Serie tv: The Rain

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Serie europea, dalle premesse interessanti. Una pioggia assassina sconvolge il mondo. Una ragazza e il suo fratello piccolo vengono portati dai genitori in un bunker segreto. Il padre non arriva, la mamma muore. I due sopravvivono qualche anno senza mai uscire, poi le riserve finiscono e sono costretti ad andarsene. Incontrano dei sopravvissuti e piano piano scoprono come sopravvivere e cosa è successo.

Salterà fuori che non tutto il mondo è andato, ma solo una zona circoscritta dalla quale non possono e non vogliono uscire perché vogliono stare tutti insieme.

Passi che il padre è il grande artefice della pioggia, non si capisce se è buono o cattivo. Passi che il fratellino deve sopravvivere perché può salvare tutti, continuano a dire i cattivi, ma non dicono come. Passi che ci sono basi segrete disseminate dappertutto. Passi tante cose, ma la seconda stagione è molto deludente, a partire dalla protagonista che si improvvisa medico e trova la cura che gli esperti cercavano da anni.

Non credo che guarderò la terza.

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Serie tv: La casa di carta

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La terza stagione è una delusione. Se le prime due sono intriganti, nonostanti buchi di trama e scene d’azione imbarazzanti, la terza è basata sul nulla. Un pretesto inverosimile per rimettere i nostri eroi nella stessa situazione delle prime due stagioni.

Odiosi cliffhanger sul finale dell’ultima puntata costringeranno la visione della quarta stagione.

Memoria o esperienza?

Un film corto, segnalato da Fantascienza.com (Ricordi da acquistare), ci fa riflettere sull’importanza della memoria o dell’esperienza. Ispirato ad Atto di forza, Thanks for the memories racconta la storia di Joel Fink, a cui viene offerta una vacanza completamente gratuita, dove potrà fare ciò che vuole, essere ciò che vuole. Ma dovrà rinunciare a ricordarsela. Potrà fare l’esperienza della vacanza, e questo formerà il suo carattere, ma non se la potrà ricordare. Un po’ come quanto ci succede prima dei nostri tre anni di vita.

La buona comunicazione è indistinguibile dalla truffa?

Riflessioni sulla comunicazione, magari non originalissime ma molto ben raccontate, con ottimi esempi.

E adesso vado a mangiare delle crocchette per cani…

Stefano Andreoli, Moriremo di Storytelling, https://www.youtube.com/watch?v=hSyJPm0oJ0M

Fonte: https://www.wittgenstein.it/2019/06/23/moriremo-di-storytelling/

Romanzo: Naila di Mondo9, di Dario Tonani

La forza di questo romanzo è l’ambientazione, tanto che compare nel titolo. Mondo9 è originale e affascinante. Fatto di sabbia, dominato dal metallo, popolato da creature esotiche e da uomini. Come questi ci siano giunti è un mistero, ma ci sono, si sono adattati, pur restandone alieni: il vero dominatore è il metallo e quelle strane creature che sono le navi. Anche la loro origine è un mistero. Quanto c’è di artificiale e quanto c’è di vivo in una nave?

Sabbia, ruggine e metallo sono gli elementi dominanti. Le città e le persone sono elementi estranei, su Mondo9.

Su questo sfondo così forte la storia di Naila appare quasi sfocata. È difficile rubare la scena a Mondo9. A questo contribuisce la scrittura di Tonani, che si concentra spesso sul pianeta e sulle sue creature ma è meno nitida nel raccontare le vicende di Naila e degli altri protagonisti e capita di esserne confusi.

Naila di Mondo9 è un romanzo che ti piacerà, se ti piace la fantascienza. Non lo consiglierei per avvicinarsi al genere.

Mondo9 è protagonista di altri romanzi e racconti di Dario Tonani e di un volume scritto dai suoi fan: Tutti i mondi di Mondo9, uscito nel 2014, che contiene 82 racconti brevissimi ambientati su Mondo9, tra cui il mio Gommerìa, presente anche nella selezione di 20 racconti pubblicata su Robot 68 nel 2013. E chiedo scusa a Dario se lo cito ogni volta che si parla di Mondo9 ma ne sono ancora oggi superorgoglioso.

Dario Tonani, Naila di Mondo9, Mondadori, Milano, 2018

Studiare non è imparare

A volte si trovano piccole riflessioni brillanti sulla scuola dove non te lo aspetti. Piccole non perché poco importanti, ma perché brevi. Dove non te lo aspetti non perché l’autore, l’autrice in questo caso, non sia brillante, lo è eccome, ma di solito parla di altre cose.

È successo oggi, sulla newsletter dedicata alla comunicazione online e ad altro di Mafe De Baggis (koselig).

Ecco la citazione:

(…) ancora oggi usciamo da scuola (università compresa) convinti che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose, che i fatti appresi siano certi e stabili, che si studi per immagazzinare nozioni e non competenze. Non è (solo) colpa della scuola, perché questa convinzione è figlia della cultura del libro e dell’alfabeto: per capire come fare qualcosa si studia, per studiare si fa riferimento a qualcun altro, vivo o stampato. Nessuno ci insegna da piccoli come imparare a imparare, anzi, da piccoli lo sappiamo benissimo, poi a scuola, piano piano, lo dimentichiamo, perché l’urgenza è sull’imparare a studiare, che no, non è la stessa cosa. 

Studiare non è imparare, non sempre. Siamo d’accordo. Studiare è approfittare dell’esperienza di altri, e non mi sembra un male. Ma la scuola insegna anche a imparare, nel significato inteso qui sopra. Perlomeno ci prova perché è una cosa molto più difficile da insegnare. Lo fa mettendo lo studente in situazioni in cui se la deve cavare da solo. Di solito lo studente non è contento: vuole la ricetta, il metodo pronto, la procedura da replicare: è più semplice e meno faticoso. Invece se ci deve arrivare da solo, deve pensare.

Ma la questione più grande, segnalata da Mafe e su cui noi insegnanti dovremmo riflettere, è questa convinzione che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose.

Romanzo, Fiori sopra l’inferno, di Ilaria Tuti

Un thriller praticamente perfetto. Ogni elemento della trama fa la sua comparsa al momento giusto. Ogni personaggio è presentato con sufficienti dettagli ma non troppi. Il mistero non è troppo misterioso ma nemmeno banale. Il commissario è abbastanza originale senza essere strampalato. Le ambientazioni sono più di uno sfondo, ma non rubano la scena ai personaggi. I colpi di scena sono dosati e discreti. La soluzione del mistero è verosimile, e non è nemmeno così importante perché è più interessante seguire le vicende dei personaggi.

Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno, Longanesi, Milano, 2018

Romanzo, La chiave nel latte, di Alexandre Hmine

Ho deciso di leggere questo libro per due ragioni. La prima è che volevo scoprire un Premio Svizzero per la letteratura. Volevo capire se l’alta letteratura contemporanea potesse piacere anche a me (spoiler: sì, mi è piaciuto). La seconda ragione è che l’autore ha frequentato il mio stesso liceo, più o meno negli stessi anni in cui l’ho frequentato io. Lo conosco di vista, abbiamo (avuto) degli amici in comune, forse ci è anche capitato di salutari o parlare. Di lui, ricordo la delicatezza dei movimenti e lo sguardo curioso e discreto. 

Io sto zitto, guardo e ascolto. Mi vedo nel vetro della finestra. Chi sono? Dove vado? (Pag. 167)

Il suo non è un romanzo: è un diario in cui racconta dei momenti della sua vita. Ricordi spezzati, legati tra loro solo dai luoghi e dalle persone che lo circondano. Brani che vanno da un paio di righe a mezza pagina. Ognuno di questi brani è un piccolo capolavoro, curato nella lingua e nel lessico. Per chi è della nostra generazione, nati attorno alla metà degli anni Settanta, ci sono molti riferimenti a oggetti dell’epoca, tipicamente svizzero-italiani, così come ci sono molti modi di dire svizzero-italiani, con interessanti e spesso divertenti incursioni nel dialetto. Sempre dense di significato.

Il tema di fondo è quello della ricerca di una propria identità. Ricerca che riguarda tutti, ma che nel caso di Hmine è resa più difficile dalla sua origine marocchina. Nato a Lugano da madre marocchina, cresciuto a Vezio da una donna svizzera, Hmine vive con sentimenti contrastanti il rapporto con il suo paese d’origine, con la sua cultura e con la sua religione. 

Confronto che nel mio piccolo – piccolissimo – ho vissuto anch’io nei confronti dell’Italia, mia patria. Certo, la differenza culturale tra Canton Ticino e Lombardia non è profonda quanto quella con il Marocco, ma c’è e a volte mi sembra più difficile vivere le differenze quando queste sono piccole. 

Il libro è anche un interessante documento sul Ticino, scritto da uno che in Ticino è nato e cresciuto, ma che ha uno sguardo arricchito dal confronto con qualcosa di non ticinese. 

Alexandre Hmine, La chiave nel latte, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2018

#35af: Museo dei trasporti, Lucerna

Trentacinque anni fa. Circa. Credo fosse il 1984, ma non ne sono certo. La scuola elementare di Massagno portò la mia classe a visitare il museo dei trasporti di Lucerna. Scattai qualche foto. Sono passati più o meno trentacinque anni e ci sono tornato.

A sinistra lo scatto degli anni Ottanta, a destra quello attuale (clicca per ingrandire).

Ho tentato di riprodurre qualche scatto. Ho ritrovato parecchi oggetti, in posti diversi e con luci diverse. Cambia la prospettiva (ma non credo sia dovuto solo alla mia altezza), cambiano le tecnologie: dalla compatta a pellicola a una reflex digitale. Il plastico è quasi certamente stato spostato: ora è su di un soppalco circondato da un corridoio con il pavimento di vetro.

A sinistra lo scatto degli anni Ottanta, a destra quello attuale (clicca per ingrandire).

Il modello della chiusa dovrebbe essere ancora al suo posto, a giudicare dalla scala mobile.

Non ho ritrovato una capsula spaziale e nemmeno la tuta che avevo fotografato con molta emozione. O forse sì.

A sinistra lo scatto degli anni Ottanta, a destra quello attuale (clicca per ingrandire).

Romanzo: Doctor Reset, di Dario Neron

La lettura di Doctor Reset è merito di due persone: dell’autore Davide Staffiero (ho parlato del suo Il programma), che me l’ha consigliato, e della bravissima libraria Silvia, della libreria Taborelli di Bellinzona. Vendere libri è il suo lavoro, quindi che merito ha? Beh, mi sono presentato chiedendo Dottor qualcosa di Dario o forse Mario o forse Marco qualcosa (no, Marco me lo sarei ricordato), la casa editrice non la sapevo, ma lui è ticinese. E ha trovato il libro giusto, quindi è anche merito suo. 

Il romanzo. Dico subito che non mi è piaciuto moltissimo. Forse perché mi aspettavo un noir/thriller dal ritmo serrato, invece mi sono ritrovato un romanzo intimista, dove i pensieri del protagonista sono preponderanti rispetto alla trama. 

Il modo di scrivere è certamente interessante e curato. Il linguaggio è ricercato, frasi e periodi costruiti con cura, le metafore sono adeguate a un noir, quasi forzate, volutamente, per quell’aria un po’ autoironica che pervade tutto il testo. Qui e là si nota qualche regionalismo che mi pare stoni un po’. Il termine mantello per indicare un cappotto mi sembra sia tipicamente ticinese, per esempio. 

Lo spunto è fantascientifico: un metodo per cancellare parti della memoria di una persona, quelle parti che archiviano un evento, una storia d’amore o addirittura una persona. La trattazione vira più al noir. La trama in sé è abbastanza semplice. Non direi scontata, ma di certo non ti tiene incollato alle pagine per vedere come va a finire. È evidente che lo scopo non è quello. Gli eventi della trama sono scanditi dalla narrazione in prima persona, che si concentra soprattutto sui pensieri del protagonista, su cosa gli capita, o meglio su cosa pensa a proposito di ciò che gli capita. Un flusso di coscienza, si dice, come questo:  

La noia. Brutta bestai. Invade i nostri spazi, irrompe nel nostro esistere, nelle nostre case e si scava un tunnel attraverso la mente. Onnipresente e sempre pronta ad attaccare. Una nebbia calda fra il cervello e il cranio, sottile ma impenetrabile. Una sonnolenza densa davani agli occhi. Un susseguirsi di sbuffate, una più pesante dell’altra, che a farle in ascensore si rischierebbe di superare il limite di peso concessi. 

Il protagonista, Frank Doc, ultracinquantenne, sciupato, vive in una cella frigorifera, mangia e beve tanto e a scrocco. . È il perfetto protagonista di un noir, è esageratamente noir, così come gli altri personaggi, tutti assurdi, improbabili, forzati. Perfetti per questo romanzo. 

Il ritmo del romanzo è lento, soprattutto nella prima parte. I pensieri di Doc contaminano ogni pagina e non è sempre facile osservare il mondo dal suo punto di vista, sempre pessimistico – per finta, secondo me – e a volte confuso. 

Come detto, non mi è piaciuto moltissimo, ma è una questione di gusti. Mi ha comunque fatto piacere leggerlo: il romanzo è ben costruito, non per nulla ha vinto il premio InediTO nel 2016. L’autore è da tenere d’occhio. 

Dario Neron, Doctor Reset, Il camaleonte edizioni, 2017

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