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Il lavoro che verrà

Sul Corriere del Ticino di sabato 7 aprile Ivano D’Andrea, CEO del Gruppo Multi, riflette sulla preparazione da dare ai giovani in vista del lavoro che verrà. Lavoro che sarà fortemente influenzato dalle tecnologie digitali.

Tra le altre cose, si dice preoccupato perché i giovani che incontra sono “spesso a digiu- no di queste tendenze” e quindi ritiene, giustamente, che la scuola dovrebbe fare qualcosa. “Per intenderci” precisa “non si tratta semplicemente di mettere PC e iPad nelle nostre scuole, ma di far capire ai giovani il mondo della tecnologia che ci circonda”.

Nel nostro piccolo, cerchiamo di farlo. Forse senza arrivare a studiare l’intelligenza artificiale, la robotica e l’analisi dei dati, ma avvicinando le tecnologie ai ragazzi e, soprattutto, facendoli riflettere sul modo in cui usano queste tecnologie.

Suggerisce inoltre di avvicinare le aziende più innovative con la scuola. Anche questa è una cosa che si cerca di fare, ma con una certa cautela. Una cosa è la scuola, un’altra la formazione aziendale.

La scuola evolve con la società. La sua struttura fatica a cambiare, è vero, ma all’interno delle aule il cambiamento c’è, anche se forse non è molto visibile. E forse è lento, ma è anche vero che la scuola deve offrire ai giovani una spiegazione del mondo che dev’essere prima metabolizzata dalla società (e dagli insegnanti).

Ivano D’Andrea, Preparare i nostri figli al «lavoro che verrà», in Corriere del Ticino, 7 aprile 2018, pag. 4.

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Lo scandalo Facebook

Sarò anche ingenuo, ma non vedo un grande scandalo nella questione Facebook, Cambridge Analytica eccetera.

Cosa c’è di nuovo? Che fa soldi vendendo i nostri dati? Davvero? È da dieci anni che lo sappiamo. Se qualcuno avesse ascoltato, forse si sarebbe potuto fare qualcosa prima. Ma la ragione è semplice: rinunciamo a un po’ di privacy per approfittare dei vantaggi che il social network ci dà (così come tante altre tecnologie e servizi che ci tracciano).

Esattamente come rinunciamo a un po’ di libertà per avere sicurezza: qualche controllo ogni tanto per evitare che i criminali facciano ciò che vogliono. O possiamo vederla anche nel modo opposto: rinunciamo alla sicurezza per avere un po’ di libertà, cioè non ci facciamo controllare ogni dieci minuti ma ce ne possiamo andare in giro liberamente.

Di tutto quello che s’è scritto e letto, vorrei riportare tre cose.

Mafe De Baggis, nell’articolo Cambridge Analytica, se la colpa è sempre degli altri pubblicato su wired.it, dice tante cose intelligenti. Due in particolare mi hanno colpito. I dati che Facebook ha di noi sono imprecisi e invecchiano in fretta. E anche se fossero dati buoni, la differenza tra “avere profili costruiti sui dati” e “convincere qualcuno a fare qualcosa” è molto grande. Averli dà un vantaggio competitivo per fare comunicazione, ma non garantisce il successo di una campagna di comunicazione. Secondo Mafe, “questo lo pensa solo chi è convinto che Scienze della Comunicazione sia una barzelletta, cioè quasi tutti quelli che credono che fare comunicazione sia facilissimo, cioè quasi tutti.” Cerchiamo ora di non dare la colpa a Facebook e agli hacker russi per ogni malanno del mondo.

Nel post Sai quanto ci hanno guadagnato, Maurizio Codogno fa notare che Facebook sa ciò che noi gli abbiamo detto su di noi. Se, come fa lui, lo usiamo partendo dal presupposto che tutto ciò che diciamo è pubblico, non ci sono grossi problemi. Se evitiamo di usare Facebook per accedere ad altri servizi, impediamo a Facebook di sapere cosa facciamo altrove. Non più di quanto facciano gli altri.

Ma attenzione, non sto dicendo che bisogna sottovalutare il problema della privacy. Dico solo che non è che sia cambiato molto da quanto già si sapeva.

Le soluzioni? Luca De Biase, nel suo post «Senator…» Facebook è leggermente ingovernabile, ne suggerisce una che riprende da Morozov: l’interoperabilità dei dati. Data l’importanza che queste piattaforme rivestono nella vita sociale e professionale, dovrebbero essere obbligate per legge a consentire l’accesso ai dati in forma open. Questo significherebbe che Facebook non è più padrona dei miei dati, ma lo sono io. Sono io che decido, di quei dati, cosa concedere a Facebook o a qualsiasi altro servizio.

Assomiglia al concetto di open source, dove l’importanza non è tanto nei programmi, quando nel formato dei dati e nei protocolli. Facebook, e tutti gli altri, dovrebbero essere obbligati a consentire l’accesso anche a gente che proviene da altri servizi. Quindi, se io sono su Facebook e un mio amico è su un altro social network, potremmo comunque entrare in contatto e comunicare. Le cose andrebbero meglio perché ci sarebbe una vera concorrenza, che potrebbe giocarsi anche sulla tutela dei dati. Non voglio iscrivermi a Facebook perché non mi piace come tratta i miei dati? Bene, mi iscrivo a un altro servizio ma posso comunque interagire con la gente che sta su Facebook.

Rete e relazioni

Ai miei allievi mostro il video di questo TED Talk: Stefana Broadbent, How the internet enables intimacy, TED Global 2009 (segnalato non so più da chi).

Stefana Broadbent, che si definisce una tech antropologist, ci fa notare che ognuno di noi ha una relazione stretta attraverso le tecnologie digitali con poche persone. Dalle quattro alle sette, a fronte delle decine di amicizie o contatti che stabiliamo sui social. Ma con queste poche persone desideriamo essere in contatto quasi costantemente.

Un tempo, sostiene Broadbent, si lavorava e si viveva nello stesso posto. Si lavoravano i campi accanto a casa, si lavorava nella bottega o nel laboratorio sotto casa, si abitava e si lavorava nel quartiere della propria corporazione.

Fu la rivoluzione industriale a separare nettamente il posto di lavoro e il luogo di si abita. Questo impedì di restare in contatto con i propri cari durante il lavoro. Si entrava in fabbrica e non si avevano contatti con i famigliari finché non ne si usciva. Si entrava in ufficio, nemmeno troppi anni fa, e non si comunicava con i cari fino a sera. Volendo si poteva: si poteva chiamare dal telefono dell’ufficio o andare in una cabina pubblica, ma richiedeva un certo impegno e si faceva solo quando davvero necessario. La scuola era (è) un modo per abituare i ragazzi a questa separazione lavoro VS. vita privata.

Oggi la rete e la possibilità di essere sempre online, anche dal posto di lavoro o di studio, ci consentono di tornare ai tempi in cui si era in costante contatto con i propri cari. Un messaggino, una chiamata veloce, un like su una foto, una chat sparsa nel tempo ci consentono di mantenere sempre aperto il canale di comunicazione, ci consentono di sentirci più vicini alle persone a cui vogliamo restare vicini. Chi lo impedisce (alcuni datori di lavoro) starebbero cercando di decidere come impiegare la nostra capacità di attenzione dietro la scusa della sicurezza informatica o dell’efficienza nel lavoro.

Se quest’ultima frase sembra un po’ forzata, il punto di vista di Broadbent è interessante e mi piace sottoporlo ai miei allievi. Quasi nessuno di loro conosce la sensazione di uscire di casa al mattino e di non aver la possibilità di sentirsi in contatto con qualcuno a casa per tutta la giornata.

Per una rete migliore, protocolli liberi

Secondo Soros, le grandi aziende del web hanno un comportamento “monopolistico” e pertanto sono una “minaccia” per la società, “danneggiando la democrazia e schiavizzando la mente delle persone, in quanto sarebbero in grado di minacciare alla loro ‘libertà di pensiero'”.

Inoltre

Durante il suo intervento giovedì sera a Davos, in Svizzera, il magnate ungherese ha detto che “queste società e i social media influenzano il modo in cui le persone pensano e si comportano, ben al di là di quanto ne siano consapevoli”, aggiungendo inoltre che questi business hanno “conseguenze negative di larga portata sul funzionamento delle democrazia, in particolare sulla sicurezza e la libertà delle elezioni”.

Ma aggiunge che “i loro giorni sono contati, la regolamentazione e la tassazione saranno la loro rovina.”

La strada passa (anche) dall’imposizione di protocolli liberi, che consentano ai dati di viaggiare liberamente da un sistema a un altro. Non un social network, ma tanti social network che comunicano tra loro e consentono di entrare in contatto con persone che stanno su un altro sistema. 

 

 

La geolocalizzazione fallita

Uno zaino forse rubato, un telefono con la geolocalizzazione attivata, la disperazione, la burocrazia.

Una conclusione: non siamo pronti alle tecnologie.

Le nostre tracce digitali, cioè “i dati e le informazioni che produciamo” usando i servizi online e i telefonini, “non sono per noi, ma a vantaggio di pochi organismi e aziende che li usano per porci nel bel mezzo del più grande esperimento di controllo sociale dell’intera storia dell’umanità”.

E se “impugno un martello interpreto il mondo come una serie di chiodi”.

https://medium.com/@xdxd_vs_xdxd/illusioni-6d48316ac6da

Product placement con spin

Mi piace Criminal Minds: è una serie di pure intrattenimento ben costruita. Truculenta quanto basta, avvincente il necessario, innovativa e conservatrice in modo equilibrato, allieta le mie serate.

Eppure l’ultima puntata vista (Il conducente) mi ha dato un po’ fastidio. Si parla di ride-share, cioè di quei servizi alternativi al taxi che offrono passaggi su chiamata. Il più famoso nel mondo è Uber ed è oggetto di molte polemiche perché sfrutta i conducenti, perché capita che il servizio non sia affidabile, perché minaccia il business dei tassisti. Nella serie, il servizio di ride-share coinvolto nelle indagini si chiama Zimmer. Zimmer, Uber, Uber, Zimmer.

Il responsabile di Zimmer, interrogato, dice che loro si limitano a mettere in contatto conducenti e clienti e non sono responsabili di nulla. Più o meno ciò che sostiene Uber.

Il servizio Zimmer, nel telefilm, viene messo in cattiva luce perché il cattivo di turno, nella serie si chiamano SI come Soggetto Ignoto, è un tale che [SPOILER] era stato un conducente di Zimmer e che si finge ancora conducente di Zimmer per avvicinare le sue vittime. [/SPOILER]

Secondo me è product placement al contrario. O meglio, è un caso di spin applicato al product placement.

Partiamo dalle basi: il product placement è quel ramo della promozione, in area marketing, che si occupa di piazzare prodotti dentro film e serie. Tipo James Bond che guida la BMW o Olivia Pope di Scandal che telefona con un cellulare Windows o mezza Hollywood che usa computer Apple. Non è mica un caso: ci sono accordi commerciali.

Gli spin doctor sono, di solito in politica, quegli esperti di comunicazione che riescono a manipolare i media. Olivia Pope è, tra l’altro, una spin doctor. Kasper Juul, per citare la bella serie danese Borgen, è uno spin doctor. Marcello Foa li ha studiati a lungo.

Vedo, in questa puntata di Criminal Minds una certa intenzionalità nel mettere in cattiva luce i servizi di ride-share, senza arrivare mai ad accusarli apertamente ma instillando insicurezza nel pubblico.

Criminal Minds, Il conducente, titolo originale: Drive, S11E12, su RSI La1 mercoledì 25 maggio 2016

Internet non fa miracoli. Ma va?

È curiosa la vicinanza tra due articoli sul Corriere del Ticino di oggi.

Carlo Silini e Paride Pelli sono vicini non solo sulla carta, ma anche nel modo di usare le arti della retorica e dell’argomentazione per convincere il lettore.

La tecnica è quella di lasciar intendere che l’avversario millanti poteri straordinari, e distruggerlo dimostrando che non li ha.

Nel caso dell’articolo di Silini, l’avversario sono le app dei telefonini. L’autore paragona l’app store a una farmacia, dove le app sono come le pastiglie. Per ogni malanno, c’è la pastiglia che pone rimedio. Per ogni bisogno (sapere le previsioni del tempo, lo stato del traffico, esercitare il cervello,…) esiste una app che lo soddisfa. Ma, conclude Silini, le “app semplificano certamente la vita, ma la vita è quella che sta fuori dai telefonini ed è lì che trovi la cura per viverla davvero”. In questa visione, il telefonino si offre come una cura per vivere la vita senza il quale non puoi vivere. Ovviamente non è così (uso poco la parola “ovviamente” ma qui serve). Ovviamente il telefonino non è un sostituto della vita. Qualcuno lo vede in questo modo? Possibile, certamente, ma non potrà che esserne deluso. E, comunque, un po’ è vero: parafrasando Aurora (lapupachasonno, citata da Granieri), io amo il mio telefonino perché i miei amici ci vivono dentro. Peraltro Silini propone degli spunti interessanti sui nativi digitali, sul gap tecnologico tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, sulla quasi-truffa degli acquisti in app.

Per Pelli l’avversario è il mondo della comunicazione (ma ammetto che la mia interpretazione è piuttosto creativa). L’avventura di Alan Eustace, vicepresidente di Google che ha battuto recentemente il record di Baumgartner saltando da 41 km, è messa in discussione perché non è stata mediatizzata. Come se il mondo dei media si attribuisca il potere di definire la realtà: ciò che io mondo dei media racconto esiste, ciò che non racconto non esiste. Ovviamente non è così. Sappiamo bene, razionalmente, che al mondo succedono un sacco di cose che i media non raccontano, cose divertenti, cose interessanti, cose terribili, cose banali. È pur vero, e Pelli sembra sostenere questa tesi, che forse inconsciamente per molti di noi è proprio così. Se non lo vedo in televisione, se non lo raccontano i giornali, non è importante, non mi interessa, non è mai successo.

Gli ultimi senza internet

Leggo e rileggo questo tweet di Barbara Sgarzi e non posso fare a meno di sentire un certo peso sulle spalle:

Noi siamo gli ultimi che ricorderemo quando non c’era internet, è nostra la responsabilità di traghettare i valori dice @alaskaHQ #Luminol

Amici e amici

Come cambia l’amicizia nell’era di Facebook? Acquista memoria.

Lo spunto nasce dall’articolo The Limits of Friendship (Maria Konninova, 7 ottobre 2014, The New Yorker). È una piccola riflessione, quasi un appunto personale. Si parla del numero di Dunbar e delle sue implicazioni. La storia è interessante e merita di essere letta per intero (nell’articolo sul The New Yorker ci sono molti link), ma la riassumo in poche parole: Robin Dunbar è un antropologo inglese che ha messo in relazione la dimensione del cervello dei mammiferi con la dimensione del loro gruppo sociale di riferimento. Più il cervello è grande, più aumentano gli individui nel gruppo sociale. Viceversa, se il cervello è piccolo, il gruppo sociale è piccolo. L’idea è che serve un cervello grande per poter gestire molte relazioni.

Applicando la teoria all’uomo, Dunbar ha preso le dimensioni del cervello umano e ha ricavato il numero di relazioni sociali che un uomo o una donna sono in grado di avere.

In realtà, si parla di diversi numeri:

  • 150: conoscenti, persone a cui si riesce ad associare un nome e una faccia;
  • 50: amici, gente che si vede a una cena con altre persone;
  • 15: amici intimi;
  • 5: gruppo ristretto di supporto, amici amici e famiglia.

I componenti di questi gruppi non sono fissi: qualcuno passa da un gruppo a un altro, qualcuno esce e non rientra, qualcun altro potrebbe entrare. Le dimensioni dei gruppi, all’incirca, restano costanti.

E Facebook? Facebook è uno strumento che consente di gestire la nostra rete sociale, social network. Si possono individuare molte caratteristiche nella gestione della rete sociale attraverso uno strumento informatico come Facebook, ma quella che deriva dal numero di Dunbar è la memoria. Con Facebook e strumenti simili, nessuno esce mai dalla nostra rete sociale. Facebook ci permette di conservare la memoria di persone che abbiamo incrociato nella nostra vita anche per breve tempo per una relazione estremamente superficiale.

Giù le mani dal Web – ovvero: cinque bugie per chi vuole imporre censura al web

Con una (involontaria) citazione delle più recenti proteste popolari ticinesi, Wired dedica un articolo alle cinque bugie più diffuse da parte di chi vuole imporre regole o censure alla libertà di espressione sul web: Giù le mani dal Web – Wired.

Eccole, con una mia selezione nelle risposte proposte:

Bugia 1. La rete è un Far West selvaggio, servono norme che portino la civiltà

(…) No, perché già adesso valgono online le stesse leggi che ci sono per l’offline. Anzi, in alcuni casi prevedono l’aggravante. E, a differenza di quel che accade nel mondo fisico, molti crimini tendono a lasciare più tracce. (…)

Bugia 2. L’anonimato in rete esiste e favorisce l’incitamento all’odio

Ma in rete è semplice essere anonimi? No, non lo è affatto, come conferma qualsiasi esperto del settore. La maggior parte dei blog o dei profili sui social network che appaiono come anonimi sono in realtà facilmente rintracciabili dalle autorità giudiziarie in caso di reato. «Essere veramente anonimi in rete richiede un grado di conoscenza del funzionamento della stessa che va oltre le capacità di una persona media», commenta Andrea Ghirardini, tra i massimi esperti di informatica forense in Italia. (…)

Bugia 3. Il cyberbullismo è un’emergenza per i nostri giovani

(…) Il professore Dan Olweus dell’università di Bergen, esperto mondiale del tema, ha analizzato oltre 450mila studenti americani e norvegesi per cinque anni. Le sue conclusioni sono che l’allarme sul cyberbullismo è esagerato dai media; che si tratta di un fenomeno assolutamente minoritario rispetto al bullismo nella vita reale; e che non sarebbe neppure aumentato negli anni analizzati.

Bugia 4. Facebook e Twitter sono i responsabili dell’odio in rete

(…) Per il Web Index Report 2013 le leggi sulla “responsabilità degli intermediari” ricadono nella categoria di «restrizioni della libertà di opinione ed espressione». Non a caso un altro importante rapporto sulla rete, il Freedom on the Net 2013, include tra i fattori che hanno contribuito a far crescere la censura a livello globale proprio la crescente responsabilizzazione degli intermediari. Che, per eccesso di prudenza, finiscono col rimuovere qualsiasi contenuto considerato a rischio: in 22 dei 60 paesi esaminati, la responsabilizzazione è stata “sproporzionata” nell’ultimo anno. (…)

Bugia 5. La rete è un ambiente diverso dal mondo fisico, è intrinsecamente libera e democratica

Ma il web non è altro dalla realtà: “La nozione comune che il digitale non sia “reale” ma “virtuale”, un “cyber” spazio a sé», ci dice il sociologo e teorico dei nuovi media Nathan Jurgenson, «ha influenzato il modo in cui le persone rispondono alle molestie online. Le percepiscono non come vere molestie, ma come qualcosa di meno serio e dannoso”.  (…) Ciò di cui c’è bisogno, concordano gli interpellati, è una “educazione digitale” che consenta di comprendere le reali dinamiche sociali ma anche di potere e influenza sul web. (…)

Se vuoi approfondire: Giù le mani dal Web – Wired