Romanzo: Il giro della verità, di Fabio Bonifacci

Mi sento un po’ a disagio a scrivere un commento a un romanzo di Fabio Bonifacci. È un Maestro, uno che ha pubblicato gratuitamente un corso di scrittura molto interessante. Quindi, con che diritto mi metto a fargli le pulci? Beh, lo scrivo, questo commento, perché questo suo primo romanzo (Il giro della verità) mi è piaciuto, ma voglio dire perché (e anche cosa non mi è piaciuto). 

Soggetto

Non voglio anticipare nulla, dirò solo che si tratta di una storia i cui protagonisti sono ragazze e ragazzi che incontrano problemi piccoli e grandi della vita. Ma ci sono anche gli adulti, che non esistono solo in funzione dei personaggi-ragazzi: hanno una vita propria, giustamente intrecciata con quella dei protagonisti. 

Storia

Si sente dire che non è la storia a essere bella o brutta, ma come la racconti. Secondo Bonifacci la storia è importante. E infatti qui la storia è molto curata, è interessante, è avvincente. Il percorso dei protagonisti è intenso e la crescita chiara. 

La parte centrale della storia ha avvio da un fatto che scatena un’emozione nel protagonista. O, forse, più che un’emozione, un’interpretazione della realtà. Secondo me sbagliata, ma il protagonista la vede così e ha senso, nella storia. 

Trama

Ogni tanto il racconto sembra rallentare, ma a rilanciarla arriva un elemento nuovo, un piccolo colpo di scena, o un grande colpo di scena. Solo verso la metà mi pare esiti un pochino prima di ripartire. 

La conclusione è in un certo senso anticipata: la storia si conclude, ma mancano ancora molte pagine. E scopri che no, la storia non si è conclusa. A essersi conclusa è la vicenda principale, ma la storia prosegue, i protagonisti hanno ancora cose da risolvere. L’ultima parte appare quasi affrettata e tanto descrittiva. Ci stava un seguito. 

Il romanzo è lungo più di 350 pagine ed è suddiviso in otto capitoli, quindi non ha una sovrastruttura chiara. Non mi disturba come lettore, ma non saprei come gestirlo in fase di scrittura, limite mio. 

Personaggi

Per una parte del romanzo i personaggi faticano a staccarsi da una bidimensionalità, a volte paiono artificiosi. Hanno nomi e soprannomi secondo me un po’ troppo costruiti. Poi, a partire da un certo punto, acquistano spessore, e che spessore, che non fa che crescere. 

Temi

Viaggiando nelle vite degli adolescenti, il romanzo tratta di temi futili, di temi seri, di temi importanti e di temi tragici. Tratta anche di temi che normalmente riguardano più gli adulti (politica, divorzi,…), ma spesso dal punto di vista dei ragazzi. 

Il tema più delicato che tocca è quello della droga. Per il modo in cui lo tratta, questo romanzo è molto adatto agli adolescenti. 

Stile: persona e ritmo

Con agilità, Bonifacci passa dalla terza persona, dominante, a una seconda persona che accelera il ritmo e avvicina al personaggio a cui parla. Scelta coraggiosa, molto ben gestita. 

Stile: punto di vista

Bonifacci non è uno sprovveduto, quindi compie una scelta sicuramente ragionata. Decide di non usare la tecnica del punto di vista, che ti aiuta a immedesimarti in uno o più personaggi. Di conseguenza l’autore-narratore non solo è onnisciente, ma è anche molto presente, si sente la sua voce. Se in certi punti funziona molto bene, in altri crea un distacco tra lettore e storia e lascia il lettore disorientato. Chi sta pensando questo, adesso? Stavamo nella testa di quello e adesso sento il pensiero di quest’altro. Quando sei abituato a ragionare in termini di punto di vista, è difficile sganciarsi. È la cosa che mi è piaciuta meno, perché secondo me con una gestione rigorosa del punto di vista il romanzo ci avrebbe guadagnato. 

Stile: linguaggio

Capita sovente che nei romanzi con ragazzi il linguaggio sia forzato. In questo caso no, mi sembra molto realistico. 

Ho avuto l’impressione che Bonifacci, che ha grande esperienza come autore di cinema, abbia  voluto essere presente in questo romanzo come narratore. Poca struttura, niente punto di vista, è lui che racconta e che guida il lettore in questa vicenda. Quasi una tecnica antica, oggi si vede molto meno, ma con elementi di grande modernità (il cambio di persona). È un romanzo che si legge con piacere e che insegna molto, sia sul piano umano che su quello della scrittura. 

Fabio Bonifacci, Il giro della verità, Solferino, 2021

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Raccolta: Radicalized, di Cory Doctorow

Cory Doctorow raccoglie in Radicalized quattro romanzi brevi che illustrano delle derive della nostra società, possibili e in parte già reali. Un po’ quello che faceva Black Mirror. 

Lo stile è molto descrittivo (sembra più tell che show), ma le storie scorrono e tengono incollati al libro. 

I quattro romanzi affrontano alcuni temi sociali di grande attualità (razzismo, controllo sociale, immigrazione, isolamento, ingiustizie assicurative, proprietà legale dei software), e lo fanno inserendoli in altrettante storie coinvolgenti, anche se non sempre imprevedibili. La denuncia sociale è nascosta in una trama, ma non è edulcorata. Al contrario, Doctorow porta il lettore a sbatterci contro dandole ancor più forza.

Attenzione, da qui in poi è pieno di spoiler!

Pane non autorizzato

È il romanzo che mi è piaciuto di più perché è il più sorprendente. Quando pensi di aver capito di cosa parla, aggiunge un tema e parla d’altro. 

La prima parte ci mostra la protagonista Salima alle prese con un problema. Il fornetto di Salima non funziona più. È fallita la società che l’ha prodotto e venduto, ai cui server il fornetto si collegava quotidianamente per offrire il miglior funzionamento (ovvero verificare che le fette di pane introdotte fossero quelle delle marche autorizzate). I server vengono spenti, il fornetto non riesce più a collegarsi e quindi non funziona. Brickato, si dice in gergo, ovvero è diventato un mattone, un manufatto pesante e inerte quanto un mattone. Il fornetto è un oggetto che, pur essendo di Salima, lei non può più usare. Tema interessante: dipendiamo da molte società che gestiscono le nostre comunicazioni e i nostri dati nel cloud. Cosa succederebbe se fallissero, se i server si spegnessero? Cosa ce ne faremmo dei nostri iPhone se la Apple fallisse e chiudesse il cloud e tutto quanto? (Non succederà, è più probabile che io vinca Sanremo)

Seconda parte (ma non è che la transizione sia netta, anzi, la storia continua in modo naturale). Scopriamo che Salima non è una donna qualsiasi, è un’immigrata. È arrivata in America dal Medioriente, ha perso i genitori, ha vissuto in un centro d’accoglienza e ora è stata trasferita in un edificio dove alcuni piani sono destinati ai poveri. La storia prende un’altra piega, è una storia di dolore, di segregazione sociale, di razzismo e di ingiustizia. Ma anche di cameratismo e solidarietà.

Poi i due temi si intrecciano e la storia è una sola. Salima scoprirà le conseguenze di ciò che ha fatto e dovrà gestirle. Nell’ultima parte è un po’ più prevedibile, ma comunque di grande qualità. 

È un romanzo molto istruttivo, soprattutto per chi non ha dimestichezza con la proprietà dei software. Che, tra l’altro, si trova sbattuto in una dura storia di immigrazione. 

Minoranza modello

American Eagle è un classico supereroe. Talmente classico che indossa un abito rosso e blu con mantello, vola, è superforte praticamente invincibile, si nasconde dietro una falsa identità (Clarke) e ha una fidanzata che si chiama Lois. 

La sua abituale attività di supereroe lo porta a salvare i più deboli dai cattivi. Succede però che una volta i cattivi sono poliziotti intenti a malmenare un uomo di colore. L’American Eagle interviene e ferma i poliziotti, poi si assicura che la vittima riceva le giuste cure e un giusto processo. Ma mettersi contro la polizia non è una buona idea. L’American Eagle scoprirà le ingiustizie sociali e il razzismo. Capirà che le sue azioni, pur essendo le stesse, suscitano emozioni diverse nel pubblico, se a essere coinvolti sono poliziotti invece dei soliti terroristi.  

Notevole la parte in cui viene illustrato il controllo sociale tramite algoritmi. 

Se obblighi ogni persona nera che incontri a svuotare le tasche, troverai tutti i coltelli e tutte le buste di erba in possesso di ogni persona nera, ma questo non vuol dire che i neri abbiano una particolare tendenza a essere in possesso di coltelli e droga, soprattutto quando i poliziotti si portano dietro qualche falsa prova da piazzare in caso di bisogno. 

In più, sappiamo che i neri vengono arrestati per cose che i bianchi possono fare senza problemi, come “occupare marciapiedi pubblici”. Nessuno va a dire di “circolare” a un tizio bianco che si ferma davanti al portone di casa propria per fumare una sigaretta a prendere una boccata d’aria dopo una giornata di lavoro; non si becca una multa e non viene perquisito. Un tizio nero invece sì. Quindi in qualsiasi quartiere in cui vivono più neri ci sarà un apparente epidemia di occupazione di marciapiedi pubblici, ma in realtà sarà un’epidemia di iper sorveglianza. Ora però prendiamo quelle multe e quegli arresti e li trasformiamo in ”dati”, che vengono considerati come ”statistiche sulla criminalità“. Se i dati ci dicono che è a un certo indirizzo di fronte a un palazzo popolare c’è un’epidemia di ”occupazione di marciapiedi pubblici“ e allo stesso indirizzo c’è un’epidemia di possesso di stupefacenti, verranno presi come prove che quell’indirizzo è una zona calda; non come prove che il tizio nero che si ferma ad aspettare un Uber per fare due chiacchiere con un vicino di casa viene fermato, perquisito e arrestato per possesso di stupefacenti perché appena gli viene ordinato di svuotare le tasche salta fuori una canna ”in bella vista” e i poliziotti possono multarlo. 

Se dici al computer di prendere per buoni tutti quei dati e poi gli chiedi di prevedere dove si verificheranno i nuovi crimini, sorpresa! Dedurrà con la sua incredibile acutezza cibernetica che i poliziotti troveranno dell’erba se chiederanno di svuotare le tasche a tutte le persone che entrano ed escono da quell’indirizzo. Non hai importanza che ne troveresti altrettanta, se non di più, facendo la stessa operazione con chi entra ed esce dalla Trump Tower, perché non hai le prove che la Trump Tower sia una zona calda per la droga – se la polizia provasse a perquisire e multare uno che si ferma parlare della partita di baseball con l’usciere del suo palazzo sulla Fifth Avenue, succederebbe un casino.

Radicalizzati

Se c’è una cosa in cui Doctorow dimostra di essere bravo in questa raccolta, è sbatterti in faccia realtà angoscianti senza darti modo di prepararti psicologicamente. Inizia con un attrito tra marito e moglie che si trasforma subito in qualcosa di tragico. Joe e la sua famiglia si trovano confrontati con una terribile malattia e un’assicurazione che non intende pagare. Fortunatamente le cose per loro si risolvono bene, ma altri affrontano lo stesso problema. Ne discutono in un forum, con toni anche forti, finché qualcuno non dà fuori di matto e reagisce con violenza. Non è l’unico. Joe cercherà di placare gli animi, ma si troverà coinvolto come complice. 

Una trama che, dopo l’avvio, non è del tutto imprevedibile, ma che ha la forza di descrivere in modo preciso gli sviluppi di un’ingiustizia operata dalle assicurazioni malattie dalle conseguenze drammatiche. 

La maschera della morte rossa

Il titolo rimanda al racconto di Poe e la trama è la stessa, solo aggiornata. Ricchi e benestanti si rifugiano in un bunker sulle montagne per evitare una crisi economica mondiale e il caos che ne deriva. All’inizio va tutto bene finché non si scontrano con altri sopravvissuti. E mentre il mondo va meglio, epidemie non bene identificate decimano la popolazione, raggiungono il bunker e sterminano tutti. 

Come nel racconto di Poe, c’è una personalità forte, un leader che organizza il rifugio, che coinvolge altre persone, che decide quando è il momento di abbandonare tutto e nascondersi, che decide chi può entrare e chi no. La personalità di Martin è sezionata e non è un bel vedere. La sua sete di potere, di fama, di gloria non lo rende simpatico, nemmeno quando cerca di proteggere la sua piccola comunità. 

Come Radicalizzati, è abbastanza prevedibile nel suo svolgimento, ma è scritto dannatamente bene. Non mi è ben chiaro se questo ultimo romanzo vuole essere una denuncia per qualcosa. Forse vuole prendere un po’ in giro le comunità di prepper, ovvero di coloro che si preparano all’apocalisse. Di sicuro accusa il desiderio di isolarsi e di tagliare fuori tutti gli altri. Non funziona, probabilmente a lungo termine non ha mai funzionato. 

Cory Doctorow, Radicalized, Mondadori, 2021

Addio al Corriere del Ticino

Iniziai a leggere i giornali verso i quindici anni, credo. In casa eravamo abbonati al Corriere del Ticino. Uscito di casa stipulai un abbonamento mio, anche quando abitavo a Zurigo, dove mi pare di ricordare che come studente costasse davvero poco (ma non sempre arrivava il giorno stesso). 

Per circa trent’anni ho letto regolarmente il Corriere del Ticino, ma ho deciso di smettere e ho interrotto il mio abbonamento. 

Non l’ho fatto a cuor leggero: è un grande dispiacere rinunciare a questa abitudine. Il costo, però, è troppo alto per il servizio che ne ottenevo. 

Scorrevo i titoli, ma erano veramente pochi gli articoli che leggevo. Di solito, infatti, ciò che trovavo nel CdT l’avevo già visto altrove (a parte le notizie di cent’anni fa, ma posso vivere senza). D’altra parte, sarà più o meno un secolo che il giornale non è il mezzo più adatto a portare le novità. Però non ero soddisfatto nemmeno dei commenti o degli approfondimenti, ovvero di ciò che dovrebbe costituire il valore di un giornale di oggi. Purtroppo non mi ci ritrovavo più. 

Nell’ultimo anno il Corriere del Ticino ha parlato della pandemia, a mio modo di vedere, minimizzandola in tante occasioni, promuovendo riaperture e allentamenti nonostante le cose andassero male, contrastando le previsioni degli esperti (che poi ahimè si sono avverate). Ho percepito troppi interessi a influenzare questa visione e non mi è piaciuto. 

Ma non è l’unico tema dove mi sono trovato in disaccordo. Da anni infatti il CdT parla troppo spesso in modo negativo delle tecnologie digitali. Il loro ruolo nella nostra società, sempre secondo la mia percezione, è visto come quello di un elemento fastidioso, malevolo, negativo. Probabilmente qui l’influenza è dettata da interessi corporativi. 

Peccato, perché di cose buone  in questo campo il CdT ne ha fatte. È stato uno dei primi media ticinesi ad avere una strategia chiara e precisa nel digitale, con un’applicazione per fruire del giornale in formato digitale con un’esperienza simile a quella che si ottiene con un supporto cartaceo. Ho sempre avuto qualche dubbio, in merito: da un lato il grande vantaggio di offrire una via digitale familiare per i lettori abituati alla carta, dall’altro il restare fermi a una concezione cartacea del prodotto. Ma di sicuro è stata una scelta coraggiosa. 

Auguro al CdT di (ri)trovare il sostegno di lettori come me. 

Romanzo: Il silenzio, di Don DeLillo

In breve: non mi è piaciuto. O probabilmente non l’ho capito. O tutt’e due le cose. 

Naturalmente ho sentito parlare di Don DeLillo, e di solito bene. Ma non avevo mai letto niente di suo finché non ho sentito di Il silenzio. Blackout mondiale visto da una gruppo di amici: il tema mi intriga. Libro breve, l’ideale per scoprire un autore. 

Ovviamente non mi aspettavo un action ricco di zombie come quelli dell’ottimo Maberry. 

Tutto è concentrato sugli schermi che si spengono, una sorta di metafora, su cui giustamente non si insiste troppo. Metafora, dicevo, del nostro mondo digitale che smette di funzionare all’improvviso lasciandoci persi. 

E persi in effetti sono i personaggi. La coppia formata da Max e Diane, che, a casa e in compagnia di Martin, un ex studente di lei, inizia a guardare il Superbowl attendendo l’altra coppia che torna dalla Francia in aereo, ovvero Jim e Tessa. 

Quando lo schermo del televisore si spegne l’ex studente Martin comincia a enunciare frasi in modo piuttosto incomprensibile, imitando la voce di Einstein. Max fissa lo schermo nero recitando vecchie radiocronache. Diano, più tardi, penserà che potrebbe anche sbattersi l’ex studente. 

La coppia in aereo, Jim e Tessa, prevedeva di trascorrere il Superbowl in compagnia di Max e Diane. Dopo un volo transoceanico a me riuscirebbe difficile ma non sono americano. Jim e Tessa arrivano in aeroporto grazie a un atterraggio di emergenza, in cui lui è ferito alla testa. Ferita leggera, tanto che i due prima trombano in un bagno, poi affrontano un dialogo profondo con la tizia che controlla i passaporti. Oppure trombano dopo, non ricordo. In seguito si ritrovano a casa degli amici di cui sopra, ma non si sa come ci sono arrivati. A quel punto, nel bel mezzo di un blackout mondiale, Max, il padrone di casa, smette di recitare radiocronache ed esce per fare un giro. 

Credo finisca più o meno così. 

Personaggi vuoti, dialoghi incoerenti, azioni inverosimili. Se è una riflessione sulla nostra società, non l’ho capita. Evidentemente questo tipo di letteratura  non fa per me, forse è meglio tornare all’action con gli zombie. 

Don DeLillo, Il silenzio, Giulio Einaudi Editore, 2021

Antologia: Fantatrieste, a cura di Roberto Furlani

Recensisco con piacere questa antologia di fantascienza triestina, che è stata una bella sorpresa. Sorpresa? Beh, non proprio, visto che alcuni nomi li conoscevo e sapevo fin da prima di leggere che non mi avrebbero deluso. 

L’Introduzione di Roberto Furlani ci offre un panorama molto interessante sulla fantascienza a Trieste degli ultimi decenni. Trieste è sempre presente nei racconti di questa antologia. Si percepisce la sua anima durante la lettura: non è un semplice sfondo, non è solo un’ambientazione. A volte è quasi un personaggio, a volte un ambiente che condiziona la storia. 

Effimera, di Fabio Aloisio, la leggo come una storia d’amore in cui i protagonisti non appartengono alla stessa civiltà. Somiglianze e differenze definiscono questo rapporto, mentre il racconto si conclude in modo quasi onirico tendente al poetico, dove l’immagine prevale sulla storia. 

La mente del robot, di Simonetta Olivo, racconta dell’amicizia tra uomini e macchine, nata sull’onda di un’indagine condotta da un essere umano nella mente di un robot. Indagine che svelerà molte cose sull’umano, più che sul robot. Delicato e preciso. 

I figli dei naniti, di Lorenzo Davia. Una specie di epidemia, una tecnologia sfuggita di mano che non si riesce a controllare, la fusione di corpi biologici e macchine. Questi elementi sono il motore di questa storia, in cui il protagonista indaga sulla morte di un amico. I suoi ricordi affiorano man mano che l’indagine procede e la speranza, in un mondo disperato, non scompare del tutto. Buon ritmo, ben gestito, per un racconto appassionante. 

Il canto delle sirene, di Giuseppe O. Longo. Racconto piuttosto breve, di stampo classico, che però non mi ha convinto un gran che. 

I precursori, di Roberto Furlani, ci porta a scoprire la storia di Trieste. Una vecchia bomba, una trattativa commerciale difficile, personaggi molto ben descritti e una trama complessa ma ben gestita. Quasi un piccolo romanzo.  

Racconto senza fine, di Alex Tonelli, è linguisticamente troppo all’avanguardia per i miei gusti. La prima parte è simile a un poema, e tutto il racconto è ricco di riferimenti culturali che fatico a comprendere. 

Mahut, di Fabio Calabrese, parla di mare e di viaggi lunghi. Il racconto unisce la poesia delle storie di mare al brivido delle storie di spionaggio, in uno strano miscuglio che funziona egregiamente. 

High Hopes, di Caleb Battiago, ha uno stile cyberpunk (ma si dice ancora?). Un personaggio noir è protagonista di una storia rude che convince soprattutto per il suo ritmo. 

Tutto ciò che siamo, di Gianfranco Sherwood, è la storia di un’amicizia il cui passato è oscuro. Condito con un sapore di avvistamenti ufo e misteri scientifici, il racconto ci offre tanto soprattutto sugli umani che lo popolano. 

Pitco, di Luigi R. Berto, è protagonista suo malgrado di un viaggio incredibile, dove i battibecchi familiari dominano con ironia. 

Roberto Furlani (curatore). Fantatrieste, collana eAvatar n. 41, Kipple Officina Libraria, 2020.

Film: La decima vittima

La decima vittima è un film fantascientifico del 1965 con Marcello Mastroianni e Ursula Andress, disponibile per intero su Youtube. Ne ho letto non ricordo più dove e mi ha incuriosito (aggiornamento: ne ho letto su Leggere Distopico).

La storia è tratta da un racconto di Robert Sheckley e descrive una società dove l’omicidio è istituzionalizzato. Chi partecipa alla caccia viene associato a un’altra persona, il computer sceglie chi è cacciatore (che sa tutto della sua vittima) e chi è vittima (che sa di essere vittima ma non sa chi sia il cacciatore).

Più che la storia in sé, con una scontata virata passionale e romantica tra i due protagonisti, che sono ovviamente vittima e cacciatore, il film è interessante per la visione di un futuro prossimo che risale a oltre cinquant’anni fa. Il design è quello degli anni Sessanta, colorato, tondeggiante, plasticheggiante. La moda pure, osé anche per le nostre abitudini. La società italiana non prevede il divorzio, quindi si convive ma non ci si sposa perché sa, siamo molto religiosi. Ogni tanto si assiste a qualche omicidio, ma è tutto a posto, è la caccia.

Fa sorridere la fermata a una cabina telefonica dal design futuristico, con un apparecchio futuristico. Ma nel futuro che noi conosciamo come presente, la cabina telefonica non serve.

Elio Petri, La decima vittima, https://www.youtube.com/watch?v=pUa98zRbzQM e https://www.imdb.com/title/tt0059095/?ref_=nv_sr_srsg_0

Film: Storia di un matrimonio

Storia di un matrimonio è in realtà la storia di un divorzio. Interessante nella prima parte, forzata – secondo me – nella parte centrale, carina ma non travolgente la (non) conclusione. 

Molto bravi gli attori, molti dei quali, per una ragione o per l’altra, esperti del tema. Ed esperto è pure l’autore e regista, ma mi aspettavo di più. Poco che non si sia già visto, a iniziare da Kramer contro Kramer, passando da La guerra dei Roses per approdare a innumerevoli film e serie. 

Noah Baumbach, Storia di un matrimonio, https://www.imdb.com/title/tt7653254/?ref_=nv_sr_srsg_0

Film: Il buco

Film angosciante, pur essendo semplice (oppure proprio per questo). Ha un’ambientazione unica, pochi personaggi, un intreccio lineare, un unico spunto, attorno a cui viene costruita una storia spietata. I personaggi sono ben costruiti e, nonostante qualche infodump, le loro interazioni mandano avanti la storia senza esitazioni e senza mai annoiare. Esito scontato, forse troppo ottimistico. Metafora telefonata della nostra società, che non è capace di spartire la ricchezza. 

 Galder Gaztelu-Urrutia, Il buco, https://www.imdb.com/title/tt8228288/ 

Romanzo: Sezione π2, di Giovanni De Matteo

Non ricordo quando ho comprato questo Urania. Molto tempo fa, in Svizzera. Infatti oltre al prezzo di copertina in euro (3.90), c’è un etichetta adesiva che dà il prezzo in franchi: 9.50. 

Beh, finalmente l’ho letto. E mi è piaciuto, quasi tutto. 

Tra i punti positivi c’è sicuramente una storia originale, un giallo che ti prende. Ci sono delle ambientazioni cyberpunk localizzate all’Italia. I personaggi sono interessanti, ben presentati, anche se qualcuno è un po’ esagerato, funziona bene inserito in questa storia e in questa ambientazione. 

C’è un’idea molto interessante, forse non originalissima ma abbastanza elaborata da risultare innovativa. 

La scrittura è decisamente buona, scorrevole, ricca, appassionante. 

Non mi sono piaciute alcune pagine di spiegoni, in un paio di occasioni tratte da manuali. Ecco, mettermi a leggere prima di dormire un bel romanzo e affrontare cinque o sei pagine di saggio (fittizio, ma lo stile è quello del saggio), no questo non fa per me. Ma è l’unica cosa, per il resto mi è piaciuto. 

Giovanni De Matteo, Sezione π2, Urania 1528, novembre 2007

Film: A Quiet Place

Di piacevole visione, fatto bene, ben recitato. Leggo recensioni che lodano la sceneggiatura, ma secondo me un paio di cose sono piuttosto inverosimili. Perché, per esempio, non creare un sistema di sicurezza basato su altoparlanti sparsi da attivare da remoto e/o in alternanza per confondere i mostri? Perché non creare trappole sonore? Insomma, è coinvolgente ma senza farsi troppe domande. 

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