Archivi categoria: film, corti e serie tv

#20AF: Ronin

Vent’anni fa andavo a vedere Ronin. Non ho idea di dove, a Lugano immagino. È un film molto bello, carico di tensione, con una degli inseguimenti più spettacolari. Altri film hanno poi fatto anche meglio, The Bourne Identity per la tensione, Heat per le sparatorie. Ma Ronin è particolare perché ha una certa complessità.

Dalla cantina è riemerso un fascio di carte che puzzano di muffa: sono le mie agende. Ripercorro i miei impegni di vent’anni fa, così nasce #20af

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FIlm: Annihilation

Ho visto su Netflix Annihilation, di Alex Garland, con Natalie Portman e Jennifer Jason Leigh. 

È indubbiamente un bel film, ben fatto, ben scritto, ben recitato. La prima parte è molto intensa, il mistero ben costruito. La seconda parte l’ho apprezzata meno, l’ho trovata un po’ troppo onirica, ma in realtà è solo apparenza e tutto sommato ha una sua coerenza. 

Natalie Portman è eccezionale. 

Serie tv: Lost in space

È imbarazzante scrivere di una serie tv come Lost in space. Alcune cose non sono male: gli ambienti, la varietà dei personaggi, conflitti accennati. Ma altre non mi sono piaciute: personaggi troppo stereotipati, situazioni assurde come la cattiva che per caso si trova  sempre nel posto giusto. Alcuni artifici di trama sono davvero brutti: tante storie perché non hanno carburante per le navette e a un certo punto si ricordano che possono sintetizzarla usando feci. “Le nostre non bastavano” dice un personaggio, ma per fortuna trovano una caverna piena di feci di chissà cosa. Quando è chiaro che la cattiva è cattiva e c’è l’occasione di farla fuori, no, la ragazza scappa dando la possibilità alla cattiva di impadronirsi del robot. Non penso che guarderò la seconda stagione.

Serie tv: The Fall

mv5bnta2yzkyogutnmrlzi00mdm1lwfinjytyzdmyjc1y2njzmu1xkeyxkfqcgdeqxvymjexmjk0odk-_v1_sy1000_cr007051000_al_The Fall (2013) è una serie poliziesca inglese, giunta alla terza stagione.

Nella prima stagione Gillian Anderson può finalmente esprimere quel suo fascino e quella sua sensualità che non era riuscita a imporre venticinque anni fa, in X-Files (ci credo, con quelle pettinature e quegli abiti!).

Il suo personaggio, Stella Gibson, è interessante: una poliziotta indipendente, sessualmente molto decisa, legata al suo superiore e al criminale che cerca.

Il criminale non è tanto interessante. Bravo Jamie Dorman, ma la storia raccontata nella prima stagione è prevedibile. Peraltro, risulta gradevole per l’evoluzione lenta e graduale, ma inevitabile, dei due personaggi e del loro rapporto.

La prima puntata della seconda stagione serve a ripartire e a creare un clima d’attesa inquietante. La seconda puntata rinforza la sensazione che stia per accadere qualcosa. Nella terza puntata continua a pensare che qualcosa succederà. La quarta puntata… no, la quarta puntata non l’ho vista. Insomma, va bene la lentezza, ma qui non succedeva proprio niente.

Serie tv: The Mist

Serie tv la cui prima stagione, che ho visto, conta dieci episodi. Ci ha lavorato Stephen King, ma il risultato non è all’altezza. Personaggi piatti, storia inverosimile e prevedibile, spunti lanciati e mai raccolti. Forse se li tengono per le prossime stagioni, che non credo guarderò.

Film: Dunkirk, di Christopher Nolan

mv5bn2yyzjq0ntetnzu5ms00ngzkltg0mtetyzjmmwy3mwrhzjm2xkeyxkfqcgdeqxvymda4nzmyoa-_v1_sy1000_cr006741000_al_Durante le giornate autogestite gli allievi hanno proposto Dunkirk, film che non avevo ancora avuto l’occasione di vedere.

Quattrocentomila soldati inglesi bloccati a Dunkirk (Dunquerque), accerchiati dai tedeschi, in attesa delle navi che li avrebbero portati in Inghilterra, in salvo. Il nemico non si vede mai, ma è più presente che mai. Fotografia perfetta, sonoro avvolgente, attori stupendi. Eppure a qualcuno non è piaciuto: piatto, troppo perfetto e quindi privo di emozioni, ideologico (dell’ideologia sbagliata). Chissà.

A me è piaciuto molto. Mi interessa soprattutto la scomposizione della storia. – Attenzione da qui in poi qualche SPOILER. – Nolan è un maestro nel centellinare le informazioni al suo pubblico e nell’organizzare il modo di offrirle. Le linee narrative e temporali sono tre: una settimana di spiaggia, un giorno di mare, un’ora in volo. Le seguiamo alternando, ma siccome i tempi sono diversi, le cose inizialmente non tornano. Vediamo lo stesso personaggio in linee diverse e non capiamo come è finito lì. Poi piano piano le narrazioni si allineano sempre di più finché si sincronizzano e si esauriscono, e il ticchettio cessa.

Film: The Help, di Tate Taylor

mv5bmtm5otmymjixov5bml5banbnxkftztcwnzu4mjiwnq-_v1_sy1000_cr006741000_al_Tra le attività organizzate dagli allievi durante le giornate autogestite, quest’anno, c’era la visione del film The Help, tratto da un romanzo di Kathryn Stockett che è stato rifiutato sessanta volte prima di essere pubblicato.

Ambientato nello stato del Mississipi negli anni Sessanta, il film racconta la storia di una giovane giornalista bianca che convince alcune cameriere di colore a raccontare i retroscena della loro attività. Ne emerge un quadro molto brutto perché le cameriere vengono trattate come schiave, anche se formalmente sono dipendenti.

Film tranquillo, nel senso che non propone grossi colpi di scena o evoluzioni imprevedibili, racconta una storia lineare dove le protagoniste, tutte donne, affrontano il razzismo e la lotta per i diritti civili.

 

Serie: Orange is the new black

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Orange is the new black non è del genere che preferisco, ma mi ha appassionato. La storia di una bianca della classe media che finisce in prigione per un vecchio crimine riesce a mettere in discussione varie cose. Da un lato, il sistema giudiziario e carcerario non fa una figura eccezionale, nemmeno – o soprattutto – quando privatizza. Dall’altro mette in discussione te stesso: come ti comporteresti in quella situazione? Riusciresti a mantenere la tua umanità oppure ti ritroveresti a essere una persona egoista? Le storie delle detenute, non vere ma verosimili, ci aiutano a capire alcune realtà per noi distanti. La quinta serie si è chiusa, ma se ne aspettano almeno altre due.

Serie: Altered Carbon

mv5bmjqyote4nje0m15bml5banbnxkftztgwmzcxmzy1ndm-_v1_sy1000_cr006741000_al_Non ho riletto Bay City volutamente, prima di guardare la serie tratta dal romanzo. Parlo di Altered Carbon, nuova produzione Netflix. In dieci puntate, per ora, si racconta la storia di Takeshi Kovacs. Non ricordavo moltissimo della storia, quindi mi sono gustato parecchi colpi di scena, senza preoccuparmi se la serie è fedele al romanzo.

Sia romanzo che serie sono appassionanti e originali. Azione, mercenari, ambiente noir e cyberpunk, sesso, eccetera. Alla serie aggiungo una resa visiva eccezionale.

Ma l’aspetto più interessante e più fantascientifico è quello delle pile e degli I.D.U., cioè l’idea di poter scollegare la mente dal corpo, salvarla – nel senso informatico del termine – su un supporto chiamato pila oppure trasferirla in un altro corpo (una custodia), su questo o su altri mondi.

Sono molte le possibilità che si aprono e i problemi che si creano. Potremmo essere immortali, lasciando una custodia vecchia o danneggiata per una nuova. Ma dove trovare custodie fresche? Sottraendole a chi per disperazione le vende? A chi per condanna le deve cedere? Coltivando cloni? O accontentandoci di vedere nella rete? E che dire della possibilità di trasferirmi in un corpo di donna o di bambino o di un animale? La mia mente sarebbe in grado di gestirlo?

#20af: Starship Troopers

mv5bnthlotfhogetzje2nc00mzmzlthkywitzjlknwnlmdazmgzkxkeyxkfqcgdeqxvymtqxnzmzndi-_v1_sy1000_cr007321000_al_Si vede che sotto esame avevo bisogno di distrazioni (ma, visto l’esito, sarebbe stato meglio evitarle).

Il 9 marzo del 1998 andavo a vedere Starship Troopers, un film molto discusso.

Anche il romanzo di Robert H. Heinlein, da cui il film è tratto, è molto discusso: troppo militarista, troppo di destra. Ma Heinlein ha scritto anche cose molto diverse (Straniero in terra straniera, tanto per cominciare).

Il film è di Paul Verhoeven, uno che di film fracassoni ne ha girati un sacco, negli anni Novanta. Avevo già letto il romanzo e sono uscito dal cinema assai perplesso. Quanta superficialità, rispetto alle riflessioni che scaturivano dalla lettura del libro. Pubblicato nel 1959, ha segnato la fantascienza.

Ricordo piuttosto bene invece uno degli amici con cui ero stato a vederlo, in un cinema nei pressi dell’Hardbrücke, che manifestava rumorosamente il suo entusiasmo. Nessuno di noi due l’aveva capito: come ci spiega il DocManhattaan, il film è metaforico e iperbolico, prende in giro una società orientata all’autodistruzione come la nostra, in molti modi diversi.

Sarà, ma nel 1997 era tutta roba già vista. Come critica metaforica alla nostra società non mi è mai parsa un gran che.

Dalla cantina è riemerso un fascio di carte che puzzano di muffa: sono le mie agende. Ripercorro i miei impegni di vent’anni fa, così nasce #20af