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Raccolta: Radicalized, di Cory Doctorow

Cory Doctorow raccoglie in Radicalized quattro romanzi brevi che illustrano delle derive della nostra società, possibili e in parte già reali. Un po’ quello che faceva Black Mirror. 

Lo stile è molto descrittivo (sembra più tell che show), ma le storie scorrono e tengono incollati al libro. 

I quattro romanzi affrontano alcuni temi sociali di grande attualità (razzismo, controllo sociale, immigrazione, isolamento, ingiustizie assicurative, proprietà legale dei software), e lo fanno inserendoli in altrettante storie coinvolgenti, anche se non sempre imprevedibili. La denuncia sociale è nascosta in una trama, ma non è edulcorata. Al contrario, Doctorow porta il lettore a sbatterci contro dandole ancor più forza.

Attenzione, da qui in poi è pieno di spoiler!

Pane non autorizzato

È il romanzo che mi è piaciuto di più perché è il più sorprendente. Quando pensi di aver capito di cosa parla, aggiunge un tema e parla d’altro. 

La prima parte ci mostra la protagonista Salima alle prese con un problema. Il fornetto di Salima non funziona più. È fallita la società che l’ha prodotto e venduto, ai cui server il fornetto si collegava quotidianamente per offrire il miglior funzionamento (ovvero verificare che le fette di pane introdotte fossero quelle delle marche autorizzate). I server vengono spenti, il fornetto non riesce più a collegarsi e quindi non funziona. Brickato, si dice in gergo, ovvero è diventato un mattone, un manufatto pesante e inerte quanto un mattone. Il fornetto è un oggetto che, pur essendo di Salima, lei non può più usare. Tema interessante: dipendiamo da molte società che gestiscono le nostre comunicazioni e i nostri dati nel cloud. Cosa succederebbe se fallissero, se i server si spegnessero? Cosa ce ne faremmo dei nostri iPhone se la Apple fallisse e chiudesse il cloud e tutto quanto? (Non succederà, è più probabile che io vinca Sanremo)

Seconda parte (ma non è che la transizione sia netta, anzi, la storia continua in modo naturale). Scopriamo che Salima non è una donna qualsiasi, è un’immigrata. È arrivata in America dal Medioriente, ha perso i genitori, ha vissuto in un centro d’accoglienza e ora è stata trasferita in un edificio dove alcuni piani sono destinati ai poveri. La storia prende un’altra piega, è una storia di dolore, di segregazione sociale, di razzismo e di ingiustizia. Ma anche di cameratismo e solidarietà.

Poi i due temi si intrecciano e la storia è una sola. Salima scoprirà le conseguenze di ciò che ha fatto e dovrà gestirle. Nell’ultima parte è un po’ più prevedibile, ma comunque di grande qualità. 

È un romanzo molto istruttivo, soprattutto per chi non ha dimestichezza con la proprietà dei software. Che, tra l’altro, si trova sbattuto in una dura storia di immigrazione. 

Minoranza modello

American Eagle è un classico supereroe. Talmente classico che indossa un abito rosso e blu con mantello, vola, è superforte praticamente invincibile, si nasconde dietro una falsa identità (Clarke) e ha una fidanzata che si chiama Lois. 

La sua abituale attività di supereroe lo porta a salvare i più deboli dai cattivi. Succede però che una volta i cattivi sono poliziotti intenti a malmenare un uomo di colore. L’American Eagle interviene e ferma i poliziotti, poi si assicura che la vittima riceva le giuste cure e un giusto processo. Ma mettersi contro la polizia non è una buona idea. L’American Eagle scoprirà le ingiustizie sociali e il razzismo. Capirà che le sue azioni, pur essendo le stesse, suscitano emozioni diverse nel pubblico, se a essere coinvolti sono poliziotti invece dei soliti terroristi.  

Notevole la parte in cui viene illustrato il controllo sociale tramite algoritmi. 

Se obblighi ogni persona nera che incontri a svuotare le tasche, troverai tutti i coltelli e tutte le buste di erba in possesso di ogni persona nera, ma questo non vuol dire che i neri abbiano una particolare tendenza a essere in possesso di coltelli e droga, soprattutto quando i poliziotti si portano dietro qualche falsa prova da piazzare in caso di bisogno. 

In più, sappiamo che i neri vengono arrestati per cose che i bianchi possono fare senza problemi, come “occupare marciapiedi pubblici”. Nessuno va a dire di “circolare” a un tizio bianco che si ferma davanti al portone di casa propria per fumare una sigaretta a prendere una boccata d’aria dopo una giornata di lavoro; non si becca una multa e non viene perquisito. Un tizio nero invece sì. Quindi in qualsiasi quartiere in cui vivono più neri ci sarà un apparente epidemia di occupazione di marciapiedi pubblici, ma in realtà sarà un’epidemia di iper sorveglianza. Ora però prendiamo quelle multe e quegli arresti e li trasformiamo in ”dati”, che vengono considerati come ”statistiche sulla criminalità“. Se i dati ci dicono che è a un certo indirizzo di fronte a un palazzo popolare c’è un’epidemia di ”occupazione di marciapiedi pubblici“ e allo stesso indirizzo c’è un’epidemia di possesso di stupefacenti, verranno presi come prove che quell’indirizzo è una zona calda; non come prove che il tizio nero che si ferma ad aspettare un Uber per fare due chiacchiere con un vicino di casa viene fermato, perquisito e arrestato per possesso di stupefacenti perché appena gli viene ordinato di svuotare le tasche salta fuori una canna ”in bella vista” e i poliziotti possono multarlo. 

Se dici al computer di prendere per buoni tutti quei dati e poi gli chiedi di prevedere dove si verificheranno i nuovi crimini, sorpresa! Dedurrà con la sua incredibile acutezza cibernetica che i poliziotti troveranno dell’erba se chiederanno di svuotare le tasche a tutte le persone che entrano ed escono da quell’indirizzo. Non hai importanza che ne troveresti altrettanta, se non di più, facendo la stessa operazione con chi entra ed esce dalla Trump Tower, perché non hai le prove che la Trump Tower sia una zona calda per la droga – se la polizia provasse a perquisire e multare uno che si ferma parlare della partita di baseball con l’usciere del suo palazzo sulla Fifth Avenue, succederebbe un casino.

Radicalizzati

Se c’è una cosa in cui Doctorow dimostra di essere bravo in questa raccolta, è sbatterti in faccia realtà angoscianti senza darti modo di prepararti psicologicamente. Inizia con un attrito tra marito e moglie che si trasforma subito in qualcosa di tragico. Joe e la sua famiglia si trovano confrontati con una terribile malattia e un’assicurazione che non intende pagare. Fortunatamente le cose per loro si risolvono bene, ma altri affrontano lo stesso problema. Ne discutono in un forum, con toni anche forti, finché qualcuno non dà fuori di matto e reagisce con violenza. Non è l’unico. Joe cercherà di placare gli animi, ma si troverà coinvolto come complice. 

Una trama che, dopo l’avvio, non è del tutto imprevedibile, ma che ha la forza di descrivere in modo preciso gli sviluppi di un’ingiustizia operata dalle assicurazioni malattie dalle conseguenze drammatiche. 

La maschera della morte rossa

Il titolo rimanda al racconto di Poe e la trama è la stessa, solo aggiornata. Ricchi e benestanti si rifugiano in un bunker sulle montagne per evitare una crisi economica mondiale e il caos che ne deriva. All’inizio va tutto bene finché non si scontrano con altri sopravvissuti. E mentre il mondo va meglio, epidemie non bene identificate decimano la popolazione, raggiungono il bunker e sterminano tutti. 

Come nel racconto di Poe, c’è una personalità forte, un leader che organizza il rifugio, che coinvolge altre persone, che decide quando è il momento di abbandonare tutto e nascondersi, che decide chi può entrare e chi no. La personalità di Martin è sezionata e non è un bel vedere. La sua sete di potere, di fama, di gloria non lo rende simpatico, nemmeno quando cerca di proteggere la sua piccola comunità. 

Come Radicalizzati, è abbastanza prevedibile nel suo svolgimento, ma è scritto dannatamente bene. Non mi è ben chiaro se questo ultimo romanzo vuole essere una denuncia per qualcosa. Forse vuole prendere un po’ in giro le comunità di prepper, ovvero di coloro che si preparano all’apocalisse. Di sicuro accusa il desiderio di isolarsi e di tagliare fuori tutti gli altri. Non funziona, probabilmente a lungo termine non ha mai funzionato. 

Cory Doctorow, Radicalized, Mondadori, 2021

Docu-film: The Social Dilemma

The Social Dilemma è un docu-film del 2020, distribuito su Netflix, che si occupa delle influenze negative dei social media sulle persone e sulla società. Il punto di partenza è la domanda: come fanno i social media a essere gratis? La risposta è che il prodotto siamo noi.

Il film ha due filoni: quello delle interviste e quello della narrazione.

Le interviste sono rivolte ad alcuni protagonisti dei social network, persone che ci hanno lavorato, persone che hanno sviluppato funzionalità importanti dei sistemi che ora criticano.

Le critiche principali riguardano la dipendenza dai social media e le possibilità di manipolazione che le aziende che gestiscono i sistemi di social networking hanno, grazie a ciò che sanno di noi e agli algoritmi che ci propongono contenuti.

Le narrazione esemplifica quanto gli intervistati affermano mostrando la vita di una normale famiglia americana, dove le cene sono passate in silenzio, ognuno concentrato sul suo telefonino. La mamma cerca di fare conversazione, la figlia pre-adolescente è schiava della sua immagine, il figlio adolescente viene radicalizzato dai video che guarda continuamente, l’altra figlia, più grande, è l’unica sana perché non ha il telefonino.

Il docu-film ha certamente degli aspetti positivi. Prima di tutto, mostra e spiega chiaramente e con semplicità (forse troppa) alcune questioni problematiche a chi non ha mai approfondito il tema. Per questo è molto adatto a essere visto insieme ai più giovani: può scatenare una discussione e un confronto e può aiutarli a vedere un lato dei social media finora poco considerato.

Ci sono però molte cose che non mi sono piaciute.

Prima di tutto, come documentario è decisamente di parte. Non c’è mai contraddittorio.

Poi affronta problemi che non sono per nulla nuovi, anche se per qualcuno potrebbero suonare nuovi. Privacy, manipolazione, algoritmi, tutte cose di cui si parla da almeno un decennio, ma anche di più volendo uscire dall’ambito dei social media.

Il desiderio di farsi capire da tutti porta gli autori e gli intervistati a non approfondire mai i concetti. A memoria, non mi pare di aver sentito parlare di big data, per esempio. Il linguaggio è fin troppo semplice, i concetti appena accennati, e gli intervistati parlano tanto, raccontano le loro paure e i loro timori, ma raramente portano elementi concreti.

Ma l’aspetto più problematico del docu-film, secondo me, è che fa ricadere tutte le colpe sui social media, tanto che sembra che i movimenti populisti non esisterebbero, senza i social media. Forse però vale la pena ricordare che il populismo è nato ben prima dei social.

E dimentica una cosa importante, questo docu-film: dimentica che la gente ha una testa, che può usare per non essere manipolata da sistemi, peraltro ancora piuttosto rudimentali, che si basano sui dati che un individuo immette in rete (tanti dati che però non sono una copia completa e fedele dell’individuo al di fuori della rete).

Certo, la gente va istruita, è necessario capire i social media per usarli. Capire che posso scegliere cosa dire di me alla rete, capire che quello che la rete mi propone non è casuale. Serve una cultura, servono educazione e formazione. Il docu-film non ne parla e non se ne occupa, nemmeno dando qualche piccolo consiglio pratico, adatto anche ai meno esperti, su come fare per scovare le bufale, le leggende metropolitane o le fake news. Consigli che fortunatamente si trovano altrove.

Il problema più grosso che solleva, a mio modo di vedere, è la manipolazione politica, di cui ci sono prove piuttosto concrete. Però accenna solo di sfuggita a Whatsapp, applicazione che ha un ruolo importantissimo nella diffusione di notizie ma che non segue i concetti della manipolazione tramite algoritmi di cui si parla. Il docu-film invece si concentra quasi solo sui video e sull’algoritmo che ce li propone (ma si parla di Facebook e Youtube, non di Netflix). Invece su Whatsapp, il fatto che le notizie false vengano diffuse è solo e semplicemente colpa della gente che le diffonde (cfr. Casey Newton, What ‘The Social Dilemma’ misunderstands about social networks, The Verge)

Jeff Orlowski (2020), The Social Dilemma, Netflix

Update: aggiungo qualche riferimento di approfondimento

Pranav Malhotra, The Social Dilemma Fails to Tackle the Real Issues in Tech, Slate, 18.9.2020

Facebook, What ‘The Social Dilemma’ Gets Wrong

La DAR: Didattica Ampliata dalla Rete, un bel neologismo

Credo che valga la pena riflettere su un paio di concetti esposti da un anonimo insegnante di lettere in un liceo lombardo, pubblicata sul blog di Massimo Mantellini.

La didattica a distanza ha avvicinato insegnanti e famiglie, portando l’insegnante in casa. Ciò che viene fatto a scuola non è più riferito dall’allievo, ma visto in prima persona dal genitore.

La didattica a distanza ha accentuato la responsabilità dell’allievo, a cominciare dalla presenza: “Ogni studente ha dovuto scegliere se darsi da fare, apparire solo come un’icona o non connettersi affatto: se la presenza del corpo non è più obbligata, chi può sanzionare l’assenza dello spirito?”

Sulla valutazione: “Nelle prove a distanza, ad esempio, c’è qualche accorgimento per rendere le frodi un pochino più difficili, ma il controllo è impossibile.” Allora vale la pena pensare a modalità di valutazione che non richiedano il controllo in classe durante la verifica: riflessioni, sintesi, approfondimenti,…

Molti hanno capito che il testo scritto a mano è anacronistico: “il tema scritto a mano sul foglio di protocollo è un relitto che oscura e ostacola molte competenze (impaginazione, grafica, struttura del testo…)”

“Soprattutto, spero che la burocrazia del ministero continui a non accorgersene, come se la dar fosse una copia della didattica in aula. Altrimenti pioveranno circolari e piani e griglie e obiettivi e finalità. Tutti da declinare in riunioni fisiche, salvare in pdf e stampare su carta.”

Fonte: Lettera di un insegnante sulla didattica a distanza, in Manteblog.

La nostaglia della Rete che fu

Interessante articolo di Chiara Severgnini, sul Corriere (I social hanno cambiato Internet, ma il vero problema è che hanno cambiato anche noi), citato dall’omonimo Beppe (non parente).

Riassumendo, l’autrice descrive la nostaglia per la Rete prima dei social, la Rete prima del 2008. In quel periodo arrivò un sacco di gente che prima non accedeva a Internet, e confondeva Internet e Facebook. I veterani della Rete rimpiangono il web prima di Facebook perché era più libero, era più divertente girare per siti a volte mal fatti ma spontanei.

È interessante perché lo stesso discorso lo si faceva alla fine degli anni Novanta, quando su internet arrivò la massa di gente attirata dal web.

Ho avuto accesso a Internet alla fine del 1994 (un quarto di secolo fa), ultimo tra i primi e primo tra gli ultimi (ma poi ci sono stati altri “ultimi”, quelli citati da Severgnini). Ricordo i discorsi che si facevano quando Internet si riempì di gente che confondeva web e Internet, gente che non aveva mai usato gopher, telnet o ftp. Gente che capitava sui gruppi Usenet alla ricerca di informazioni e si scontrava con tutta la pratica comunicativa sorta spontaneamente (ma non per questo meno importante) in un decennio di Usenet e Fidonet. I termini newbie/niubbi, così come utonti, risalgono ad allora.

Non per questo l’articolo di Severgnini non è valido. Lo è, eccome. Ma la storia si ripete, anche nel breve periodo di esistenza di Internet.

La buona comunicazione è indistinguibile dalla truffa?

Riflessioni sulla comunicazione, magari non originalissime ma molto ben raccontate, con ottimi esempi.

E adesso vado a mangiare delle crocchette per cani…

Stefano Andreoli, Moriremo di Storytelling, https://www.youtube.com/watch?v=hSyJPm0oJ0M

Fonte: https://www.wittgenstein.it/2019/06/23/moriremo-di-storytelling/

Studiare non è imparare

A volte si trovano piccole riflessioni brillanti sulla scuola dove non te lo aspetti. Piccole non perché poco importanti, ma perché brevi. Dove non te lo aspetti non perché l’autore, l’autrice in questo caso, non sia brillante, lo è eccome, ma di solito parla di altre cose.

È successo oggi, sulla newsletter dedicata alla comunicazione online e ad altro di Mafe De Baggis (koselig).

Ecco la citazione:

(…) ancora oggi usciamo da scuola (università compresa) convinti che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose, che i fatti appresi siano certi e stabili, che si studi per immagazzinare nozioni e non competenze. Non è (solo) colpa della scuola, perché questa convinzione è figlia della cultura del libro e dell’alfabeto: per capire come fare qualcosa si studia, per studiare si fa riferimento a qualcun altro, vivo o stampato. Nessuno ci insegna da piccoli come imparare a imparare, anzi, da piccoli lo sappiamo benissimo, poi a scuola, piano piano, lo dimentichiamo, perché l’urgenza è sull’imparare a studiare, che no, non è la stessa cosa. 

Studiare non è imparare, non sempre. Siamo d’accordo. Studiare è approfittare dell’esperienza di altri, e non mi sembra un male. Ma la scuola insegna anche a imparare, nel significato inteso qui sopra. Perlomeno ci prova perché è una cosa molto più difficile da insegnare. Lo fa mettendo lo studente in situazioni in cui se la deve cavare da solo. Di solito lo studente non è contento: vuole la ricetta, il metodo pronto, la procedura da replicare: è più semplice e meno faticoso. Invece se ci deve arrivare da solo, deve pensare.

Ma la questione più grande, segnalata da Mafe e su cui noi insegnanti dovremmo riflettere, è questa convinzione che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose.

Perché si va a scuola?

Andrea Giudici, deputato PLR nel Gran Consiglio ticinese, scrive oggi sul Corriere del Ticino alcune considerazioni sensate sulla scuola e sul modo in cui portare avanti delle riforme. La prima cosa che dice è

La scuola è, in primo luogo, un’istituzione per la trasmissione critica del sapere (art. 2 Lscuola) non un’istituzione di socializzazione.

Non sono d’accordo: la scuola è un’istituzione che, fra le altre cose, promuove la socializzazione, perlomeno in alcune sue forme. E viene detto proprio nell’articolo 2 della legge della scuola. Eccolo qui, un articolo che mi piace molto, che mi guida nel mio lavoro quotidiano, che periodicamente rileggo (perché ho una pessima memoria), che mi sembra vada nella direzione della promozione della socializzazione:

Art. 2

  1. La scuola promuove, in collaborazione con la famiglia e con le altre istituzioni educative, lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà.
  2. In particolare la scuola, interagendo con la realtà sociale e culturale e operando in una prospettiva di educazione permanente:
    1. educa la persona alla scelta consapevole di un proprio ruolo attraverso la trasmissione e la rielaborazione critica e scientificamente corretta degli elementi fondamentali della cultura in una visione pluralistica e storicamente radicata nella realtà del Paese;
    2. sviluppa il senso di responsabilità ed educa alla pace, al rispetto dell’ambiente e agli ideali democratici;
    3. favorisce l’inserimento dei cittadini nel contesto sociale mediante un’efficace formazione di base e ricorrente;
    4. promuove il principio di parità tra uomo e donna, si propone di correggere gli scompensi socio-culturali e di ridurre gli ostacoli che pregiudicano la formazione degli allievi.

(fonte: Raccolta delle leggi del Canton Ticino)

La scuola che verrà

La scuola che verrà. Ne parlo da cittadino e da esperto di comunicazione, più che da insegnante. Che cosa secondo me non ha funzionato? Ai miei allievi insegno le teorie della diffusione delle innovazioni di Rogers, secondo cui aumentano le probabilità che un’innovazione venga adottata se il suo pubblico ne percepisce cinque attributi:

  • Vantaggio relativo: secondo Rogers, un’innovazione ha probabilità di essere adottata se se ne percepisce il vantaggio che se ne ricava. Nel caso de La scuola che verrà, sia il progetto sia la sua sperimentazione sono costose. Applicata a una scuola riconosciuta come valida, non si vede come La scuola che verrà possa portare un beneficio concreto. Non dico che non ci sia: dico che non è stato capito o comunicato appieno.
  • Compatibilità: un’innovazione, secondo Rogers, ha più probabilità di essere adottata se è compatibile con quanto esistente. La scuola che verrà modifica in modo importante l’esistente, che è un po’ come sostituirlo. Abbandonare l’esistente generalmente fa paura.
  • Limitata complessità: se l’innovazione è semplice (da capire, da usare), ci saranno più probabilità che venga adottata. Il progetto La scuola che verrà è complesso nella sua descrizione, nella sua sperimentazione e nella sua realizzazione. Probabilmente è inevitabile che sia così: quando si tocca una realtà complessa come quella scolastica non ci sono formulette facili. Ma la votazione è popolare, il popolo non ama le complessità.
  • Sperimentabilità: secondo Rogers, aumentano le probabilità di adottare un’innovazione se la possiamo sperimentare. Su questo si votava: sulla sperimentazione. Peraltro limitata nello spazio e nel tempo, con costi non indifferenti e sulla pelle di allievi innocenti.
  • Osservabilità dei risultati: in pedagogia e didattica è sempre difficile valutare l’impatto di un cambiamento o di un’innovazione. Le promesse di far valutare la sperimentazione non sono bastate. Probabilmente i non addetti ai lavori hanno ritenuto troppo vago e confuso il progetto di valutazione, gli addetti invece conoscono le complessità e sanno che è inevitabile, a questo stadio, non definire di più la valutazione.

Il lavoro che verrà

Sul Corriere del Ticino di sabato 7 aprile Ivano D’Andrea, CEO del Gruppo Multi, riflette sulla preparazione da dare ai giovani in vista del lavoro che verrà. Lavoro che sarà fortemente influenzato dalle tecnologie digitali.

Tra le altre cose, si dice preoccupato perché i giovani che incontra sono “spesso a digiu- no di queste tendenze” e quindi ritiene, giustamente, che la scuola dovrebbe fare qualcosa. “Per intenderci” precisa “non si tratta semplicemente di mettere PC e iPad nelle nostre scuole, ma di far capire ai giovani il mondo della tecnologia che ci circonda”.

Nel nostro piccolo, cerchiamo di farlo. Forse senza arrivare a studiare l’intelligenza artificiale, la robotica e l’analisi dei dati, ma avvicinando le tecnologie ai ragazzi e, soprattutto, facendoli riflettere sul modo in cui usano queste tecnologie.

Suggerisce inoltre di avvicinare le aziende più innovative con la scuola. Anche questa è una cosa che si cerca di fare, ma con una certa cautela. Una cosa è la scuola, un’altra la formazione aziendale.

La scuola evolve con la società. La sua struttura fatica a cambiare, è vero, ma all’interno delle aule il cambiamento c’è, anche se forse non è molto visibile. E forse è lento, ma è anche vero che la scuola deve offrire ai giovani una spiegazione del mondo che dev’essere prima metabolizzata dalla società (e dagli insegnanti).

Ivano D’Andrea, Preparare i nostri figli al «lavoro che verrà», in Corriere del Ticino, 7 aprile 2018, pag. 4.

Lo scandalo Facebook

Sarò anche ingenuo, ma non vedo un grande scandalo nella questione Facebook, Cambridge Analytica eccetera.

Cosa c’è di nuovo? Che fa soldi vendendo i nostri dati? Davvero? È da dieci anni che lo sappiamo. Se qualcuno avesse ascoltato, forse si sarebbe potuto fare qualcosa prima. Ma la ragione è semplice: rinunciamo a un po’ di privacy per approfittare dei vantaggi che il social network ci dà (così come tante altre tecnologie e servizi che ci tracciano).

Esattamente come rinunciamo a un po’ di libertà per avere sicurezza: qualche controllo ogni tanto per evitare che i criminali facciano ciò che vogliono. O possiamo vederla anche nel modo opposto: rinunciamo alla sicurezza per avere un po’ di libertà, cioè non ci facciamo controllare ogni dieci minuti ma ce ne possiamo andare in giro liberamente.

Di tutto quello che s’è scritto e letto, vorrei riportare tre cose.

Mafe De Baggis, nell’articolo Cambridge Analytica, se la colpa è sempre degli altri pubblicato su wired.it, dice tante cose intelligenti. Due in particolare mi hanno colpito. I dati che Facebook ha di noi sono imprecisi e invecchiano in fretta. E anche se fossero dati buoni, la differenza tra “avere profili costruiti sui dati” e “convincere qualcuno a fare qualcosa” è molto grande. Averli dà un vantaggio competitivo per fare comunicazione, ma non garantisce il successo di una campagna di comunicazione. Secondo Mafe, “questo lo pensa solo chi è convinto che Scienze della Comunicazione sia una barzelletta, cioè quasi tutti quelli che credono che fare comunicazione sia facilissimo, cioè quasi tutti.” Cerchiamo ora di non dare la colpa a Facebook e agli hacker russi per ogni malanno del mondo.

Nel post Sai quanto ci hanno guadagnato, Maurizio Codogno fa notare che Facebook sa ciò che noi gli abbiamo detto su di noi. Se, come fa lui, lo usiamo partendo dal presupposto che tutto ciò che diciamo è pubblico, non ci sono grossi problemi. Se evitiamo di usare Facebook per accedere ad altri servizi, impediamo a Facebook di sapere cosa facciamo altrove. Non più di quanto facciano gli altri.

Ma attenzione, non sto dicendo che bisogna sottovalutare il problema della privacy. Dico solo che non è che sia cambiato molto da quanto già si sapeva.

Le soluzioni? Luca De Biase, nel suo post «Senator…» Facebook è leggermente ingovernabile, ne suggerisce una che riprende da Morozov: l’interoperabilità dei dati. Data l’importanza che queste piattaforme rivestono nella vita sociale e professionale, dovrebbero essere obbligate per legge a consentire l’accesso ai dati in forma open. Questo significherebbe che Facebook non è più padrona dei miei dati, ma lo sono io. Sono io che decido, di quei dati, cosa concedere a Facebook o a qualsiasi altro servizio.

Assomiglia al concetto di open source, dove l’importanza non è tanto nei programmi, quando nel formato dei dati e nei protocolli. Facebook, e tutti gli altri, dovrebbero essere obbligati a consentire l’accesso anche a gente che proviene da altri servizi. Quindi, se io sono su Facebook e un mio amico è su un altro social network, potremmo comunque entrare in contatto e comunicare. Le cose andrebbero meglio perché ci sarebbe una vera concorrenza, che potrebbe giocarsi anche sulla tutela dei dati. Non voglio iscrivermi a Facebook perché non mi piace come tratta i miei dati? Bene, mi iscrivo a un altro servizio ma posso comunque interagire con la gente che sta su Facebook.