che segue le orme di Disconnect.

Sono sei le storie che si intrecciano mentre il regista Jason Reitman tenta di dipingere la realtà digitale dell’uomo occidentale.

Si comincia con un marito e padre di famiglia costretto al sesso solitario sbirciando la cronologia del figlio adolescente, il quale a sua volta è incapace di un rapporto sessuale normale perché assuefatto alla cyberpornografia. Se il padre otterrà soddisfazione con una prostituta, mentre la moglie incontra innumerevoli amanti su un sito apposito, il figlio non riesce ad avere un rapporto normale/fisico quando nel letto gli si infila la supertopa della scuola, spinta all’esibizione  dalla madre, attrice fallita. Che a sua volta intreccia una storia con un uomo vecchio stile, abbandonato dalla moglie.

Sull’altro versante troviamo la madre super-iper-extra-protettiva, che controlla tutta la vita online della figlia adolescente leggendo ogni singola parola delle sue chat (e quella offline?). Arriverà a fingersi lei nel rispondere a un ragazzo, che nell’adolescente aveva trovato un senso della vita dopo che il football e i videogiochi l’avevano deluso. Finirà molto male.

E al football è legata un’altra vicenda, quella di una ragazzina ex-cicciotta con problemi di anoressia che regala la sua prima volta al giocatore di football più grande di lei di cui si è innamorata. Lui ovviamente non ricambia l’amore e, anche qui, finirà male.

Ho apprezzato l’interpretazione degli attori, soprattutto di quelli giovani. Incredibilmente la presenza di Adam Sandler non mi ha dato troppo fastidio.

Ma la storia è vecchia, i personaggi – quasi tutti – molto stereotipati, e la riflessione sull’uso delle tecnologie digitali non va oltre la superficie, prova ne è che i conflitti relazionali, nati anche online, vengono risolti solo offline. Non basta la veste carina in cui i messaggini vengono visualizzati per farci capire che i social network sono il nuovo muretto.

In sostanza, non ho apprezzato tutto questo pessimismo nel vedere le innovazioni tecnologiche della comunicazione inserite nella vita quotidiana e nei rapporti tra le persone. Ciò che questo film dimostra è che se siamo brutte persone offline, come molti dei protagonisti adulti di questo film, lo restiamo anche nel mondo online.

Proprio per i suoi difetti, Men, Women & Children può essere un ottimo spunto per discutere con i miei allievi.

Imdb: Men, Women & Children

Film: American Sniper

American Sniper è un film di guerra dall’aspetto molto realistico. Come Zero Dark Thirty, The Hurt Locker, Black Hawk Down e, in parte, Three Kings, questo film mostra la guerra come – probabilmente – è, e ne mostra i protagonisti.

Purtroppo, in American Sniper, il realismo è solo di facciata. Se l’ambientazione è realistica, la storia del protagonista parrebbe ampiamente romanzata, in particolare sembra che l’antagonista non sia mai esistito.

Clint Eastwood, American Sniper

Corti: Lost memories e Lost memories 2.0

Francois Ferracci si definisce “director, art director, motion designer, and storyboarder”. In due corti (il primo, Lost memories, davvero corto: meno di 3 minuti; il secondo, Lost memories 2.0, un po’ più lungo) ci accompagna in un mondo non troppo lontano dal nostro. Il protagonista, preso dalla sua vita online, non si accorge di allontanarsi dalla sua partner. In un istante perde tutto: mentre i sistemi informatici di tutto il mondo collassano, la sua compagna si allontana senza che lui se ne accorga.

Anni dopo, l’umanità ha pian piano ricostruito il cloud, ma il nostro protagonista non riesce a ritrovare la donna che l’ama.

Più azzeccato il primo, i due corti hanno un gioco facile con chi, preda della nostalgia, vorrebbe tornare a un mondo fatto di carta e non di bit. Ma il progresso avanza e, con le giuste cautele, i bit non sono peggio della carta, la carta non è peggio dei bit.

Francois Ferracci, Lost memories

Francois Ferracci, Lost memories 2.0

Corto: Wrapped

Effetti visivi fiabeschi in Wrapped, un corto (4 min) che mostra il mondo una volta che l’uomo è scomparso. Conclusione surreale, con un bella chiusura che riporta all’inizio. È il lavoro pluripremiato di un gruppo di studenti della Filmakademie Baden-Wuerttemberg, proposto da Fantascienza.com.