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Perché si va a scuola?

Andrea Giudici, deputato PLR nel Gran Consiglio ticinese, scrive oggi sul Corriere del Ticino alcune considerazioni sensate sulla scuola e sul modo in cui portare avanti delle riforme. La prima cosa che dice è

La scuola è, in primo luogo, un’istituzione per la trasmissione critica del sapere (art. 2 Lscuola) non un’istituzione di socializzazione.

Non sono d’accordo: la scuola è un’istituzione che, fra le altre cose, promuove la socializzazione, perlomeno in alcune sue forme. E viene detto proprio nell’articolo 2 della legge della scuola. Eccolo qui, un articolo che mi piace molto, che mi guida nel mio lavoro quotidiano, che periodicamente rileggo (perché ho una pessima memoria), che mi sembra vada nella direzione della promozione della socializzazione:

Art. 2

  1. La scuola promuove, in collaborazione con la famiglia e con le altre istituzioni educative, lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà.
  2. In particolare la scuola, interagendo con la realtà sociale e culturale e operando in una prospettiva di educazione permanente:
    1. educa la persona alla scelta consapevole di un proprio ruolo attraverso la trasmissione e la rielaborazione critica e scientificamente corretta degli elementi fondamentali della cultura in una visione pluralistica e storicamente radicata nella realtà del Paese;
    2. sviluppa il senso di responsabilità ed educa alla pace, al rispetto dell’ambiente e agli ideali democratici;
    3. favorisce l’inserimento dei cittadini nel contesto sociale mediante un’efficace formazione di base e ricorrente;
    4. promuove il principio di parità tra uomo e donna, si propone di correggere gli scompensi socio-culturali e di ridurre gli ostacoli che pregiudicano la formazione degli allievi.

(fonte: Raccolta delle leggi del Canton Ticino)

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Rete e relazioni

Ai miei allievi mostro il video di questo TED Talk: Stefana Broadbent, How the internet enables intimacy, TED Global 2009 (segnalato non so più da chi).

Stefana Broadbent, che si definisce una tech antropologist, ci fa notare che ognuno di noi ha una relazione stretta attraverso le tecnologie digitali con poche persone. Dalle quattro alle sette, a fronte delle decine di amicizie o contatti che stabiliamo sui social. Ma con queste poche persone desideriamo essere in contatto quasi costantemente.

Un tempo, sostiene Broadbent, si lavorava e si viveva nello stesso posto. Si lavoravano i campi accanto a casa, si lavorava nella bottega o nel laboratorio sotto casa, si abitava e si lavorava nel quartiere della propria corporazione.

Fu la rivoluzione industriale a separare nettamente il posto di lavoro e il luogo di si abita. Questo impedì di restare in contatto con i propri cari durante il lavoro. Si entrava in fabbrica e non si avevano contatti con i famigliari finché non ne si usciva. Si entrava in ufficio, nemmeno troppi anni fa, e non si comunicava con i cari fino a sera. Volendo si poteva: si poteva chiamare dal telefono dell’ufficio o andare in una cabina pubblica, ma richiedeva un certo impegno e si faceva solo quando davvero necessario. La scuola era (è) un modo per abituare i ragazzi a questa separazione lavoro VS. vita privata.

Oggi la rete e la possibilità di essere sempre online, anche dal posto di lavoro o di studio, ci consentono di tornare ai tempi in cui si era in costante contatto con i propri cari. Un messaggino, una chiamata veloce, un like su una foto, una chat sparsa nel tempo ci consentono di mantenere sempre aperto il canale di comunicazione, ci consentono di sentirci più vicini alle persone a cui vogliamo restare vicini. Chi lo impedisce (alcuni datori di lavoro) starebbero cercando di decidere come impiegare la nostra capacità di attenzione dietro la scusa della sicurezza informatica o dell’efficienza nel lavoro.

Se quest’ultima frase sembra un po’ forzata, il punto di vista di Broadbent è interessante e mi piace sottoporlo ai miei allievi. Quasi nessuno di loro conosce la sensazione di uscire di casa al mattino e di non aver la possibilità di sentirsi in contatto con qualcuno a casa per tutta la giornata.

Film: The Post

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The Post (2017), con Tom Hanks e Meryl Streep, di Steven Spielberg

Ho trovato The Post molto bello. Il film racconta un episodio reale, seppur lievemente romanzato. Si tratta del caso dei Pentagon Paper, che nel 1971 ha portato il Washington Post a occupare un ruolo nazionale

Oltre a spiegare un fatto storico importante, il film illustra piuttosto bene il funzionamento del giornalismo investigativo e mostra un celebre caso di whistleblower, che oggi dovremmo ricordare.

Diverse scene mostrano anche il funzionamento tecnico del giornalismo, con scrivanie senza computer e tipografie che usavano il piombo.

Meryl Streep è bravissima nel rendere il carattere di Katharine Graham, la proprietaria del Post. Ne rende molto bene anche l’evoluzione, dapprima timida, poi sempre più decisa.

Non ricordavo l’episodio dei Pentagon Papers (quello famoso è di qualche anno dopo: il Watergate) e sono andato a rileggermi le pagine dell’autobiografia di Katharine Graham dove se ne parla, sono appena una decina.

Nel film il presidente Nixon è talmente cattivo che sembra finto (invece è molto vero).

 

Saggio: Balbi e Magaudda, Storia dei media digitali. Rivoluzioni e continuità

Segnalo con piacere un saggio dell’amico Gabriele Balbi. Nella mia recensione su Amazon.it scrivo che questo è un libro adatto sia a chi non sa un gran che di storia dei media sia a chi già ne sa qualcosa, perché offre una visione specifica sui media digitali e sul loro ruolo nella storia negli ultimi decenni.

La conclusione, anticipata nel titolo, è che essi costituiscono sia una rivoluzione sia un’evoluzione basata sulla continuità.

Gabriele Balbi, Paolo Magaudda, Storia dei media digitali. Rivoluzioni e continuità

 

Racconto: Ted Chiang, La verità dei fatti, la verità dei sentimenti

Ted Chiang è uno che ha pubblicato poco, ma praticamente tutto ciò che ha pubblicato ha vinto qualcosa.

La sua fantascienza è molto vicina alla realtà del software e delle tecnologie digitali. In questo  racconto vi sono due temi che viaggiano in parallelo: da un lato l’impatto di tecnologie che possono registrare tutto quanto facciamo, dall’altro la scoperta della scrittura da parte di una società orale. Se il primo tema è interessante per una riflessione sul nostro futuro, il secondo è molto utile per capire il nostro passato.

Lo segnalo anche per ragioni didattiche: è un racconto che può aiutare a spiegare le tecnologie digitali e della comunicazione ai giovani. Forse lo userò.

Ted Chiang, La verità dei fatti, la verità dei sentimenti, Robot 74, Delos Books, Milano

Amici e amici

Come cambia l’amicizia nell’era di Facebook? Acquista memoria.

Lo spunto nasce dall’articolo The Limits of Friendship (Maria Konninova, 7 ottobre 2014, The New Yorker). È una piccola riflessione, quasi un appunto personale. Si parla del numero di Dunbar e delle sue implicazioni. La storia è interessante e merita di essere letta per intero (nell’articolo sul The New Yorker ci sono molti link), ma la riassumo in poche parole: Robin Dunbar è un antropologo inglese che ha messo in relazione la dimensione del cervello dei mammiferi con la dimensione del loro gruppo sociale di riferimento. Più il cervello è grande, più aumentano gli individui nel gruppo sociale. Viceversa, se il cervello è piccolo, il gruppo sociale è piccolo. L’idea è che serve un cervello grande per poter gestire molte relazioni.

Applicando la teoria all’uomo, Dunbar ha preso le dimensioni del cervello umano e ha ricavato il numero di relazioni sociali che un uomo o una donna sono in grado di avere.

In realtà, si parla di diversi numeri:

  • 150: conoscenti, persone a cui si riesce ad associare un nome e una faccia;
  • 50: amici, gente che si vede a una cena con altre persone;
  • 15: amici intimi;
  • 5: gruppo ristretto di supporto, amici amici e famiglia.

I componenti di questi gruppi non sono fissi: qualcuno passa da un gruppo a un altro, qualcuno esce e non rientra, qualcun altro potrebbe entrare. Le dimensioni dei gruppi, all’incirca, restano costanti.

E Facebook? Facebook è uno strumento che consente di gestire la nostra rete sociale, social network. Si possono individuare molte caratteristiche nella gestione della rete sociale attraverso uno strumento informatico come Facebook, ma quella che deriva dal numero di Dunbar è la memoria. Con Facebook e strumenti simili, nessuno esce mai dalla nostra rete sociale. Facebook ci permette di conservare la memoria di persone che abbiamo incrociato nella nostra vita anche per breve tempo per una relazione estremamente superficiale.