Concorso castelli di carta 2020

Edizione da lockdown, questa del Castelli di carta 2020, tema Paesaggi fantastici. Oltre 270 racconti perventuti, quattro vincitori per la categoria bambini+ragazzi, otto per a categoria adulti, tra cui il mio Non è un paese fantastico.

Sono riuscito a filmare la lettura pubblica del racconto, magistralmente tenuta da Pietro Aiani, con l’introduzione della presidente della giuria. Purtroppo la qualità tecnica del video e dell’audio è scarsa.

Docu-film: The Social Dilemma

The Social Dilemma è un docu-film del 2020, distribuito su Netflix, che si occupa delle influenze negative dei social media sulle persone e sulla società. Il punto di partenza è la domanda: come fanno i social media a essere gratis? La risposta è che il prodotto siamo noi.

Il film ha due filoni: quello delle interviste e quello della narrazione.

Le interviste sono rivolte ad alcuni protagonisti dei social network, persone che ci hanno lavorato, persone che hanno sviluppato funzionalità importanti dei sistemi che ora criticano.

Le critiche principali riguardano la dipendenza dai social media e le possibilità di manipolazione che le aziende che gestiscono i sistemi di social networking hanno, grazie a ciò che sanno di noi e agli algoritmi che ci propongono contenuti.

Le narrazione esemplifica quanto gli intervistati affermano mostrando la vita di una normale famiglia americana, dove le cene sono passate in silenzio, ognuno concentrato sul suo telefonino. La mamma cerca di fare conversazione, la figlia pre-adolescente è schiava della sua immagine, il figlio adolescente viene radicalizzato dai video che guarda continuamente, l’altra figlia, più grande, è l’unica sana perché non ha il telefonino.

Il docu-film ha certamente degli aspetti positivi. Prima di tutto, mostra e spiega chiaramente e con semplicità (forse troppa) alcune questioni problematiche a chi non ha mai approfondito il tema. Per questo è molto adatto a essere visto insieme ai più giovani: può scatenare una discussione e un confronto e può aiutarli a vedere un lato dei social media finora poco considerato.

Ci sono però molte cose che non mi sono piaciute.

Prima di tutto, come documentario è decisamente di parte. Non c’è mai contraddittorio.

Poi affronta problemi che non sono per nulla nuovi, anche se per qualcuno potrebbero suonare nuovi. Privacy, manipolazione, algoritmi, tutte cose di cui si parla da almeno un decennio, ma anche di più volendo uscire dall’ambito dei social media.

Il desiderio di farsi capire da tutti porta gli autori e gli intervistati a non approfondire mai i concetti. A memoria, non mi pare di aver sentito parlare di big data, per esempio. Il linguaggio è fin troppo semplice, i concetti appena accennati, e gli intervistati parlano tanto, raccontano le loro paure e i loro timori, ma raramente portano elementi concreti.

Ma l’aspetto più problematico del docu-film, secondo me, è che fa ricadere tutte le colpe sui social media, tanto che sembra che i movimenti populisti non esisterebbero, senza i social media. Forse però vale la pena ricordare che il populismo è nato ben prima dei social.

E dimentica una cosa importante, questo docu-film: dimentica che la gente ha una testa, che può usare per non essere manipolata da sistemi, peraltro ancora piuttosto rudimentali, che si basano sui dati che un individuo immette in rete (tanti dati che però non sono una copia completa e fedele dell’individuo al di fuori della rete).

Certo, la gente va istruita, è necessario capire i social media per usarli. Capire che posso scegliere cosa dire di me alla rete, capire che quello che la rete mi propone non è casuale. Serve una cultura, servono educazione e formazione. Il docu-film non ne parla e non se ne occupa, nemmeno dando qualche piccolo consiglio pratico, adatto anche ai meno esperti, su come fare per scovare le bufale, le leggende metropolitane o le fake news. Consigli che fortunatamente si trovano altrove.

Il problema più grosso che solleva, a mio modo di vedere, è la manipolazione politica, di cui ci sono prove piuttosto concrete. Però accenna solo di sfuggita a Whatsapp, applicazione che ha un ruolo importantissimo nella diffusione di notizie ma che non segue i concetti della manipolazione tramite algoritmi di cui si parla. Il docu-film invece si concentra quasi solo sui video e sull’algoritmo che ce li propone (ma si parla di Facebook e Youtube, non di Netflix). Invece su Whatsapp, il fatto che le notizie false vengano diffuse è solo e semplicemente colpa della gente che le diffonde (cfr. Casey Newton, What ‘The Social Dilemma’ misunderstands about social networks, The Verge)

Jeff Orlowski (2020), The Social Dilemma, Netflix

Update: aggiungo qualche riferimento di approfondimento

Pranav Malhotra, The Social Dilemma Fails to Tackle the Real Issues in Tech, Slate, 18.9.2020

Facebook, What ‘The Social Dilemma’ Gets Wrong

Romanzo: Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti

Per questo romanzo non metto la foto della copertina rubata dal sito dell’editore, ma una foto che ho scattato alla mia copia, nel migliore dei posti dove si possa leggere.

È un romanzo molto simile al precedente, di cui scrissi qualcosa un anno fa. Ritroviamo gli stessi personaggi principali, le stesse ambientazioni. La lingua è piacevolmente raffinata, ricca di particolarità regionali, che arricchiscono senza infastidire. Al tempo stesso, però, è un romanzo diverso. Più maturo, i personaggi vengono approfonditi, la trama è più complessa. Nel complesso mi è piaciuto più del primo.

Ilaria Tuti, Ninfa dormiente, Longanesi, Milano, 2019

La radiosveglia

Oggetto quasi antico, esiste ancora? Ormai si usa il telefonino. In effetti la mia sopravvive come orologio con scritte grandi e luminose. Ho temuto di perderla per un led rimasto acceso, ma ora l’allarme è rientrato. Ce l’ho da circa trent’anni.

La DAR: Didattica Ampliata dalla Rete, un bel neologismo

Credo che valga la pena riflettere su un paio di concetti esposti da un anonimo insegnante di lettere in un liceo lombardo, pubblicata sul blog di Massimo Mantellini.

La didattica a distanza ha avvicinato insegnanti e famiglie, portando l’insegnante in casa. Ciò che viene fatto a scuola non è più riferito dall’allievo, ma visto in prima persona dal genitore.

La didattica a distanza ha accentuato la responsabilità dell’allievo, a cominciare dalla presenza: “Ogni studente ha dovuto scegliere se darsi da fare, apparire solo come un’icona o non connettersi affatto: se la presenza del corpo non è più obbligata, chi può sanzionare l’assenza dello spirito?”

Sulla valutazione: “Nelle prove a distanza, ad esempio, c’è qualche accorgimento per rendere le frodi un pochino più difficili, ma il controllo è impossibile.” Allora vale la pena pensare a modalità di valutazione che non richiedano il controllo in classe durante la verifica: riflessioni, sintesi, approfondimenti,…

Molti hanno capito che il testo scritto a mano è anacronistico: “il tema scritto a mano sul foglio di protocollo è un relitto che oscura e ostacola molte competenze (impaginazione, grafica, struttura del testo…)”

“Soprattutto, spero che la burocrazia del ministero continui a non accorgersene, come se la dar fosse una copia della didattica in aula. Altrimenti pioveranno circolari e piani e griglie e obiettivi e finalità. Tutti da declinare in riunioni fisiche, salvare in pdf e stampare su carta.”

Fonte: Lettera di un insegnante sulla didattica a distanza, in Manteblog.

Robot 88

Un commento a ciò che mi è piaciuto o mi ha colpito del numero 88 della rivista di fantascienza Robot.

Coraggiosa. Uno spin-off di Mondo9, di Dario Tonani. Sempre piacevoli le incursioni di Dario su Mondo9. Questa volta ci racconta di una Naila giovane, che muove i primi passi come capitano di una nave a ruote. Un’avventura molto delineata che ci aiuta a capire meglio questo straordinario personaggio.

Vent’anni dopo, di Lanfranco Fabriani. Viaggi nel tempo gestiti da una sgangherata agenzia italiana, colma di intrighi e lotte di potere che si estendono attraverso i decenni. Originale, divertente, questo racconto risente probabilmente della sua aderenza all’ampio mondo dell’UCCI creato da Fabriani. Non avendo letto le altre opere, intuisco che dietro ad alcune cose c’è molto di più, che io non vedo.

Se alla prima non ci riesci, provavi, provaci ancora, di Zen Cho. Il mio preferito di questo numero: una bella storia d’amore in cui fantasy e fantascienza si incontrano insieme alla cultura cinese. Creature fantastiche, temi moderni, davvero bello.

Romanzo: La bambina e il nazista, di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli

Attenzione: questo commento contiene spoiler. 

La bambina e il nazista (di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli, Mondadori) è un romanzo difficile da leggere. Non perché sia scritto in modo complicato. Anzi: la scrittura è elegante e pulita, è scorrevole, la tensione che gli autori creano spinge a girare pagina. Ma la storia è dura, il protagonista, in cui ci immedesimiamo perché così funziona nei romanzi, è un nazista che fa cose da nazista. Malvolentieri, ma le fa. È un uomo pieno di contraddizioni. 

E infatti, più che la storia della bambina, mi ha colpito quella di Hans, il nazista. Mi immagino quanti, come lui, si siano trovati nella sua situazione. Dover obbedire e fare cose orribili per evitare una punizione certamente dolorosa. Hans ha avuto il coraggio, se non di ribellarsi, perlomeno di fare qualcosa di buono (con un prezzo alto, però). Io l’avrei avuto, quel coraggio? 

Nemmeno il lieto fine, che non è proprio proprio lieto, riesce a consolare il lettore dopo tutto quel che ha letto, dopo aver assistito a quanto ha visto Hans, a quanto ha fatto Hans. 

Temi difficili, dolorosi, necessari, affrontati con coraggio, delicatezza, durezza, da un punto di vista, quello del nazista, di sicuro molto difficile da gestire. 

Sul piano tecnico, il romanzo è strutturato in 49 capitoli, ognuno dei quali suddiviso in capitoletti. Gran parte del romanzo ha il punto di vista di Hans, tranne alcuni capitoli che riportano quello di altri personaggi. Di Hans viene mostrato tutto: pensieri, azioni, dubbi, rimorsi. È un protagonista completo, che emerge dalle parole con incredibile chiarezza. 

Degli altri personaggi, alcuni sono appena accennati, ma è sufficiente quel poco che viene detto per comprenderli e immaginarseli. I loro tormenti, i loro dubbi, le loro sofferenze. Soprattutto in quelli che metterei grossolanamente nella categoria dei personaggi positivi. Meno incisivi, secondo me, i personaggi negativi.

Un altro discorso va fatto per la bambina. Di tutti i personaggi, mi sembra quello meno esplorato e meno approfondito. Leah è poco attiva, raramente esprime i suoi pensieri o si oppone a quanto gli viene chiesto. Sembra quasi essere un MacGuffin, un ”oggetto di valore” per usare una terminologia un po’ tecnica. Attorno a lei ruota tutta la storia, ma lei sembra non riuscire a emergere. 

Un libro necessario per non dimenticare. 

Franco Forte e Scilla Bonfiglioli, La bambina e il nazista, Mondadori, Milano, 2020

Romanzo: L’inguaribile, di Tommaso Soldini

Di questo romanzo ho molto apprezzato la lingua. L’inventiva dell’autore è molto interessante. Usa espressioni colloquiali in modo raffinato e azzeccato. 

“Questo gli stava accadendo da quando Gemma lo aveva abbandonato, gli si era inceppato il cosa fare. “ (pag. 228)

Oppure tronca le frasi tanto si capisce lo stesso. Ma lo fa bene: “D’altra parte non aveva nessuna voglia di portarla al ristorante, sarebbe bastato incrociare un conoscente e la frittata sarebbe stata.” 

L’uso dei nomi di luogo senza la prima lettera (Ondra, Enezia, Ellinzona,…) aumenta il senso di irrealtà. Stacca dal mondo reale ma al tempo stesso dice non siamo così lontani. 

Il romanzo racconta una storia d’amore e una storia di investigazione, che poi è una storia d’amore pure quella. Il ritmo è rapido nella lingua ma lento negli eventi. Il protagonista ragiona molto, medita, pensa, riflette. Fa anche delle cose, ma non sono quelle che restano in mente. Qualcuna sì: le visite alla casa di piacere restano in mente perché avvengono scene esagerate, tanto che si ha il dubbio se sono reali o immaginate. Altre scene invece sono brutalmente realistiche, come la descrizione del taglio delle unghie dei piedi. 

Ho prestato attenzione alla gestione del punto di vista e, complice la lingua a volte molto asciutta, capita che non è facile seguirne i percorsi. Io credo che l’autore mescoli volutamente i fatti che capitano al protagonista Michele con le sue riflessioni (sue di Michele, sue dell’autore?) e ricostruzioni della vicenda giornalistica che sta ricostruendo, quella di Roby Ratter. Tra la sua storia e quella di Roby, Michele nota dei parallelismi, sottolineati dall’autore in una mescolanza che a volte confonde il lettore, che si trova invischiato in vicende diverse ma su cui i pensieri si somigliano. 

Vicende romanzate ma reali: quella di Roby Ratter è chiaramente ispirata a fatti reali avvenuti alcuni anni fa in Ticino. O in Icino?

Tommaso Soldini, L’inguaribile, Marcos y Marcos, Milano, 2020

Romanzo: Macchine come me, di Ian McEwan

Fantascienza oppure no?

Pare che Ian McEwan abbia dichiarato, con un certo sdegno, che no, il suo Macchine come me non è un romanzo di fantascienza. 

Ma, dico io, non dovrebbe essere il mercato o la comunità culturale a decidere il genere d’appartenenza di un’opera? 

D’altra parte, come decidere? L’unica definizione sensata di fantascienza è quella di Norman Spinrad: “la fantascienza è ciò che scrivono gli scrittori di fantascienza” (S. Sosio, I confini dell’universo, in Robot 63, pag. 4, Delos Books). Io credo che la risposta sia sì e no. Vediamo perché.

Sì, è fantascienza. 

Ha senza dubbio alcuni elementi di fantascienza, e di quella “dura”, quella più tecnica. Per esempio, la questione del problema matematico P e NP, irrisolto in realtà, ma che nel romanzo invece è risolto e serve come base per l’intelligenza artificiale inserita negli androidi. Oppure il 1982 alternativo, con telefonini, internet e altre amenità tecnologiche. E i suoi aspetti storici, che classificano Macchine come me nel genere storia alternativa. E, più in generale, il tema di fondo è fantascientifico: l’impatto che una tecnologia ha sulla società, l’esplorazione delle interazione di una macchina con l’uomo. La domanda esistenziale su che cos’è un uomo non è strettamente fantascientifica, ma qui è declinata nel confronto con un androide. 

No, non è fantascienza. 

Ma forse ha ragione l’autore: non è fantascienza perché questo romanzo non è scritto da un autore di fantascienza. Non è nemmeno scritto per lettori di fantascienza, infatti si rivolge chiaramente a un pubblico non abituato a questi temi. Lo si nota perché è ricco di spiegazioni e informazioni che uno scrittore di fantascienza non avrebbe proposto. Non lo fa male, voglio dire, Ian McEwan è uno che scrive benissimo. Non c’è infodump, ma, per esempio, ma ci sono tanti elementi che sembrano aggiunti cosmeticamente per differenziare la realtà alternativa del romanzo dalla nostra. Alcuni hanno un senso nella trama: la guerra delle Falkland, la sopravvivenza di Turing, ma altri? Uh, guarda, in questa realtà i Beatles esistono ancora. 

Inoltre McEwan ignora, di sicuro volutamente, le tre leggi della robotica. Queste leggi fanno parte della cultura collettiva quando si parla di androidi, non si può non affrontare il problema. Non è detto che lo si debba porre negli stessi termini in cui l’ha posto Asimov, ma perlomeno sfiorare la questione è fondamentale. Tanto più che l’androide prima disubbidisce al suo proprietario (non gli permette di spegnerlo) e poi gli fa del male, mentre gli altri si suicidano allegramente. Con tutto quello di buono e di cattivo che si è scritto sulle macchine intelligenti, non affrontare il problema mi sembra superficiale, per un autore di fantascienza. McEwan non lo affronta. È un problema? Sì, secondo me, e non solo per la questione fantascienza o no: è un problema perché l’atteggiamento di Adam in quell’occasione è, a mio parere, inverosimile (vedi sotto). 

Cosa mi piace

La scrittura. Mi piace molto il modo in cui, nelle prime pagine, McEwan riflette sul rapporto tra il protagonista e la vicina di casa. Questi temi sono decisamente più convincenti delle riflessioni su Adam. Non avevo mai letto nulla di McEwan o di autori così alla moda. In genere preferisco frequentare i bassifondi della letteratura. 

Cosa non mi piace

Tre aspetti importanti e alcuni dettagli. 

Prima di tutto, alcune cose non sono verosimili. Possibile che l’umanità produca 25 androidi e questi vengono messi in vendita a un prezzo irrisorio e lasciati circolare come se nulla fosse, senza affrontare minimamente problemi etici o legali. Che succede se un androide uccide qualcuno, di chi è la colpa? Ne parliamo per le auto autonome, che sono ancora piuttosto distanti da essere reali, ci si aspetta che i giornali, ogni tanto, affrontino il tema. Invece niente, Charlie, pur seguendo la cronaca, non riferisce mai di discussioni in merito. Sembra che l’opinione pubblica non si interessi minimamente alla questione. Da un lato si cerca di far apparire la cosa normale (il metodo di consegna), dall’altro parliamo di 25 esemplari rivoluzionari. È un contrasto che rende poco credibile l’intera situazione. 

E, francamente, ho trovato tutte queste riflessioni poco originali. Ben scritte, inserite in un ottimo romanzo, ma nulla di nuovo per chi legge un po’ di fantascienza. 

Terzo aspetto: la coerenza. Che è fondamentale in una storia di fantascienza. A un certo punto, quando Mark arriva per la prima volta a casa di Charlie, Adam sembra avvisare le autorità tramite un suo dispositivo di comunicazione interno. Più avanti questo pare non possibile. La cosa non è molto chiara, lo ammetto, ma il problema è proprio qui.  

Tra i dettagli che non mi sono piaciuti, le tante divagazioni. Molto spesso Charlie parte con le sue riflessioni su questo o su quello, alcune non hanno peso nella trama. 

Ian McEwan, Macchine come me, Giulio Einaudi editore, 2019

Romanzo: Simbionti, di Claudio Vastano

Ho comprato questo Urania perché conteneva i tre racconti finalisti del Premio Urania Short 2018 e intendevo votare. Ne ho parlato qui

Recentemente ho letto il romanzo proposto, vincitore del Premio Urania 2017. 

Cosa mi è piaciuto?

È stato come tornare ragazzo, quando lessi Jurassic Park. Mi sono trovato immerso in un mondo simile, vuoi per i temi, vuoi per la struttura della storia. Inizialmente infatti si notano gli effetti dei simbionti attraverso alcuni episodi isolati. Poi la vicenda vera e propria ha inizio e si seguono alcuni personaggi alternando i capitoli (a loro volta divisi in sottocapitoli, cosa inusuale). 

Mi è piaciuta la costruzione della storia, appassionante, e la solidita scientifica (perlomeno, a livello di verosimiglianza per quanto ne capisco io). Quest’ultima peraltro non stupisce, visto il profilo dell’autore. 

Cosa non mi è piaciuto? 

La struttura ricca a volte diventa complessa e difficile da seguire. E i personaggi sono tantissimi. Soprattutto all’inizio, ci sono tanti episodi isolati, ognuno dei quali popolato da molti personaggi, di cui spesso non si ha più notizia. Si fa fatica a capire quali sono i personaggi di cui vale la pena memorizzare qualcosa perché saranno tra i protagonisti. Non si distinguono da quelli che invece faranno a breve una brutta fine. È un po’ cinematografico, come approccio, ma nel cinema funziona meglio perché mi basta un’immagine per dipingere una situazione, nello scritto ho bisogno di molte parole. E poi al cinema capisco quali sono i protagonisti perché so quali sono gli attori famosi. 

Nel complesso, un bel romanzo, piacevole da leggere. Temi solo parzialmente originali, legati all’ambientalismo, ma costruito in modo articolato. 

Claudio Vastano, Simbionti, Urania 1660, novembre 2018

Il sito di Marco Faré

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