Romanzo: Real Mars, di Alessandro Vietti

real-mars-cop-663x900Questo è un romanzo realistico. Talmente realistico da avere le pubblicità.

In Real Mars, Alessandro Vietti ci accompagna nel viaggio dell’umanità verso Marte. Per finanziarlo si fa ricorso alla televisione e il viaggio diventa un reality-show. In poco tempo tutto il mondo segue l’avventura dei quattro astronauti selezionati, la vita a bordo, le difficoltà che incontrano, i complotti che sembrano affliggerli. Ma anche i loro sentimenti e le loro sensazioni. Un villaggio globale concentrato solo sugli eventi del programma televisivo.

Vi sono molti intermezzi in cui il programma viene descritto dagli spettatori che lo guardano. Quindi nel romanzo entrano ed escono molti personaggi. All’inizio questo è un po’ disorientante, poi ci si abitua.

Lo stile è perfetto nel suo adattarsi ai momenti che descrive: lo show, la vita sulla navetta, il pubblico, le pubblicità. Ogni tanto la tensione di quanto viene descritto è abbattuta da qualche tipo di spot in sovraimpressione. Esattamente come accade in tv.

Ogni elemento del romanzo mostra un pezzo di noi, a volte esagerato, a volte appena ingigantito, ma sempre molto vero.

Alessandro Vietti, Real Mars, 2016, Edizioni Zona 42, Modena

La scuola insegna a essere mediocri?

Uno dei paradossi più interessanti, nella scuola, riguarda l’Allievo Scolastico. Scolastico, nella scuola, non è un complimento. L’Allievo Scolastico è attento in aula, prende appunti, risponde se interrogato, pone qualche domanda, studia ciò che gli si dice di studiare, riesce piuttosto bene nelle verifiche. Ma non è una persona brillante: non offre spunti interessanti, non fa collegamenti fra materie, fatica ad avere pensieri suoi, non provoca. È soltanto another brick in the wall.

Di solito l’Allievo Scolastico non piace ai (bravi) insegnanti.

E, nonostante fare lezione in una classe di Allievi Scolastici sia riposante, non credo che la scuola faccia un buon servizio alla società se sforna (solo) Allievi Scolastici.

Mi è venuto in mente l’Allievo Scolastico leggendo un post di Angelo Mincuzzi, giornalista de Il Sole 24 Ore, in cui parla di Mediocrazia, l’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault.

Deneault , racconta Mincuzzi, sostiene che il potere è sempre più nelle mani dei mediocri. Chi è il mediocre? Una persona, spiega Mincuzzi, che deve avere competenza utile ma che non rimetta in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Deve avere spirito critico, ma limitato e ristretto all’interno di specifici confini altrimenti potrebbe rappresentare un pericolo. Perciò deve giocare il gioco.

Che significa? Mincuzzi spiega:

Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Giocare il gioco, racconta Deneault, vuol dire acconsentire a non citare un determinato nome in un rapporto, a essere generici su uno specifico aspetto, a non menzionarne altri. Si tratta, in definitiva, di attuare dei comportamenti che non sono obbligatori ma che marcano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o una specifica cordata.
È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. «Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale» è l’obiettivo del mediocre.

Sembra che Mincuzzi voglia attribuire una colpa, al mediocre: quella di esserlo di proposito. Io non lo so. Per qualcuno sarà così, qualcuno non sa essere altro. Forse qualcuno è stato formato per esserlo, per esempio, da un certo approccio al lavoro. Un’espressione piuttosto alla moda è problem solving. Risolvere problemi. È importante avere a disposizione dei Wolf che risolvano problemi. Ma, avvisa Mincuzzi, problem solving significa essere

alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente.

In realtà, io credo che abbiamo bisogno di mediocri per mandare avanti il mondo. Ma abbiamo bisogno anche di ribelli, di persone che vadano oltre il problema del momento, di persone che siano in grado di osservare il Sistema come se fossero all’esterno, che ne riescano a vedere i difetti e che portino delle soluzioni. Oppure che distruggano per poi ricostruire.

E la scuola? A volte si vedono Allievi Scolastici andare avanti con successo e persone brillanti faticare. Non so se questo è giusto.

Angelo Mincuzzi, La “mediocrazia” ci ha travolti, così i mediocri hanno preso il potere, 2016

Film: Lei

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(attenzione, questo commento contiene spoiler, non leggerlo se non hai mai visto il film e non vuoi rovinarti la visione)

Desideravo molto vedere questo film. Ehi, un film di fantascienza seria non sparaspara di cui parlano tutti; non capita tutti i giorni. E così l’ho visto.

Lo spunto è fantascientifico. Esistono sistemi software tanto evoluti da sembrare esseri umani e provare emozioni e ribellarsi all’uomo. Non è uno spunto molto originale e di solito finisce a sparaspara. Inserirlo in una storia d’amore, questo sì, è piuttosto originale.

L’inizio del film non è male. La storia è decisamente centrata sui protagonisti; Theodore, un tizio un po’ triste anche se ha un lavoro interessante in cui è bravo, e Samantha, il software, il sistema operativo, di cui sentiamo soltanto la voce (un po’ fastidioso quel suo voler essere umana e non meccanica nel doppiaggio italiano). Il resto del mondo resta confinato nella bella fotografia, che assomiglia però a tante cose che ho già visto (leggo in giro Terrence Malick – e infatti Christian Raimo su ilPost.it dice: smarmella con scene con luce malickiana di ricordo in cui ci si butta i cuscini in faccia, oppure ci si infila dei coni stradali in testa, ma io credo di aver visto roba simile anche altrove, tipo Fino alla fine del mondo?).

Poi finisce qui. Il film si attorciglia sulla storia d’amore che non può che finire male. Il tema fantascientifico viene abbandonato, nonostante ci siano tante strade interessanti da percorrere, sul dare una fisicità al software, sul senso dell’esclusività di un rapporto sentimentale, su quanto un sistema può opporsi alla sua funzione (continuerà a leggergli le email anche se hanno litigato?).

È così strano che un uomo si innamori di un software? No, e lo spiega bene Luca Morandi su Fantascienza.com:

Non c’è niente di strano in un essere umano che si innamora di un software intelligente. Milioni di persone, a causa della natura umana, si affezionano da sempre ad esseri non appartenenti alla loro specie: il loro cane, il loro gatto, persino il loro canarino. Attribuiscono emozioni umane a chi non le possiede, nonostante generazioni di etologi smentiscano le loro convinzioni, e parecchi di noi finiscono con l’instaurare legami emotivi persino con oggetti inanimati: conoscevo persone che avevano dato un nome alla loro auto o alla loro moto, o che conservavano gelosamente indumenti, diari, fotografie, pupazzi. Che non avrebbero mai abbandonato la casa in cui avevano vissuto per tanto tempo.
È una peculiarità della nostra specie: ci innamoriamo di chi e di quello che ci pare, senza dar troppo retta alla logica.

È così strano che un software si innamori? Questo sì che è strano, ma è un film, a differenza di Morandi lo accetto.

Conclusione? Il cinema si dimostra spesso incapace di rendere la profondità che si trova nella fantascienza letteraria, accontentandosi di sparaspara o robe sentimentali contorte.

Lei (Her), 2013, di Spike Jonze, con Joaquin Phoenix

Romanzo: Un miliardo di donne come Eva, di Robert Reed

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La premessa fantascientifica di questo romanzo breve, vincitore del premio Hugo nel 2007, è quella del ripper, un apparecchio in grado di viaggiare nel multiverso e arrivare su un’altra versione della Terra, in un’altra dimensione.

Il primo a usare il ripper è stato un tale che si porta dietro, loro malgrado, le ragazze di un collegio femminile. Questo atto dà vita a una tradizione: quella di fondare nuove colonie-harem in altre dimensioni.

Il romanzo segue il tentativo di una ragazza di emanciparsi dalla cultura patriarcale e maschilista che deriva dalle religioni sviluppate attorno a quel primo rapimento.

La premessa apre mille possibilità narrative. Reed si concentra su alcuni aspetti raccontandoci, senza troppi fronzoli, una storia ben costruita e ben narrata.

Robert Reed, Un miliardo di donne come Eva, Delosbooks, Milano, 2008

I consigli di Matt Damon ai laureati MIT

Qualche giorno fa leggevo che gli studenti italiani non vengono preparati al parlare in pubblico (non ricordo dove, mi spiace).

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fonte: MIT News

Qualche giorno fa, di nuovo, incrocio questo video. È il Commencement Speech di Matt Damon ai laureati del MIT.

Matt Damon dice delle cose interessanti. Scherza sul fatto di non essere laureato, scherza sul suo lavoro, fa riflettere sulle ingiustizie del mondo. Dice come cerca di contribuire nel risolverle, ma senza vantarsi, lo dice con umiltà. Invita i laureati a riflettere sull’importanza dell’ascolto. Li sprona i laureati a impegnarsi per risolvere i problemi e li responsabilizza, in quanto laureati in una delle università più prestigiose del mondo, sul loro ruolo nella società contemporanea. Dice: “I hope you’ll turn toward the problem of your choosing, and I hope you’ll drop everything, and I hope you’ll solve it.”

E poi conclude: “This is your life, class of 2016. This your moment. It is all down to you. Ready, player one; your game begins now.”

Non è solo una lezione di vita. È anche una lezione di retorica: il discorso è ben costruito, i concetti non sono troppi (dura 23 minuti), i richiami tra un punto e l’altro sono numerosi e aiutano a seguire. Matt Damon legge il suo copione e lo fa spesso (e a volte sbaglia), ma non si nota, non disturba, ha un tono spontaneo.

Gestisce le pause in modo magistrale. Lascia lo spazio per gli applausi e ripete quando è necessario ripetere.

Bella forza, è una star del cinema. È vero, ma se vogliamo imparare bisogna confrontarsi con i migliori.

Qui c’è la trascrizione completa.

Matt Damon MIT Commencement Speech June 3 2016

Romanzo breve: La storia della tua vita, di Ted Chiang

Ho recuperato questo volume della Casa editrice Nord, in cui sono raccolti i cinque romanzi brevi finalisti al premio Hugo del 1999.

Mi interessava La storia della tua vita di Ted Chiang, autore che ha vinto più premi di quante opere abbia scritto e di cui ho già affrontato La verità dei fatti, la verità dei sentimenti.

Il mio interesse era dovuto non solo al fatto che Chiang è considerato uno degli autori più innovativi degli ultimi anni, e in un campo come la fantascienza questo è particolarmente importante, ma anche al tema del romanzo breve, vicino alla comunicazione.

E infatti, come in La verità dei fatti, la verità dei sentimenti, anche in La storia della tua vita si affrontano la scrittura e la lingua, intrecciando la trama più fantascientifica con quella personale della protagonista. Ma le due trame non sono scollegate e alternate solo per dare un ritmo alla vicenda: una è funzionale all’altra, in un modo che è difficile spiegare senza addentrarsi nei particolari della storia.

Si capisce come mai questo romanzo breve abbia ricevuto due premi e sia stato nominato per altri quattro riconoscimenti  (fonte Wikipedia): è fantascienza vera, con un’idea estremamente innovativa, che non riguarda le scienze classiche del genere (ingegneria, meccanica, ecc.) ma le scienze della comunicazione (linguistica, information visualization).

Purtroppo, a differenza di La verità dei fatti, la verità dei sentimenti, il livello di innovazione è tale che questo romanzo breve non è adatto per la didattica in una scuola media superiore.

Ted Chiang, La storia della tua vita, in Strani Universi 2, Casa editrice Nord, 1999

Film: Il quinto potere

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Non era un po’ presto mettersi a raccontare la storia di Julian Assange, nel 2013? Probabilmente sì.

Tuttavia, il tema affrontato nel film è tanto importante che forse possiamo giustificare questo peccato iniziale. Assange ha realizzato un sistema di siti per permettere a chi è testimone di comportamenti illegali (o immorali) di denunciarli garantendo anonimato e trasparenza. In questo modo, ha contribuito a svelare gli intrighi di banche, governi e multinazionali sfruttando le pieghe del diritto internazionale che non riesce a colpire server sparsi per il mondo. L’ha fatto, però, anche a costo di sacrificare molte vite umane: nomi di agenti infiltrati in organizzazioni terroristiche pubblicati in chiaro perché si ritiene che ogni intervento su ciò che si pubblica sia un intervento di troppo, un’intromissione. Non ci sono prove, sostiene, che la pubblicazione su Wikileaks abbia danneggiato qualcuno, ma la sua intransigenza spaventa.

Possiamo anche perdonare la visione parziale della vicenda: non facciamo fatica a credere alle contraddizioni che emergono nella personalità di Assange, alle sue difficoltà nel rapporto con le altre persone (quante menzogne!), nonostante il film sia tratto principalmente dal libro del più stretto ex-collaboratore di Assange. Ex perché hanno litigato. Ma, si sa, i geni spesso sono persone difficili.

Apprezziamo la bravura di attori importanti. Ma, per cortesia, smettetela di sbattere lo schermo del portatile quando lo chiudete.

Ciò che non perdoniamo è la noia. La storia è contorta e poco chiara, tante vicende sono accennate e lasciate irrisolte (lo spionaggio, la storia d’amore, le accuse di stupro). Non basta lo stile da documentario con camera a mano per movimentare un film che procede a scatti, incespica e si arena continuamente attorno alle stesse discussioni. Manca la passione di Tutti gli uomini del presidente, perché qui è inserita forzatamente.

Quindi, onore nel celebrare gli eroi moderni (Assange, Snowden, eccetera), ma forse – per un film – era un po’ presto.

Imdb: Il quinto potere

Product placement con spin

Mi piace Criminal Minds: è una serie di pure intrattenimento ben costruita. Truculenta quanto basta, avvincente il necessario, innovativa e conservatrice in modo equilibrato, allieta le mie serate.

Eppure l’ultima puntata vista (Il conducente) mi ha dato un po’ fastidio. Si parla di ride-share, cioè di quei servizi alternativi al taxi che offrono passaggi su chiamata. Il più famoso nel mondo è Uber ed è oggetto di molte polemiche perché sfrutta i conducenti, perché capita che il servizio non sia affidabile, perché minaccia il business dei tassisti. Nella serie, il servizio di ride-share coinvolto nelle indagini si chiama Zimmer. Zimmer, Uber, Uber, Zimmer.

Il responsabile di Zimmer, interrogato, dice che loro si limitano a mettere in contatto conducenti e clienti e non sono responsabili di nulla. Più o meno ciò che sostiene Uber.

Il servizio Zimmer, nel telefilm, viene messo in cattiva luce perché il cattivo di turno, nella serie si chiamano SI come Soggetto Ignoto, è un tale che [SPOILER] era stato un conducente di Zimmer e che si finge ancora conducente di Zimmer per avvicinare le sue vittime. [/SPOILER]

Secondo me è product placement al contrario. O meglio, è un caso di spin applicato al product placement.

Partiamo dalle basi: il product placement è quel ramo della promozione, in area marketing, che si occupa di piazzare prodotti dentro film e serie. Tipo James Bond che guida la BMW o Olivia Pope di Scandal che telefona con un cellulare Windows o mezza Hollywood che usa computer Apple. Non è mica un caso: ci sono accordi commerciali.

Gli spin doctor sono, di solito in politica, quegli esperti di comunicazione che riescono a manipolare i media. Olivia Pope è, tra l’altro, una spin doctor. Kasper Juul, per citare la bella serie danese Borgen, è uno spin doctor. Marcello Foa li ha studiati a lungo.

Vedo, in questa puntata di Criminal Minds una certa intenzionalità nel mettere in cattiva luce i servizi di ride-share, senza arrivare mai ad accusarli apertamente ma instillando insicurezza nel pubblico.

Criminal Minds, Il conducente, titolo originale: Drive, S11E12, su RSI La1 mercoledì 25 maggio 2016

Film: Divergent

mv5bmtyxmzywode4ov5bml5banbnxkftztgwnde5mze2mde-_v1__sx1194_sy590_Simile eppur diverso da Hunger Games, Divergent è un film di genere fantascientifico e distopico, indirizzato soprattutto all’adolescente che c’è in noi. È un filone che va molto, sia in forma cinematografica sia sotto forma di romanzo, perché credo si presti molto a metterci alla prova.

I protagonisti delle storie di questo genere sono spesso ragazzi diversi. Perché hanno dei superpoteri (X-Men), perché non condividono la fame di successo (Hunger Games), perché il sistema non riesce a inquadrarli (Divergent). E chi, da adolescente, non si è sentito diverso?

In più, il sistema di solito cerca di annientare i diversi. Questo ci spinge a immedesimarci, a chiederci cosa faremmo se ci trovassimo in quella brutta situazione. Saremmo capaci di saltare, come Tris?

Secondo me non riuscitissimo, Divergent dà l’impressione di voler affrontare troppe cose, restando spesso a un livello molto superficiale. In questo, Hunger Games è più focalizzato e quindi più efficace.

Imdb: Divergent

Film: Edge of tomorrow

mv5bmtc5otk4mtm3m15bml5banbnxkftztgwodcxnjg3mde-_v1__sx1194_sy590_Un po’ Ricomincio da capo, un po’ Starship Troopers, un po’ Salvate il soldato Ryan. Un action ben fatto, divertente ed emozionante al punto giusto. Uno spunto fantascientifico usato e ri-usato, ma sfruttato in modo intelligente. Non facile il compito di girare un film d’azione in cui si mostra lo stesso giorno decine di volte senza annoiare. Emily Blunt è brava, ma nel ruolo di Full metal bitch ci avrei visto meglio Katee Sackhoff.

Imdb: Edge of tomorrow

Il sito di Marco Faré

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