Tutti gli articoli di Marco Faré

lic. sc. com., specialista in comunicazione online, insegnante, autore

Romanzo, Fiori sopra l’inferno, di Ilaria Tuti

Un thriller praticamente perfetto. Ogni elemento della trama fa la sua comparsa al momento giusto. Ogni personaggio è presentato con sufficienti dettagli ma non troppi. Il mistero non è troppo misterioso ma nemmeno banale. Il commissario è abbastanza originale senza essere strampalato. Le ambientazioni sono più di uno sfondo, ma non rubano la scena ai personaggi. I colpi di scena sono dosati e discreti. La soluzione del mistero è verosimile, e non è nemmeno così importante perché è più interessante seguire le vicende dei personaggi.

Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno, Longanesi, Milano, 2018

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Romanzo, La chiave nel latte, di Alexandre Hmine

Ho deciso di leggere questo libro per due ragioni. La prima è che volevo scoprire un Premio Svizzero per la letteratura. Volevo capire se l’alta letteratura contemporanea potesse piacere anche a me (spoiler: sì, mi è piaciuto). La seconda ragione è che l’autore ha frequentato il mio stesso liceo, più o meno negli stessi anni in cui l’ho frequentato io. Lo conosco di vista, abbiamo (avuto) degli amici in comune, forse ci è anche capitato di salutari o parlare. Di lui, ricordo la delicatezza dei movimenti e lo sguardo curioso e discreto. 

Io sto zitto, guardo e ascolto. Mi vedo nel vetro della finestra. Chi sono? Dove vado? (Pag. 167)

Il suo non è un romanzo: è un diario in cui racconta dei momenti della sua vita. Ricordi spezzati, legati tra loro solo dai luoghi e dalle persone che lo circondano. Brani che vanno da un paio di righe a mezza pagina. Ognuno di questi brani è un piccolo capolavoro, curato nella lingua e nel lessico. Per chi è della nostra generazione, nati attorno alla metà degli anni Settanta, ci sono molti riferimenti a oggetti dell’epoca, tipicamente svizzero-italiani, così come ci sono molti modi di dire svizzero-italiani, con interessanti e spesso divertenti incursioni nel dialetto. Sempre dense di significato.

Il tema di fondo è quello della ricerca di una propria identità. Ricerca che riguarda tutti, ma che nel caso di Hmine è resa più difficile dalla sua origine marocchina. Nato a Lugano da madre marocchina, cresciuto a Vezio da una donna svizzera, Hmine vive con sentimenti contrastanti il rapporto con il suo paese d’origine, con la sua cultura e con la sua religione. 

Confronto che nel mio piccolo – piccolissimo – ho vissuto anch’io nei confronti dell’Italia, mia patria. Certo, la differenza culturale tra Canton Ticino e Lombardia non è profonda quanto quella con il Marocco, ma c’è e a volte mi sembra più difficile vivere le differenze quando queste sono piccole. 

Il libro è anche un interessante documento sul Ticino, scritto da uno che in Ticino è nato e cresciuto, ma che ha uno sguardo arricchito dal confronto con qualcosa di non ticinese. 

Alexandre Hmine, La chiave nel latte, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2018

#35af: Museo dei trasporti, Lucerna

Trentacinque anni fa. Circa. Credo fosse il 1984, ma non ne sono certo. La scuola elementare di Massagno portò la mia classe a visitare il museo dei trasporti di Lucerna. Scattai qualche foto. Sono passati più o meno trentacinque anni e ci sono tornato.

A sinistra lo scatto degli anni Ottanta, a destra quello attuale (clicca per ingrandire).

Ho tentato di riprodurre qualche scatto. Ho ritrovato parecchi oggetti, in posti diversi e con luci diverse. Cambia la prospettiva (ma non credo sia dovuto solo alla mia altezza), cambiano le tecnologie: dalla compatta a pellicola a una reflex digitale. Il plastico è quasi certamente stato spostato: ora è su di un soppalco circondato da un corridoio con il pavimento di vetro.

A sinistra lo scatto degli anni Ottanta, a destra quello attuale (clicca per ingrandire).

Il modello della chiusa dovrebbe essere ancora al suo posto, a giudicare dalla scala mobile.

Non ho ritrovato una capsula spaziale e nemmeno la tuta che avevo fotografato con molta emozione. O forse sì.

A sinistra lo scatto degli anni Ottanta, a destra quello attuale (clicca per ingrandire).

Romanzo: Doctor Reset, di Dario Neron

La lettura di Doctor Reset è merito di due persone: dell’autore Davide Staffiero (ho parlato del suo Il programma), che me l’ha consigliato, e della bravissima libraria Silvia, della libreria Taborelli di Bellinzona. Vendere libri è il suo lavoro, quindi che merito ha? Beh, mi sono presentato chiedendo Dottor qualcosa di Dario o forse Mario o forse Marco qualcosa (no, Marco me lo sarei ricordato), la casa editrice non la sapevo, ma lui è ticinese. E ha trovato il libro giusto, quindi è anche merito suo. 

Il romanzo. Dico subito che non mi è piaciuto moltissimo. Forse perché mi aspettavo un noir/thriller dal ritmo serrato, invece mi sono ritrovato un romanzo intimista, dove i pensieri del protagonista sono preponderanti rispetto alla trama. 

Il modo di scrivere è certamente interessante e curato. Il linguaggio è ricercato, frasi e periodi costruiti con cura, le metafore sono adeguate a un noir, quasi forzate, volutamente, per quell’aria un po’ autoironica che pervade tutto il testo. Qui e là si nota qualche regionalismo che mi pare stoni un po’. Il termine mantello per indicare un cappotto mi sembra sia tipicamente ticinese, per esempio. 

Lo spunto è fantascientifico: un metodo per cancellare parti della memoria di una persona, quelle parti che archiviano un evento, una storia d’amore o addirittura una persona. La trattazione vira più al noir. La trama in sé è abbastanza semplice. Non direi scontata, ma di certo non ti tiene incollato alle pagine per vedere come va a finire. È evidente che lo scopo non è quello. Gli eventi della trama sono scanditi dalla narrazione in prima persona, che si concentra soprattutto sui pensieri del protagonista, su cosa gli capita, o meglio su cosa pensa a proposito di ciò che gli capita. Un flusso di coscienza, si dice, come questo:  

La noia. Brutta bestai. Invade i nostri spazi, irrompe nel nostro esistere, nelle nostre case e si scava un tunnel attraverso la mente. Onnipresente e sempre pronta ad attaccare. Una nebbia calda fra il cervello e il cranio, sottile ma impenetrabile. Una sonnolenza densa davani agli occhi. Un susseguirsi di sbuffate, una più pesante dell’altra, che a farle in ascensore si rischierebbe di superare il limite di peso concessi. 

Il protagonista, Frank Doc, ultracinquantenne, sciupato, vive in una cella frigorifera, mangia e beve tanto e a scrocco. . È il perfetto protagonista di un noir, è esageratamente noir, così come gli altri personaggi, tutti assurdi, improbabili, forzati. Perfetti per questo romanzo. 

Il ritmo del romanzo è lento, soprattutto nella prima parte. I pensieri di Doc contaminano ogni pagina e non è sempre facile osservare il mondo dal suo punto di vista, sempre pessimistico – per finta, secondo me – e a volte confuso. 

Come detto, non mi è piaciuto moltissimo, ma è una questione di gusti. Mi ha comunque fatto piacere leggerlo: il romanzo è ben costruito, non per nulla ha vinto il premio InediTO nel 2016. L’autore è da tenere d’occhio. 

Dario Neron, Doctor Reset, Il camaleonte edizioni, 2017

Romanzo: Gli squali, di Giacomo Mazzariol

Ho sentito parlare – bene – di Giacomo Mazzariol da Fabio Geda, durante un corso organizzato dalla Scuola Holden. Geda ha guidato Giacomo nella stesura del suo primo romanzo, Mio fratelli rincorre i dinosauri (lo racconta brevemente qui). 

Quando è uscito Gli squali, secondo romanzo di Mazzariol, sono stato attratto dal tema: i giovani d’oggi e le tecnologie. Più o meno il mio pane quotidiano. 

Quello che ho appena concluso è un tentativo di ritrarre i giovani d’oggi, quelli che hanno diciannove o vent’anni, attraverso il racconto di alcuni di loro. Giovani di provincia, come quella in cui vivo, che si trovano di fronte le sfide del mondo. Il gruppo di amici, di cui Mazzariol racconta, sta per affrontare la maturità e tutto ciò che ne consegue: l’università, il lavoro, l’ingresso nella vita da adulti. In più, il protagonista Max, si trova coinvolto in una vicenda più grande di lui che ridefinirà i rapporti con gli amici e con i genitori. Vicenda un poco forzata ma interessante, e forse un pochino autobiografica. 

Cosa capisco, dei giovani d’oggi, dal racconto di un giovane d’oggi?

I giovani d’oggi sono spaventati perché pensano di essere gli unici e i primi ad affrontare certe sfide. In realtà, succede ogni volta che qualcuno compie diciott’anni, credo, e ogni generazione degli ultimi decenni ha trovato le sue sfide e le sue paure. Quella della mia generazione erano, come leggevo altrove, la bomba atomica, i drogati e l’aids. E poi, con la caduta del muro di Berlino, il nulla. È però vero che sono i primi a trovarsi di fronte un mondo che è anche digitale. Io, per dire, il mondo digitale l’ho incontrato a vent’anni, era il 1994. Siamo l’ultima generazione, diceva qualcuno, che ricorderà un mondo senza internet. I giovani d’oggi, invece, non ricordano un mondo senza internet, vedono un mondo ancorato alla rete, sanno di essere i primi a trovarsi in questa situazione, e sono preoccupati. 

Mazzariol, peraltro, dimostra di conoscere bene il mondo attuale, nelle sue declinazioni offline e online. È molto bravo nel descrivere il mondo delle App, sia dal punto di vista tecnico che da quello dei processi di lavoro. 

In sostanza, il romanzo mi è piaciuto abbastanza. L’autore ha un bel modo di scrivere, uno stile giovanile ma non forzato. È molto abile e rapido nel tratteggiare personaggi e situazioni, che si capiscono al volo dopo poche frasi. La storia è ben costruita, anche se non particolarmente articolata. Non ci sono elementi difficili, non è un giallo o un thriller, né fantascienza o fantasy, ma fila bene, ogni elemento ha il suo posto e ogni situazione è giustificata. 

A volte sfiora lo stereotipo, ma non ci cade quasi mai. Riesce spesso a dare qualche tocco di originalità a ogni personaggio e a ogni situazione. 

Ciò detto, non mi ha colpito al cuore. È una lettura piacevole che non mi ha lasciato tantissimo (a parte una cosa). Forse è un romanzo adatto più ai giovani, per capire che non sono soli davanti a certe sfide, per metterli in guardia di fronte a certi personaggi. Per aiutarli a capire che, squali o no, non devono fermarsi, ma non devono nemmeno correre. 

La cosa che di certo mi rimane, e che penso userò a lezione perché posso riferirla a un giovane, è la questione di cosa si vede in una presentazione. Un personaggio spiega a Max che si fa colpo sul pubblico, in una presentazione, grazie al corpo per il 50% (con corpo intende tutto ciò che vede: aspetto fisico, abbigliamento, pettinatura, sguardi, gesti, eccetera), alla voce (30%), ai contenuti che si portano (10%). Per il restante 10%, ciò che conta è la tua storia, chi credono di trovarsi davanti. 

Statistiche di questo tipo ne esistono, ci credo fino a un certo punto, non so che fonte scientifica abbia questa, è discutibile, ma forse è tragicamente vera, ed è bene rendersene conto. 

Giacomo Mazzariol, Gli squali, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018

Saggio: Bassa risoluzione, di Massimo Mantellini

Seguo Mantellini da anni, leggo il suo blog e gli articoli che pubblica altrove. Ho letto e commentato il suo La vista da qui.
Di Mantellini apprezzo la competenza e la capacità di esprimere il suo punto di vista in modo chiaro e brutale. Di solito mi trovo d’accordo.
Su Bassa risoluzione ho qualche perplessità. Da un lato non sono sicuro di capire del tutto il concetto dietro a questa espressione. Dall’altro non mi convince, ma suppongo che l’ho capito male e in sostanza la penso come Mantellini senza accorgermene.

In poche parole, in Bassa risoluzione Mantellini sostiene che, a causa delle tecnologie digitali, le nostre aspettative si sono ridotte. Non pretendiamo più la qualità, ma ci accontentiamo di ciò che troviamo. Esempi: la musica, visto che ci accontentiamo della qualità MP3 invece che ricercare l’alta fedeltà, o le foto, che scattiamo con il telefonino quando una reflex farebbe meglio. E questo lo applichiamo a tutto, anche all’informazione, ai film, alla politica, all’arte, all’educazione (?). Ma il problema è soprattutto che tendiamo a considerare bellissime le foto scattate con il telefonino, senza renderci conto che in realtà non lo sono, che con una reflex si farebbe meglio.

Le obiezioni mi riescono facili. Comincio dallo sforzo di produzione: la reflex fa foto migliori se chi la maneggia lo sa fare, altrimenti meglio il telefonino che con il suo software fa un lavoro migliore di un incompetente umano. Poi la praticità: il telefonino l’ho sempre con me, la reflex pesa e me la devo portare in giro.
(Io la reflex la uso, ho fatto dei corsi, non sono di certo un fotografo esperto ma ne so abbastanza per sfruttarla. A volte me la porto in giro, ma devo pianificarlo.)
Infine le funzioni: scattare una foto con il telefonino mi permette di condividerla immediatamente con una persona, con il mondo intero.

Le mie obiezioni sono applicabili anche agli altri campi in cui Mantellini parla di bassa risoluzione? Forse. Gli MP3 hanno certamente una qualità sonora inferiore, è scientifico, ma sono trasportabili più facilmente.

Allora forse il problema è di percezione: dobbiamo stare attenti a percepire la qualità delle foto che scattiamo o della musica che ascoltiamo. Essere consapevoli che alcune cose sono a bassa risoluzione per certi aspetti, perché preferiamo che abbiano altre qualità. L’MP3 ha una bassa qualità sonora ma è più trasportabile. La foto del telefonino ha una scarsa qualità fotografica ma il telefonino ha le funzioni per condividerla.

Sarò forse miope, ma non mi preoccupa la Bassa risoluzione, perché io sono consapevole di cosa uso a bassa risoluzione e cosa no. Ma capisco il discorso di Mantellini. Qualche tempo fa ho fatto vedere ai miei allievi un film. L’ho fatto partire dal computer di scuola, proiettato tramite un proiettore (beamer), e ho chiesto loro se il formato era giusto. Mi hanno detto di sì. Dopo mezz’ora mi sposto tra loro e guardo le immagini e mi sono accorto che erano schiacciate. Il formato non era quello giusto. Non era un 16:9 rispetto a un 4:3, la differenza era meno marcata, ma si notava. Eppure per loro andava bene. Peraltro io ho guardato Dune, penso nel 1988, nella sala tv di un albergo, su un televisore bombato, di sbieco. E mi è piaciuto.
Forse è di questo che ci dobbiamo preoccupare: educare i giovani a capire dove sta l’alta risoluzione e dove la bassa. A trovare il compromesso tra le due.

Massimo Mantellini, Bassa risoluzione, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018

Robot 84

Silvio Sosio (a cura di), Robot 84, 2018, Delos Books, Milano.

Qualche commento ai racconti del numero 84 di Robot.

I Figli del Millenio, di Kristine Kathryn Rusch, parla di un concorso assurdo, del tutto condizionato dal caso, che influenza la vita di molte persone. È un bel racconto, ben scritto e ben tradotto, nonostante si notino alcuni errori qui e là. Vengono date scarse informazioni sull’antefatto, a volte fin troppo scarse: ci vuole parecchio tempo per capirci qualcosa. 

Magical Mystery Tower, di Graziano Versace, è un racconto decisamente psichedelico con riferimenti a una cultura che probabilmente non capisco. 

Io aggiusto, di Davide De Boni, ha il sapore del classico horror. Ma di quelli che fanno paura davvero. Davide si conferma un autore capace di scrivere. 

Testa di pecora, di Fabio Aloisio, non mi è piaciuto molto. È un racconto molto strano, con idee davvero originali. 

Un mondo che svanisce, di Alain Voudì. In un mondo normale si insinua un elemento strano che potrebbe uscire dalla mente di Buzzati. Inquietante. 

L’Eremita di Houston, di Samuel R. Delany, racconta la storia di una relazione e contemporaneamente di una società. Mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più del contesto, di cui si dice poco, ma affronta temi importanti. 

Rivista WMI 52, un commento

Leggo soltanto ora il numero 52 della Writers Magazine Italia, uscito a settembre 2018 e dedicato a: La grammatica – Agenzie letterarie – La scaletta – Sergio Fanucci – Mystfest – Premio WMI

Ecco l’indice:

  • Poesia: Da Petrarca a Bondì, di Laila Cresta
  • Casa, Racconto di Samantha Sebastiani
  • Scrittura: La grammatica, di Laila Cresta
  • Intervista: Franco Forte al Mystfest, di Filippo Radogna
  • Un posto di responsabilità, Racconto di Guido Anselmi
  • Letti per voi: Neria De Giovanni, Tacita Muta, La dea del silenzio di Laila Cresta
  • Scrittura: Agenzie letterarie di Franco Forte
  • Ero il nulla, Racconto di Liudmila Gospodinoff
  • Letti per voi: Angela Davis, Donne, razza e classe, di Laila Cresta
  • Tecnica: La scaletta di un’opera, di Luca Di Gialleonardo
  • Polvere di buio, Racconto di Antonio Tenisci
  • Letti per voi: Laila Cresta, La maestra e la strega, di Antonella Grimaldi
  • Niente lacrime per Cleopatra, Racconto di Macrina Mirti
  • Letti per voi: Patrizia Marzocchi, Il diciassettesimo conte, di Laila Cresta
  • L’intervista: Sergio Fanucci
  • Vincitori 42° premio WMI:
  • Skull’s Hill di Maria R. Del Ciello
  • Exit di Simona Godano
  • Secessione di Marco Pacchiarotti

Ed ecco il mio commento a parte dei contenuti.

  • Casa, di Samantha Sebastiani. È il racconto che mi ha lasciato più perplesso perché, per quanto scritto bene, non mi ha detto gran che. 
  • Un posto di responsabilità, di Guido Anselmi. Narrato con toni leggeri e quasi comici, delinea in realtà una situazione dai risvolti drammatici. Il racconto è costituito da un lungo dialogo serrato a scansione diretta. 
  • Ero il nulla, di Liudmila Gospodinoff. È una sorta di poesia in prosa. 
  • Polvere di buio, di Antonio Tenisci. L’ho trovato un po’ difficile da seguire. C’è una storia d’amore e un terremoto, i piani temporali sono due, c’è un’alternanza tra il prima e il dopo. È una storia di speranza, e questo è positivo, ma mi sono perso un po’ troppe volte e quindi l’ho trovato non del tutto efficace. 
  • Niente lacrime per Cleopatra, Di Macrina Mirti. La vita ordinaria e tranquilla di una veterinaria, con un marito e un bambino piccolo. La morte di un animale che ha salvato anni prima la porta a mettere in discussione la visione normalmente accettata di bene e di male, e cerca di trasmetterla a suo figlio. Si percepisce il suo disagio verso l’umanità, che ha scarse speranze di migliorare. Disagio però anche verso la sua vita, la sua situazione, sembra che questo marito appena tratteggiato non la coinvolga più di tanto. Una scrittura molto esplicita e lineare, che ricalca la normalità della situazione. 
  • Skull’s Hill, di Maria R. Del Ciello (vincitore Premio WMI 42). Questo testo racconta un episodio di una rivolta. Una situazione particolare, che sembra rappresentare tutte le situazioni simili. Protagoniste le donne. La scrittura è, soprattutto all’inizio, sincopata, interrotta, continuamente, in un modo che ben rappresenta la tensione della protagonista. C’è molto non detto e anche in questo caso non è sempre facile seguire la storia. 
  • Exit, di Simona Godano (secondo classificato Premio WMI 42). È un racconto strano, inizialmente difficile da classificare. Sembra un sogno, una visione, ma ha elementi concreti che suggeriscono al lettore una situazione reale e distopica, ma si chiude di nuovo con la sensazione che sia tutto un pensiero. Una via di fuga pare esistere. 
  • Secessione, di Marco Pacchiarotti (terzo classificato Premio Wmi 42). Qui la scrittura è più chiara, la situazione viene descritta abilmente e chiaramente. Siamo in una distopia dove le frontiere continuano a crescere, addirittura di quartiere in quartiere. Assistiamo alle vicende e alle riflessioni di un uomo che cerca di sopravvivere in questa situazione. 

Per quanto riguarda la saggistica, ho molto apprezzato La scaletta di un’opera di Luca Di Gialleonardo, dà dei consigli e delle tecniche molto interessanti per imparare a strutturare un romanzo. Tecniche che comportano l’uso del software Excel, ma che l’autore implementa per Scrivener nella nuova edizione del manuale dedicato al miglior software di scrittura creativa dell’universo. Notevole pure l’intervista a Sergio Fanucci nella sua veste di editore e di scrittore. 

Franco Forte (a cura di), Writers Magazine Italia numero 52, Delos Books

Romanzo: Per mia figlia, di Luca Bortone

Per mia figlia è il secondo romanzo di Luca Bortone, che ho conosciuto l’anno scorso durante un corso organizzato dalla Scuola Holden. Luca ama le storie torbide, in cui la tranquilla normalità svizzera viene sconvolta da crimini violenti, da eventi devastanti per le persone colpite. Il suo occhio non sembra voler indagare tanto il mistero quanto la mente delle persone coinvolte. In questo romanzo, l’attenzione non è per il criminale o la vittima, ma per il padre della vittima. Luca analizza i sentimenti di quest’uomo e lo fa attraverso la descrizione dettagliata delle sue azioni, della sua reazione al crimine che ha coinvolto la figlia. In questo senso avrei trovato più efficace un’applicazione stretta del punto di vista (sì, è una mia fissa), che qui salta da un personaggio all’altro anche in poche righe. Un maggiore coinvolgimento del lettore si sarebbe ottenuto dedicando ampi capitoli al padre e alternandoli con gli altri personaggi importanti: moglie, investigatrice privata, poliziotta, figlia, cattivi.  

La storia coinvolge, i colpi di scena, grandi o piccoli, sono continuamente proposti con l’abilità di chi desidera tenerti incollato alla pagina. Il modo di raccontare è molto visivo: i pensieri dei personaggi chiariscono i loro sentimenti e sono arricchiti dalla narrazione di ciò che fanno, esibendo con competenza la tecnica dello “show, don’t tell”, soprattutto nei dialoghi. 

A volte quest’attenzione ai dettagli mi è parsa esagerata. Per esempio alcune scene sono appesantite dal resoconto di ogni singolo movimento compiuto dai presenti, senza che questo dica qualcosa sul personaggio più di quanto già fatto. Oppure vengono forniti molti particolari di personaggi che appaiono e scompaiono nel giro di poche pagine. In alcuni casi ho percepito questi brani come divagazioni o rallentamenti che distraggono dalla storia principale, che cattura l’attenzione e quindi il lettore ha voglia di accelerare per sapere come procede, mentre sembra che l’autore voglia pigiare il freno. 

In ogni caso, al di là di un paio di sviste che andavano intercettate a livello di editing, la complessa costruzione che Luca ha imbastito, con tanti personaggi ed elementi, funziona bene, ogni cosa ha il suo posto e non è difficile districarsi per le oltre trecento pagine del romanzo. null

L. Bortone, Per mia figlia, Panesi, 353 pp., 2017

Romanzo: Il giardino dei semplici, di Gerardo Bramati

Gerardo Bramati, che ho conosciuto durante i suoi studi universitari, ha scritto questo romanzo con autentica passione. Si sente, si percepisce da ogni frase l’amore che ha per l’Inghilterra medievale. La storia è piuttosto classica: è un giallo. C’è il morto, l’investigatore che affronta un mistero complesso e le forze del bene che si scontrano con quelle del male, ma non è facile capire quale sia il bene e quale il male. La storia è ben strutturata, anche se non sono un esperto di gialli penso che riuscirei a vedere buchi di trama o incoerenze, e non mi pare sia il caso. Mi ha solo stupito la rapidità con cui un cavaliere si riprende, dopo uno scontro con due fuorilegge, da ferite che mi erano sembrate piuttosto gravi e difficili da curare per l’epoca. Peraltro, non ho un’idea molto precisa sulle capacità mediche della fine del Quattrocento. Ma la storia, in fondo non è così importante. Ciò che Gerardo riesce a rendere molto bene è l’ambientazione e lo fa grazie a due elementi. Innanzitutto, propone delle descrizioni accurate e dettagliate dell’architettura e delle usanze. Gerardo esibisce una notevole competenza del periodo storico. Personalmente le ho trovate a volte troppo dettagliate, ma si tratta di gusti. Il secondo elemento con cui l’ambientazione viene resa è il linguaggio, sempre ricercato e adeguato al periodo storico, sia nella costruzione delle frasi e dei periodi, sia nel lessico. Gerardo usa una lingua che talvolta può apparire stereotipata, ma non lo è, ha un suo stile personale e questo lo rende uno scrittore da tenere d’occhio. 

Alcuni personaggi sono ben presentati, altri probabilmente avrebbero meritato più spazio. Penso al monaco che accompagna padre Alan o al cavaliere che viene ferito o ai molti personaggi minori di cui si perde un pochino il filo perché c’è spazio solo per una descrizione sfocata.

Dal punto di vista tecnico, la storia è narrata tendenzialmente dal punto di vista di padre Alan (narratore omodiegetico con focalizzazione interna). Ma non sempre: a volte si cambia punto di vista, a volte si ha l’impressione di passare a un narratore onnisciente, e a volte non si capisce molto bene. Forse si sarebbe potuto ottenere un’attenzione del lettore più stretta attraverso un’immedesimazione più serrata sull’investigatore, mantenendo il punto di vista rigorosamente su di lui per tutto il romanzo. Forse, sono scelte.  

G. Bramati, Il giardino dei semplici, Watson Edizioni, 158 pp., 2018