Romanzo: Fore Morra, di Diego Di Dio

9788866883265_largeAzione, azione, azione.

Un romanzo denso di azione che non ti lascia staccare gli occhi dalle pagine nemmeno per un istante. Una sequenza di eventi e di colpi di scena impressionante.

I due piani temporali principali (il presente di Alisa e il suo passato) si alternano freneticamente e ci svelano la storia terribile ma di speranza di una killer professionista e i suoi retroscena.

Napoli, la camorra, le gang di spacciatori, le vite ai margini della società. Tutte cose che non mi hanno mai appassionato un gran che. Ma in questo romanzo sono dosate al punto giusto e realistiche quel tanto che basta a non renderle forzate. La camorra come sfondo, non come protagonista. Come ambiente in cui raccontare la storia di alcuni personaggi, le cui caratteristiche emergono non grazie a sofisticate – e noiose – descrizioni, ma grazie alle cose che fanno, alle azioni che compiono, alle reazioni che hanno di fronte a eventi e situazioni difficili.

L’abilità dell’autore, una delle sue abilità, è quella di portarci a conoscere profondamente i suoi personaggi senza quasi mai parlare di essi. Semplicemente mostrandoceli in azione.

Difetti? Sarà che forse ho un po’ di esperienza di thriller letti o visti, ma sono riuscito ad anticipare durante la lettura gran parte dei colpi di scena. O perlomeno mi ero fatto qualche ipotesi. Ma questo non toglie nulla alla potenza della narrazione, che porge i suoi punti di svolta sempre al momento giusto e calibrati nel modo giusto. Sul modo di scrivere posso dire che, in generale, la lingua della narrazione è ricca di espressioni regionali, ma non è un difetto perché il romanzo è in prima persona quindi è una ricchezza (ma ammetto che ogni tanto ho fatto fatica a capire le parti in napoletano). Ciononostante, la lingua della narratrice è un filo troppo elaborata per essere quella di una ragazza cresciuta ai margini della società e che per di più non ama la scrittura. Tuttavia la narrazione, pur al presente, potrebbe essere stata scritta da una Alisa più anziana, più matura, che forse ha imparato da Buba il piacere della lettura e si è acculturata.

Diego Di Dio, Fore Morra, 2017, Fanucci, Roma

Racconto lungo: Rigenerazione, di Giampietro Stocco

9788825400793-rigenerazioneAppena uscito in ebook nella collana Futuro Presente, Rigenerazione di Giampiero Stocco ci porta dritti a chiederci che cosa è umano e che cosa no.

Nel suo racconto lungo, Stocco parla di un controllo molto avanzato della vita biologica. L’uomo è in grado di usare i cadaveri e di trasformarli in “cosi” che possano servire alla società. Ma quanto rimane di umano in quei “cosi”? Lo scoprirà Leda attraverso un viaggio attraverso la società sconosciuta dei “cosi”.

Con il suo racconto, Stocco ci parla di umanità, ma anche di schiavitù e immigrazione. Un testo breve, che accenna alcuni temi importanti. Un assaggio poetico di riflessioni che potrebbero meritare, in altri luoghi e contesti, più approfondimento.

Giampietro Stocco, Rigenerazione, 2017, Delos Digital, Milano

Romanzo: Qualcosa, là fuori, di Bruno Arpaia

null044318-300x465

Proseguono le mie letture distopiche e scopro che diversi autori italiani se ne sono occupati. Autori spesso fuori dal genere fantascienza. E infatti anche nelle presentazioni di Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia è dura trovare la parola fantascienza. Cosa che di fatto è, e pure di quella buona.

La storia procede in parallelo: in un futuro prossimo osserviamo il disfacimento della società attraverso gli occhi di un giovane Livio, giovane ricercatore, marito e padre; in un futuro un po’ più remoto, è un vecchio Livio che ci guida in un mondo ormai devastato.

In questo romanzo non ci sono cataclismi, invasioni aliene, esplosioni nucleari, epidemie di vampirismo o zombismo. Il mondo cambia gradualmente, ma rapidamente, per via del riscaldamento globale.

Arpaia descrive i cambiamenti climatici con un rigore scientifico esemplare, quasi troppo per un romanzo.

Il pianeta si riscalda, le zone desertiche si spostano, così come quelle temperate. L’impatto sociale è devastante, le nazioni che oggi consideriamo ricche vanno in rovina perché non hanno più le risorse elementari (acqua, agricoltura, allevamento) e si disgregano.Tutto questo Arpaia ce lo racconta attraverso due storie: quella del Livio giovane e quella del Livio vecchio, entrambi impegnati a gestire relazioni con altre persone.

 

È questo il futuro che ci attende? Quello del contrappasso, dove saremo noi a mendicare ospitalità a chi sta meglio di noi?

Meno poetico de La strada, meno intimo de Le cose semplici, meno avventuroso dei romanzi di Maberry, Arpaia disegna con sensibilità il suo affresco del presente, peraltro non troppo originale, attraverso la forza di questo romanzo, cioè un’ipotesi del futuro molto realistica somministrata attraverso un’ottima narrazione.

Resta una domanda a cui non ho trovato una risposta (forse mi sono distratto): perché le guide sono tutte donne?

Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, 2016, Guanda, Milano

Film: Arrival

mv5bmtexmzu0odcxndheqtjeqwpwz15bbwu4mde1oti4mzay-_v1_sy1000_cr006401000_al_Trovo piuttosto divertente leggere le recensioni di un bel film di fantascienza: in genere chi le scrive si stupisce che oltre a essere un bel film di fantascienza è anche un bel film.

E questo Arrival è in effetti entrambe le cose. Un bel film che piace agli appassionati del genere e a coloro che di solito non amano la fantascienza.

Nel film, la linguista Louise Banks, il fisico Ian Donnelly e il colonnello Weber sono confrontati con alieni appena giunti sulla Terra. La loro sfida è riuscire a comunicare per capirne le intenzioni.

Tratto da La storia della tua vita, di Ted Chiang, ne ripercorre piuttosto fedelmente la trama e ne ripropone le innovazioni: la scrittura e la comunicazione degli alieni, l’influenza che questa ha sulla mente.

Il film rende visivamente alla perfezione le immagini suggerite dal romanzo. La fotografia semplice ed essenziale riproduce lo stile della scrittura di Chiang.

Mi ha emozionato quasi quanto Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. (fatta la tara per l’età, la mia età). La sua qualità più grande è farci intuire l’enorme diversità che potremmo avere con una razza aliena.

 

 

Arrival, di Denis Villeneuve, con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker.

Serial, Afterlands, di Davide De Boni

Il sito delos.digital le definisce serial, anche se mantiene qui e là il nome tecnico di collana. In sostanza, sono serie scritte e vengono strutturate, come le serie tv, in stagioni e puntate. Ne esistono diverse, di vari generi, ognuna scritta da autori diversi oppure dallo stesso autore. Ogni puntata è un romanzo breve (80-100 pagine circa), e vengono tutte pubblicate in ebook.
9788865308851-la-belva

Il serial di cui parlo si chiama Afterlands, è scritto da Davide De Boni, e ne è da poco è terminata la prima stagione composta da sei romanzi brevi usciti a distanza di un paio di settimane uno dall’altro. Ora sono tutti disponibili e vanno letti  assolutamente nell’ordine in cui sono stati pubblicati.

È ambientata tra diversi secoli in un medioevo post antibiotico. La civiltà è regredita e la gente vive in comunità piuttosto isolate tra loro. Le medicine, gli antibiotici in particolare, non esistono più perché erano diventati inefficaci e dannosi. Il protagonista vive su di un’enorme nave città che si muove sul terreno attraversando regioni inospitali, ma presto dovrà abbandonarla e affrontare i pericoli che incontrerà a terra. Durante la lunga strada verso Somnica, città in cui spera di scoprire qualcosa sul suo passato, incontrerà amici e nemici.

Il serial è appassionante e ben scritto, ricco di elementi che tengono alta la tensione e invogliano a proseguirne la lettura. È votato soprattutto all’intrattenimento e alla conoscenza dei personaggi. De Boni è molto abile nello svelarci le loro caratteristiche attraverso l’azione.

Alcuni spunti interessanti – le navi-città o la stessa questione degli antibiotici – a volte sembrano trascurati, mentre la trama si concentra sull’azione, sulla gente e sulla crescita interiore del protagonista. Ma quella conclusa è solo la prima stagione.

Davide De Boni, Afterlands, Delos Digital

Romanzo, Anna, di Niccolò Ammaniti

Di Niccolò Ammaniti ho letto solo Fango, una raccolta di racconti, tra cui l’unico di cui conservo vaghi ricordi: L’ultimo capodanno dell’umanità (di cui esiste un film che non ho visto). 978880622775medNon è un buon segno. Quell’aria di decadenza trash alla Delikatessen non mi aveva entusiasmato.

Ero scettico su Anna, ma l’ho comprato perché ne ho letto bene e perché desidero leggere buona fantascienza italiana.

Mi è piaciuto. Probabilmente è vero che di originale c’è poco: tanto di ciò che è presente nel romanzo si è letto e visto altrove, e non da ieri. Ciò che ho apprezzato è lo stile (vedi sotto) e la capacità di Ammaniti di rendere il punto di vista di Anna. Ingenua nelle sue descrizioni della terribile desolazione che vede e nel raccontare una società in cui solo una ragazzina può vedere una  speranza.

Un esempio: a pagina 40 seguiamo Anna nella sua casa, al buio, con una torcia. Il fratello scotta e lei cerca il quaderno, lasciato dalla madre, dove potrebbe trovare il modo di curarlo. Per una ventina di righe la vediamo aggirarsi per la casa (“Il fascio di luce illuminò un tappeto a scacchi colorati e una scrivania impolverata…” cose così). Poi di botto: “Sulla sopraccoperta rossa e blu c’era uno scheletro con le braccia incrociate”. La naturalezza di questa narrazione ci prende a schiaffi perché, da adulti, noi ci rendiamo conto e capiamo che Anna no, non se ne rende conto. Non del tutto.

Lo stile di Ammaniti, in questo romanzo, è asciutto, secco, rapido. Le cose succedono, una dopo l’altra, senza tregua, senza tempi morti. Il lettore si trova nella situazione di Anna, spaesato, con poche informazioni per  pensare e prendere decisioni vitali.

Però ci sono i flashback. Ci ho messo un po’ per capirne l’utilità. Sono brevi divagazioni che sembrano avere poco a che fare con la storia. Non la mandano avanti, la fermano. E forse è questo il loro senso: dare al lettore il tempo di riflettere un momento e abituarsi a quanto ha appena letto. Non è importante tanto il cosa dicono, ma la pausa che ti fanno fare.

Se proprio devo trovare un difetto a questo romanzo direi che è la mancanza di sesso. Non capisco perché manca il sesso. Stiamo parlando di bambini e ragazzini, ma grandi 13-14 anni. In realtà, vediamo Anna iniziare a percepire un sentimento, una passione. In un mondo come quello descritto da Ammaniti mi sarei aspettato di trovare qualche gruppo di ragazzini che pensano e fanno solo sesso. Un accenno alla violenza. E qualche ragazzina incinta.

Niccolò Ammaniti, Anna, 2015, Einaudi, Torino

Romanzo: Le cose semplici, di Luca Doninelli

3416862-9788845277702
Fonte: sito Bombiani

Coordinate: ottocentotrentotto pagine, due mesi, circa 15 ore di lettura effettiva (a spanne leggo una pagina al minuto).

Giudizio: un romanzone, lungo, lento, a tratti un po’ noioso. Più che noioso, faticoso. Nel complesso un bel romanzo da gustare con calma.

Genere: fantascienza. Sottogenere: distopia / post-apocalittico. E c’è poco da discutere: siamo in un futuro prossimo, è il nostro mondo tra una ventina d’anni. Stati, multinazionali, strutture sociali, tutto è andato perso, abbandonato a sé stesso, nessuno si è più preso cura dei servizi che tengono in piedi la nostra società. Il risultato è una giungla urbana dove gruppetti di disperati tentano di sopravvivere ai violenti. Altrove qualcuno cerca di ricostruire una parvenza di civiltà attorno a un’università.

Descrizione. Non c’è azione, non c’è sesso (un pochino), c’è un racconto realistico di cosa potrebbe capitare. L’espediente narrativo è quello dei diari ritrovati. Con questa scusa dobbiamo perdonare all’autore Doninelli tutti i presunti difetti del libro perché nella finzione non è lui ad averli scritti. A scrivere è Dodò, il personaggio principale. Non ho letto altro di Doninelli, non so come sia la sua scrittura. Conosco solo questo stile: lo stile di Dodò. È prolisso, si lascia distrarre dai ricordi, è uno che scrive per sé, per disperazione, non rilegge quindi non taglia, non lima, si ripete. Peraltro lo dichiara: voglio scrivere per non dimenticare e lo fa, scrive tutto ciò che gli viene in mente. Incontra uno e parte la digressione sulla storia di questo tizio. Siccome, pur non conoscendo Doninelli, leggo che è un romanziere navigato, sono sicuro che sono scelte studiate, che lo stile è calibrato per rendere l’espediente verosimile. La gran mole di dettagli dà in effetti molto realismo a questa storia.

Punto negativo: il precipitare delle cose mi pare troppo forzato. Spoiler: la gente a un certo punto semplicemente non fa più il suo lavoro e abbandona tutto. Nel giro di poco tempo i servizi essenziali smettono di funzionare. Che la discesa verso il caos globale sia frutto di semplice trascuratezza mi sembra poco credibile.

Punto positivo: la speranza per il futuro viene dall’istruzione e dall’educazione.

Luca Doninelli, Le cose semplici, 2015, Bombiani, Milano

Romanzo: Real Mars, di Alessandro Vietti

real-mars-cop-663x900Questo è un romanzo realistico. Talmente realistico da avere le pubblicità.

In Real Mars, Alessandro Vietti ci accompagna nel viaggio dell’umanità verso Marte. Per finanziarlo si fa ricorso alla televisione e il viaggio diventa un reality-show. In poco tempo tutto il mondo segue l’avventura dei quattro astronauti selezionati, la vita a bordo, le difficoltà che incontrano, i complotti che sembrano affliggerli. Ma anche i loro sentimenti e le loro sensazioni. Un villaggio globale concentrato solo sugli eventi del programma televisivo.

Vi sono molti intermezzi in cui il programma viene descritto dagli spettatori che lo guardano. Quindi nel romanzo entrano ed escono molti personaggi. All’inizio questo è un po’ disorientante, poi ci si abitua.

Lo stile è perfetto nel suo adattarsi ai momenti che descrive: lo show, la vita sulla navetta, il pubblico, le pubblicità. Ogni tanto la tensione di quanto viene descritto è abbattuta da qualche tipo di spot in sovraimpressione. Esattamente come accade in tv.

Ogni elemento del romanzo mostra un pezzo di noi, a volte esagerato, a volte appena ingigantito, ma sempre molto vero.

Alessandro Vietti, Real Mars, 2016, Edizioni Zona 42, Modena

La scuola insegna a essere mediocri?

Uno dei paradossi più interessanti, nella scuola, riguarda l’Allievo Scolastico. Scolastico, nella scuola, non è un complimento. L’Allievo Scolastico è attento in aula, prende appunti, risponde se interrogato, pone qualche domanda, studia ciò che gli si dice di studiare, riesce piuttosto bene nelle verifiche. Ma non è una persona brillante: non offre spunti interessanti, non fa collegamenti fra materie, fatica ad avere pensieri suoi, non provoca. È soltanto another brick in the wall.

Di solito l’Allievo Scolastico non piace ai (bravi) insegnanti.

E, nonostante fare lezione in una classe di Allievi Scolastici sia riposante, non credo che la scuola faccia un buon servizio alla società se sforna (solo) Allievi Scolastici.

Mi è venuto in mente l’Allievo Scolastico leggendo un post di Angelo Mincuzzi, giornalista de Il Sole 24 Ore, in cui parla di Mediocrazia, l’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault.

Deneault , racconta Mincuzzi, sostiene che il potere è sempre più nelle mani dei mediocri. Chi è il mediocre? Una persona, spiega Mincuzzi, che deve avere competenza utile ma che non rimetta in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Deve avere spirito critico, ma limitato e ristretto all’interno di specifici confini altrimenti potrebbe rappresentare un pericolo. Perciò deve giocare il gioco.

Che significa? Mincuzzi spiega:

Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Giocare il gioco, racconta Deneault, vuol dire acconsentire a non citare un determinato nome in un rapporto, a essere generici su uno specifico aspetto, a non menzionarne altri. Si tratta, in definitiva, di attuare dei comportamenti che non sono obbligatori ma che marcano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o una specifica cordata.
È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. «Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale» è l’obiettivo del mediocre.

Sembra che Mincuzzi voglia attribuire una colpa, al mediocre: quella di esserlo di proposito. Io non lo so. Per qualcuno sarà così, qualcuno non sa essere altro. Forse qualcuno è stato formato per esserlo, per esempio, da un certo approccio al lavoro. Un’espressione piuttosto alla moda è problem solving. Risolvere problemi. È importante avere a disposizione dei Wolf che risolvano problemi. Ma, avvisa Mincuzzi, problem solving significa essere

alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente.

In realtà, io credo che abbiamo bisogno di mediocri per mandare avanti il mondo. Ma abbiamo bisogno anche di ribelli, di persone che vadano oltre il problema del momento, di persone che siano in grado di osservare il Sistema come se fossero all’esterno, che ne riescano a vedere i difetti e che portino delle soluzioni. Oppure che distruggano per poi ricostruire.

E la scuola? A volte si vedono Allievi Scolastici andare avanti con successo e persone brillanti faticare. Non so se questo è giusto.

Angelo Mincuzzi, La “mediocrazia” ci ha travolti, così i mediocri hanno preso il potere, 2016

Film: Lei

mv5bmja1nzk0otm2of5bml5banbnxkftztgwnju2njewmde-_v1_

(attenzione, questo commento contiene spoiler, non leggerlo se non hai mai visto il film e non vuoi rovinarti la visione)

Desideravo molto vedere questo film. Ehi, un film di fantascienza seria non sparaspara di cui parlano tutti; non capita tutti i giorni. E così l’ho visto.

Lo spunto è fantascientifico. Esistono sistemi software tanto evoluti da sembrare esseri umani e provare emozioni e ribellarsi all’uomo. Non è uno spunto molto originale e di solito finisce a sparaspara. Inserirlo in una storia d’amore, questo sì, è piuttosto originale.

L’inizio del film non è male. La storia è decisamente centrata sui protagonisti; Theodore, un tizio un po’ triste anche se ha un lavoro interessante in cui è bravo, e Samantha, il software, il sistema operativo, di cui sentiamo soltanto la voce (un po’ fastidioso quel suo voler essere umana e non meccanica nel doppiaggio italiano). Il resto del mondo resta confinato nella bella fotografia, che assomiglia però a tante cose che ho già visto (leggo in giro Terrence Malick – e infatti Christian Raimo su ilPost.it dice: smarmella con scene con luce malickiana di ricordo in cui ci si butta i cuscini in faccia, oppure ci si infila dei coni stradali in testa, ma io credo di aver visto roba simile anche altrove, tipo Fino alla fine del mondo?).

Poi finisce qui. Il film si attorciglia sulla storia d’amore che non può che finire male. Il tema fantascientifico viene abbandonato, nonostante ci siano tante strade interessanti da percorrere, sul dare una fisicità al software, sul senso dell’esclusività di un rapporto sentimentale, su quanto un sistema può opporsi alla sua funzione (continuerà a leggergli le email anche se hanno litigato?).

È così strano che un uomo si innamori di un software? No, e lo spiega bene Luca Morandi su Fantascienza.com:

Non c’è niente di strano in un essere umano che si innamora di un software intelligente. Milioni di persone, a causa della natura umana, si affezionano da sempre ad esseri non appartenenti alla loro specie: il loro cane, il loro gatto, persino il loro canarino. Attribuiscono emozioni umane a chi non le possiede, nonostante generazioni di etologi smentiscano le loro convinzioni, e parecchi di noi finiscono con l’instaurare legami emotivi persino con oggetti inanimati: conoscevo persone che avevano dato un nome alla loro auto o alla loro moto, o che conservavano gelosamente indumenti, diari, fotografie, pupazzi. Che non avrebbero mai abbandonato la casa in cui avevano vissuto per tanto tempo.
È una peculiarità della nostra specie: ci innamoriamo di chi e di quello che ci pare, senza dar troppo retta alla logica.

È così strano che un software si innamori? Questo sì che è strano, ma è un film, a differenza di Morandi lo accetto.

Conclusione? Il cinema si dimostra spesso incapace di rendere la profondità che si trova nella fantascienza letteraria, accontentandosi di sparaspara o robe sentimentali contorte.

Lei (Her), 2013, di Spike Jonze, con Joaquin Phoenix

Il sito di Marco Faré

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: