Romanzo: Gli squali, di Giacomo Mazzariol

Ho sentito parlare – bene – di Giacomo Mazzariol da Fabio Geda, durante un corso organizzato dalla Scuola Holden. Geda ha guidato Giacomo nella stesura del suo primo romanzo, Mio fratelli rincorre i dinosauri (lo racconta brevemente qui). 

Quando è uscito Gli squali, secondo romanzo di Mazzariol, sono stato attratto dal tema: i giovani d’oggi e le tecnologie. Più o meno il mio pane quotidiano. 

Quello che ho appena concluso è un tentativo di ritrarre i giovani d’oggi, quelli che hanno diciannove o vent’anni, attraverso il racconto di alcuni di loro. Giovani di provincia, come quella in cui vivo, che si trovano di fronte le sfide del mondo. Il gruppo di amici, di cui Mazzariol racconta, sta per affrontare la maturità e tutto ciò che ne consegue: l’università, il lavoro, l’ingresso nella vita da adulti. In più, il protagonista Max, si trova coinvolto in una vicenda più grande di lui che ridefinirà i rapporti con gli amici e con i genitori. Vicenda un poco forzata ma interessante, e forse un pochino autobiografica. 

Cosa capisco, dei giovani d’oggi, dal racconto di un giovane d’oggi?

I giovani d’oggi sono spaventati perché pensano di essere gli unici e i primi ad affrontare certe sfide. In realtà, succede ogni volta che qualcuno compie diciott’anni, credo, e ogni generazione degli ultimi decenni ha trovato le sue sfide e le sue paure. Quella della mia generazione erano, come leggevo altrove, la bomba atomica, i drogati e l’aids. E poi, con la caduta del muro di Berlino, il nulla. È però vero che sono i primi a trovarsi di fronte un mondo che è anche digitale. Io, per dire, il mondo digitale l’ho incontrato a vent’anni, era il 1994. Siamo l’ultima generazione, diceva qualcuno, che ricorderà un mondo senza internet. I giovani d’oggi, invece, non ricordano un mondo senza internet, vedono un mondo ancorato alla rete, sanno di essere i primi a trovarsi in questa situazione, e sono preoccupati. 

Mazzariol, peraltro, dimostra di conoscere bene il mondo attuale, nelle sue declinazioni offline e online. È molto bravo nel descrivere il mondo delle App, sia dal punto di vista tecnico che da quello dei processi di lavoro. 

In sostanza, il romanzo mi è piaciuto abbastanza. L’autore ha un bel modo di scrivere, uno stile giovanile ma non forzato. È molto abile e rapido nel tratteggiare personaggi e situazioni, che si capiscono al volo dopo poche frasi. La storia è ben costruita, anche se non particolarmente articolata. Non ci sono elementi difficili, non è un giallo o un thriller, né fantascienza o fantasy, ma fila bene, ogni elemento ha il suo posto e ogni situazione è giustificata. 

A volte sfiora lo stereotipo, ma non ci cade quasi mai. Riesce spesso a dare qualche tocco di originalità a ogni personaggio e a ogni situazione. 

Ciò detto, non mi ha colpito al cuore. È una lettura piacevole che non mi ha lasciato tantissimo (a parte una cosa). Forse è un romanzo adatto più ai giovani, per capire che non sono soli davanti a certe sfide, per metterli in guardia di fronte a certi personaggi. Per aiutarli a capire che, squali o no, non devono fermarsi, ma non devono nemmeno correre. 

La cosa che di certo mi rimane, e che penso userò a lezione perché posso riferirla a un giovane, è la questione di cosa si vede in una presentazione. Un personaggio spiega a Max che si fa colpo sul pubblico, in una presentazione, grazie al corpo per il 50% (con corpo intende tutto ciò che vede: aspetto fisico, abbigliamento, pettinatura, sguardi, gesti, eccetera), alla voce (30%), ai contenuti che si portano (10%). Per il restante 10%, ciò che conta è la tua storia, chi credono di trovarsi davanti. 

Statistiche di questo tipo ne esistono, ci credo fino a un certo punto, non so che fonte scientifica abbia questa, è discutibile, ma forse è tragicamente vera, ed è bene rendersene conto. 

Giacomo Mazzariol, Gli squali, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018

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Saggio: Bassa risoluzione, di Massimo Mantellini

Seguo Mantellini da anni, leggo il suo blog e gli articoli che pubblica altrove. Ho letto e commentato il suo La vista da qui.
Di Mantellini apprezzo la competenza e la capacità di esprimere il suo punto di vista in modo chiaro e brutale. Di solito mi trovo d’accordo.
Su Bassa risoluzione ho qualche perplessità. Da un lato non sono sicuro di capire del tutto il concetto dietro a questa espressione. Dall’altro non mi convince, ma suppongo che l’ho capito male e in sostanza la penso come Mantellini senza accorgermene.

In poche parole, in Bassa risoluzione Mantellini sostiene che, a causa delle tecnologie digitali, le nostre aspettative si sono ridotte. Non pretendiamo più la qualità, ma ci accontentiamo di ciò che troviamo. Esempi: la musica, visto che ci accontentiamo della qualità MP3 invece che ricercare l’alta fedeltà, o le foto, che scattiamo con il telefonino quando una reflex farebbe meglio. E questo lo applichiamo a tutto, anche all’informazione, ai film, alla politica, all’arte, all’educazione (?). Ma il problema è soprattutto che tendiamo a considerare bellissime le foto scattate con il telefonino, senza renderci conto che in realtà non lo sono, che con una reflex si farebbe meglio.

Le obiezioni mi riescono facili. Comincio dallo sforzo di produzione: la reflex fa foto migliori se chi la maneggia lo sa fare, altrimenti meglio il telefonino che con il suo software fa un lavoro migliore di un incompetente umano. Poi la praticità: il telefonino l’ho sempre con me, la reflex pesa e me la devo portare in giro.
(Io la reflex la uso, ho fatto dei corsi, non sono di certo un fotografo esperto ma ne so abbastanza per sfruttarla. A volte me la porto in giro, ma devo pianificarlo.)
Infine le funzioni: scattare una foto con il telefonino mi permette di condividerla immediatamente con una persona, con il mondo intero.

Le mie obiezioni sono applicabili anche agli altri campi in cui Mantellini parla di bassa risoluzione? Forse. Gli MP3 hanno certamente una qualità sonora inferiore, è scientifico, ma sono trasportabili più facilmente.

Allora forse il problema è di percezione: dobbiamo stare attenti a percepire la qualità delle foto che scattiamo o della musica che ascoltiamo. Essere consapevoli che alcune cose sono a bassa risoluzione per certi aspetti, perché preferiamo che abbiano altre qualità. L’MP3 ha una bassa qualità sonora ma è più trasportabile. La foto del telefonino ha una scarsa qualità fotografica ma il telefonino ha le funzioni per condividerla.

Sarò forse miope, ma non mi preoccupa la Bassa risoluzione, perché io sono consapevole di cosa uso a bassa risoluzione e cosa no. Ma capisco il discorso di Mantellini. Qualche tempo fa ho fatto vedere ai miei allievi un film. L’ho fatto partire dal computer di scuola, proiettato tramite un proiettore (beamer), e ho chiesto loro se il formato era giusto. Mi hanno detto di sì. Dopo mezz’ora mi sposto tra loro e guardo le immagini e mi sono accorto che erano schiacciate. Il formato non era quello giusto. Non era un 16:9 rispetto a un 4:3, la differenza era meno marcata, ma si notava. Eppure per loro andava bene. Peraltro io ho guardato Dune, penso nel 1988, nella sala tv di un albergo, su un televisore bombato, di sbieco. E mi è piaciuto.
Forse è di questo che ci dobbiamo preoccupare: educare i giovani a capire dove sta l’alta risoluzione e dove la bassa. A trovare il compromesso tra le due.

Massimo Mantellini, Bassa risoluzione, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018

Robot 84

Silvio Sosio (a cura di), Robot 84, 2018, Delos Books, Milano.

Qualche commento ai racconti del numero 84 di Robot.

I Figli del Millenio, di Kristine Kathryn Rusch, parla di un concorso assurdo, del tutto condizionato dal caso, che influenza la vita di molte persone. È un bel racconto, ben scritto e ben tradotto, nonostante si notino alcuni errori qui e là. Vengono date scarse informazioni sull’antefatto, a volte fin troppo scarse: ci vuole parecchio tempo per capirci qualcosa. 

Magical Mystery Tower, di Graziano Versace, è un racconto decisamente psichedelico con riferimenti a una cultura che probabilmente non capisco. 

Io aggiusto, di Davide De Boni, ha il sapore del classico horror. Ma di quelli che fanno paura davvero. Davide si conferma un autore capace di scrivere. 

Testa di pecora, di Fabio Aloisio, non mi è piaciuto molto. È un racconto molto strano, con idee davvero originali. 

Un mondo che svanisce, di Alain Voudì. In un mondo normale si insinua un elemento strano che potrebbe uscire dalla mente di Buzzati. Inquietante. 

L’Eremita di Houston, di Samuel R. Delany, racconta la storia di una relazione e contemporaneamente di una società. Mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più del contesto, di cui si dice poco, ma affronta temi importanti. 

Rivista WMI 52, un commento

Leggo soltanto ora il numero 52 della Writers Magazine Italia, uscito a settembre 2018 e dedicato a: La grammatica – Agenzie letterarie – La scaletta – Sergio Fanucci – Mystfest – Premio WMI

Ecco l’indice:

  • Poesia: Da Petrarca a Bondì, di Laila Cresta
  • Casa, Racconto di Samantha Sebastiani
  • Scrittura: La grammatica, di Laila Cresta
  • Intervista: Franco Forte al Mystfest, di Filippo Radogna
  • Un posto di responsabilità, Racconto di Guido Anselmi
  • Letti per voi: Neria De Giovanni, Tacita Muta, La dea del silenzio di Laila Cresta
  • Scrittura: Agenzie letterarie di Franco Forte
  • Ero il nulla, Racconto di Liudmila Gospodinoff
  • Letti per voi: Angela Davis, Donne, razza e classe, di Laila Cresta
  • Tecnica: La scaletta di un’opera, di Luca Di Gialleonardo
  • Polvere di buio, Racconto di Antonio Tenisci
  • Letti per voi: Laila Cresta, La maestra e la strega, di Antonella Grimaldi
  • Niente lacrime per Cleopatra, Racconto di Macrina Mirti
  • Letti per voi: Patrizia Marzocchi, Il diciassettesimo conte, di Laila Cresta
  • L’intervista: Sergio Fanucci
  • Vincitori 42° premio WMI:
  • Skull’s Hill di Maria R. Del Ciello
  • Exit di Simona Godano
  • Secessione di Marco Pacchiarotti

Ed ecco il mio commento a parte dei contenuti.

  • Casa, di Samantha Sebastiani. È il racconto che mi ha lasciato più perplesso perché, per quanto scritto bene, non mi ha detto gran che. 
  • Un posto di responsabilità, di Guido Anselmi. Narrato con toni leggeri e quasi comici, delinea in realtà una situazione dai risvolti drammatici. Il racconto è costituito da un lungo dialogo serrato a scansione diretta. 
  • Ero il nulla, di Liudmila Gospodinoff. È una sorta di poesia in prosa. 
  • Polvere di buio, di Antonio Tenisci. L’ho trovato un po’ difficile da seguire. C’è una storia d’amore e un terremoto, i piani temporali sono due, c’è un’alternanza tra il prima e il dopo. È una storia di speranza, e questo è positivo, ma mi sono perso un po’ troppe volte e quindi l’ho trovato non del tutto efficace. 
  • Niente lacrime per Cleopatra, Di Macrina Mirti. La vita ordinaria e tranquilla di una veterinaria, con un marito e un bambino piccolo. La morte di un animale che ha salvato anni prima la porta a mettere in discussione la visione normalmente accettata di bene e di male, e cerca di trasmetterla a suo figlio. Si percepisce il suo disagio verso l’umanità, che ha scarse speranze di migliorare. Disagio però anche verso la sua vita, la sua situazione, sembra che questo marito appena tratteggiato non la coinvolga più di tanto. Una scrittura molto esplicita e lineare, che ricalca la normalità della situazione. 
  • Skull’s Hill, di Maria R. Del Ciello (vincitore Premio WMI 42). Questo testo racconta un episodio di una rivolta. Una situazione particolare, che sembra rappresentare tutte le situazioni simili. Protagoniste le donne. La scrittura è, soprattutto all’inizio, sincopata, interrotta, continuamente, in un modo che ben rappresenta la tensione della protagonista. C’è molto non detto e anche in questo caso non è sempre facile seguire la storia. 
  • Exit, di Simona Godano (secondo classificato Premio WMI 42). È un racconto strano, inizialmente difficile da classificare. Sembra un sogno, una visione, ma ha elementi concreti che suggeriscono al lettore una situazione reale e distopica, ma si chiude di nuovo con la sensazione che sia tutto un pensiero. Una via di fuga pare esistere. 
  • Secessione, di Marco Pacchiarotti (terzo classificato Premio Wmi 42). Qui la scrittura è più chiara, la situazione viene descritta abilmente e chiaramente. Siamo in una distopia dove le frontiere continuano a crescere, addirittura di quartiere in quartiere. Assistiamo alle vicende e alle riflessioni di un uomo che cerca di sopravvivere in questa situazione. 

Per quanto riguarda la saggistica, ho molto apprezzato La scaletta di un’opera di Luca Di Gialleonardo, dà dei consigli e delle tecniche molto interessanti per imparare a strutturare un romanzo. Tecniche che comportano l’uso del software Excel, ma che l’autore implementa per Scrivener nella nuova edizione del manuale dedicato al miglior software di scrittura creativa dell’universo. Notevole pure l’intervista a Sergio Fanucci nella sua veste di editore e di scrittore. 

Franco Forte (a cura di), Writers Magazine Italia numero 52, Delos Books

Romanzo: Per mia figlia, di Luca Bortone

Per mia figlia è il secondo romanzo di Luca Bortone, che ho conosciuto l’anno scorso durante un corso organizzato dalla Scuola Holden. Luca ama le storie torbide, in cui la tranquilla normalità svizzera viene sconvolta da crimini violenti, da eventi devastanti per le persone colpite. Il suo occhio non sembra voler indagare tanto il mistero quanto la mente delle persone coinvolte. In questo romanzo, l’attenzione non è per il criminale o la vittima, ma per il padre della vittima. Luca analizza i sentimenti di quest’uomo e lo fa attraverso la descrizione dettagliata delle sue azioni, della sua reazione al crimine che ha coinvolto la figlia. In questo senso avrei trovato più efficace un’applicazione stretta del punto di vista (sì, è una mia fissa), che qui salta da un personaggio all’altro anche in poche righe. Un maggiore coinvolgimento del lettore si sarebbe ottenuto dedicando ampi capitoli al padre e alternandoli con gli altri personaggi importanti: moglie, investigatrice privata, poliziotta, figlia, cattivi.  

La storia coinvolge, i colpi di scena, grandi o piccoli, sono continuamente proposti con l’abilità di chi desidera tenerti incollato alla pagina. Il modo di raccontare è molto visivo: i pensieri dei personaggi chiariscono i loro sentimenti e sono arricchiti dalla narrazione di ciò che fanno, esibendo con competenza la tecnica dello “show, don’t tell”, soprattutto nei dialoghi. 

A volte quest’attenzione ai dettagli mi è parsa esagerata. Per esempio alcune scene sono appesantite dal resoconto di ogni singolo movimento compiuto dai presenti, senza che questo dica qualcosa sul personaggio più di quanto già fatto. Oppure vengono forniti molti particolari di personaggi che appaiono e scompaiono nel giro di poche pagine. In alcuni casi ho percepito questi brani come divagazioni o rallentamenti che distraggono dalla storia principale, che cattura l’attenzione e quindi il lettore ha voglia di accelerare per sapere come procede, mentre sembra che l’autore voglia pigiare il freno. 

In ogni caso, al di là di un paio di sviste che andavano intercettate a livello di editing, la complessa costruzione che Luca ha imbastito, con tanti personaggi ed elementi, funziona bene, ogni cosa ha il suo posto e non è difficile districarsi per le oltre trecento pagine del romanzo. null

L. Bortone, Per mia figlia, Panesi, 353 pp., 2017

Romanzo: Il giardino dei semplici, di Gerardo Bramati

Gerardo Bramati, che ho conosciuto durante i suoi studi universitari, ha scritto questo romanzo con autentica passione. Si sente, si percepisce da ogni frase l’amore che ha per l’Inghilterra medievale. La storia è piuttosto classica: è un giallo. C’è il morto, l’investigatore che affronta un mistero complesso e le forze del bene che si scontrano con quelle del male, ma non è facile capire quale sia il bene e quale il male. La storia è ben strutturata, anche se non sono un esperto di gialli penso che riuscirei a vedere buchi di trama o incoerenze, e non mi pare sia il caso. Mi ha solo stupito la rapidità con cui un cavaliere si riprende, dopo uno scontro con due fuorilegge, da ferite che mi erano sembrate piuttosto gravi e difficili da curare per l’epoca. Peraltro, non ho un’idea molto precisa sulle capacità mediche della fine del Quattrocento. Ma la storia, in fondo non è così importante. Ciò che Gerardo riesce a rendere molto bene è l’ambientazione e lo fa grazie a due elementi. Innanzitutto, propone delle descrizioni accurate e dettagliate dell’architettura e delle usanze. Gerardo esibisce una notevole competenza del periodo storico. Personalmente le ho trovate a volte troppo dettagliate, ma si tratta di gusti. Il secondo elemento con cui l’ambientazione viene resa è il linguaggio, sempre ricercato e adeguato al periodo storico, sia nella costruzione delle frasi e dei periodi, sia nel lessico. Gerardo usa una lingua che talvolta può apparire stereotipata, ma non lo è, ha un suo stile personale e questo lo rende uno scrittore da tenere d’occhio. 

Alcuni personaggi sono ben presentati, altri probabilmente avrebbero meritato più spazio. Penso al monaco che accompagna padre Alan o al cavaliere che viene ferito o ai molti personaggi minori di cui si perde un pochino il filo perché c’è spazio solo per una descrizione sfocata.

Dal punto di vista tecnico, la storia è narrata tendenzialmente dal punto di vista di padre Alan (narratore omodiegetico con focalizzazione interna). Ma non sempre: a volte si cambia punto di vista, a volte si ha l’impressione di passare a un narratore onnisciente, e a volte non si capisce molto bene. Forse si sarebbe potuto ottenere un’attenzione del lettore più stretta attraverso un’immedesimazione più serrata sull’investigatore, mantenendo il punto di vista rigorosamente su di lui per tutto il romanzo. Forse, sono scelte.  

G. Bramati, Il giardino dei semplici, Watson Edizioni, 158 pp., 2018

#20AF: Ronin

Vent’anni fa andavo a vedere Ronin. Non ho idea di dove, a Lugano immagino. È un film molto bello, carico di tensione, con una degli inseguimenti più spettacolari. Altri film hanno poi fatto anche meglio, The Bourne Identity per la tensione, Heat per le sparatorie. Ma Ronin è particolare perché ha una certa complessità.

Dalla cantina è riemerso un fascio di carte che puzzano di muffa: sono le mie agende. Ripercorro i miei impegni di vent’anni fa, così nasce #20af

Romanzo: Gli Svizzeri muoiono felici, di Andrea Fazioli

Un’altra recensione scritta per Gli Amanti dei Libri, che non verrà pubblicata perché il sito sta chiudendo (aggiornamento del 20 febbraio: il sito non ha chiuso e la mia recensione esce oggi qui).

La riporto qui, per intero.

La copertina del nuovo romanzo di Andrea Fazioli, Gli Svizzeri muoiono felici, dice “Romanzo noir”. L’immagine ritrae alcuni parcheggi vuoti e numerati, sporchi di chiazze di sangue rosso scuro, delimitati da cartelloni pubblicitari, dello stesso rosso, su cui sono tracciate delle croci svizzere.

Non è un noir puro anche se qualche elemento c’è. Il detective, per esempio, il solito Elia Contini che Fazioli ci ha già presentato in altri romanzi. Un detective da noir, un uomo deluso dal mondo che ha trovato il suo equilibrio grazie a una relazione, che fatica a riconoscere come tale, a un lavoro che gli offre qualche stimolo e qualche soddisfazione ma non troppi soldi. C’è naturalmente il crimine violento, di cui il lettore sa subito tutto, anche il suo assassino. Niente misteri, e quindi non è un giallo. Però. Proseguendo con la lettura, la trama si complica, le vite dei personaggi si annodano nei loro percorsi e si intrecciano, formando angoli bui. Al lettore, e al detective, spetta il compito di far luce sulla verità.

Verità che, tutto sommato, non è molto importante. Perlomeno, non è questo il pregio maggiore di questo romanzo. La sua caratteristica più interessante è, in realtà, quella di mostrarci dei mondi molto diversi tra loro e allo stesso tempo molto simili. Il primo mondo è quello di Elia Contini, e di Andrea Fazioli: la Svizzera italiana, la sua gente, i suoi paesi, le sue montagne che sono co-protagoniste tanto quanto i personaggi descritti. Il secondo mondo è quello dei Tuareg, della loro cultura, della loro religione, del loro deserto. Fazioli sembra conoscere bene anche questo mondo ed è in grado di offrirli entrambi al lettore, che può confrontarli e trovarne i tanti punti in comune, a cominciare dai paesaggi – montagne e deserto – tanto diversi e tanto simili.

Il legame tra i due mondi è un migrante (ma tecnicamente è un turista), che suo malgrado è coinvolto nelle vicende di una famiglia ticinese e che, nonostante le sue intenzioni iniziali, si legherà sempre di più a un mondo che non è il suo.

Il Centro per richiedenti l’asilo aveva videocamere, sbarre di sicurezza, una recinzione davanti all’ingresso. Sulle prime Moussa si sentì a disagio: sembrava una prigione. Poi però, quando si presentò, venne accolto da una signora gentile, sui cinquant’anni, con i capelli grigi tagliati corti.

Eccolo qui, l’incontro tra i due mondi, raccontato attraverso delle cose che sembrano banali e insignificanti, ma in realtà molto importanti.

Gli svizzeri muoiono felici è una storia piacevole da leggere che sorprende non tanto per l’intreccio giallistico quanto per la capacità dell’autore di aprire uno scorcio su culture diverse e distanti (ma non troppo).

Andrea Fazioli, Gli Svizzeri muoiono felici, Ugo Guanda editore, 282 pp., 2018, 18 EU

Romanzo: L’ultima innocente, di S. C. De Stefani

Come detto, sto leggendo alcuni romanzi di autori ticinesi. Oggi parlo de L’ultima innocente, romanzo d’esordio di S. C. De Stefani.

In sintesi: ho apprezzato molto il modo in cui la graduale evoluzione della protagonista viene resa; non mi sono piaciuti alcuni aspetti, perlopiù scelte dell’autrice che allontano questo romanzo da ciò che solitamente mi piace. Di sicuro, mi sono divertito ad analizzarlo.

Il tema dominante è quello della famiglia. De Stefani ci racconta della famiglia Santi, che un tempo era una famiglia felice, ma ora sta esplodendo a causa di due gravi lutti. Protagonista della storia è Sarah, una ragazza di sedici anni su cui grava gran parte della gestione quotidiana dei due fratelli minori e del padre.

Nel corso del romanzo assisteremo alle vicende che colpiscono Sarah nell’arco di alcuni mesi. Le pagelle scolastiche, gli amori, l’accudire i fratelli e far quadrare il bilancio, gli scontri con il padre, che spesso diventa ingestibile e violento. La storia di Sarah è quella di una ragazza sfortunata e incapace di prendere la decisione giusta. Si muove non verso una crescita e una maturazione, ma verso eventi sempre più autodistruttivi.

La narrazione, composta da frasi corte e da periodi semplici, ci porta a conoscere Sarah in modo approfondito, grazie alle descrizioni dei suoi pensieri, delle sue azioni e grazie ai dialoghi ben costruiti. Questo stile però non è piaciuto a tutti: Matteo Ferrari su Viceversaletteratura trova il linguaggio stereotipato e, di conseguenza, il romanzo composto da troppe pagine. Condivido solo in parte questa opinione: forse il romanzo avrebbe beneficiato di una sforbiciata, soprattutto nella parte finale, ed è vero che la lingua è piuttosto standard, ma credo che questo sia voluto per rendere oggettiva la storia, che già di per sé suscita molte emozioni. Al di fuori di qualche espressione ripetuta, ho apprezzato questa scelta. Piuttosto, avrei cercato di differenziare lo stile a seconda del punto di vista. Solo nel capitolo 2, raccontato dal punto di vista della sorellina, l’autrice ci propone uno stile diverso – infantile – da quello di tutti gli altri capitoli. Nei capitoli raccontati dal punto di vista di Sarah, di Angela, di Samuel, di Alessandro e degli altri lo stile è sempre lo stesso e questo li rende un po’ tanto simili, soprattutto il capitolo si apre con un pensiero seguito dal richiamo a un ricordo. Ma c’è da dire che questo di cambiare stile a seconda del punto di vista è un esercizio molto difficile.

Il punto di vista, peraltro, è gestito quasi sempre bene. Non ho colto una regolarità – che personalmente avrei apprezzato – nel suo cambiamento. La maggior parte dei capitoli ha il punto di vista di Sarah, alcuni ne propongono altri, ma non ho visto un’alternanza regolare, che d’altra parte non è necessaria, è solo una mia idea. Dicevo che il punto di vista è gestito quasi sempre bene. Quello del punto di vista è un aspetto tecnico che non tutti gli autori condividono (io sì), ma visto che nel romanzo è spesso ben studiato, saltano all’occhio quelle due volte in cui, secondo me, c’è una sbavatura (pagg. 98 e 205) e, verso la fine, quando in un brano mi pare decisamente ballerino (pag. 292).
Ferrari nota anche come “a ogni possibile svolta, la trama imbocca sempre lo sviluppo peggiore”. È vero, è quella che De Stefani definisce “spirale infernale” in un’intervista. Se questo in effetti rende la trama un po’ prevedibile, non mi ha disturbato. È una scelta dell’autrice ed è portata avanti con coerenza. Ed è spietata (la scelta, e pure l’autrice). Mi è piaciuto meno, ma anche questa è una scelta, il fatto che la protagonista non abbia un obiettivo, una sfida, un oggetto del desiderio come si dice tecnicamente. Sarà che sono un lettore semplice che apprezza le storie più tradizionali, più aderenti a schemi narrativi millenari, ma questo mi disorienta, mi dà l’impressione che non capiti nulla, che la protagonista sia lì a girare intorno, a fare cose e vedere gente senza uno scopo nella vita. In realtà non è così: di cose ne capitano anche troppe, ma Sarah, in effetti, non ha uno scopo nella vita e assistiamo al suo arrancare verso qualcosa che non sa nemmeno lei cos’è, e non lo sa e non lo intuisce nemmeno il lettore. Credo sia voluto.

Il mondo degli adulti, soprattutto quello degli insegnanti, non ne esce bene. Incapaci di comprendere i ragazzi, sono troppo presi dai loro pensieri e troppo soggetti a reazioni violente per essere in grado di aiutarli a crescere, di guidarli attraverso l’adolescenza fino all’età adulta. Persino quando intuiscono qualcosa non fanno nulla. A me è parso eccessivo: se vedessi una mia allieva con labbra spaccate e lividi non penso farei finta di niente. Se vedessi mio figlio con segni di violenze, non potrei non indagare a fondo. Se venissi picchiato dal padre della mia ragazza, non potrei stare zitto.

Mi ha colpito il primo colloquio tra Sarah, il professore e la preside (cap. 8). Il professore chiede un incontro con la madre di Sarah e solo in seguito viene informato del suo decesso, qualche anno prima. Purtroppo questi disguidi capitano per davvero, per questo è necessario essere sempre molto cauti in queste situazioni.

S. C. De Stefani, L’ultima innocente, Salvioni, 314 pp., 2016

Tre racconti finalisti al Premio Urania Short

La storica rivista di fantascienza italiana Urania propone da quest’anno il Premio Urania Short, per racconti di fantascienza. I tre finalisti, selezionati dalla giuria, sono stati pubblicati nel volume uscito a novembre. Il vincitore verrà decretato dal voto popolare. 

I tre finalisti sono: 

  • Massimiliano Giri, I polmoni del nuovo mondo;
  • M. Caterina Mortillaro, Quid est veritas?;
  • Valentino Poppi, Questione d’onore

Massimiliano Giri, I polmoni del nuovo mondo

Inizio da fantascienza classica. Casa in campagna, isolata, potrebbe essere ovunque. Una coppia di pensionati commenta le notizie inquietanti che sentono in tv: in alcune parti del mondo sta succedendo qualcosa. Massimiliano ci fa rivivere le emozioni dei grandi classici, poi svolta, e propone una seconda parte del racconto che trovo molto originale. Ti resta l’angoscia e un briciolo di speranza. Forse perché, mi rendo conto, mi piace la fantascienza classica, questo è il mio preferito. 

M. Caterina Mortillaro, Quid est veritas?

La realtà virtuale e i videogiochi possono fare brutti scherzi e a un certo punto potresti non capire più cosa è reale e cosa no. Tema interessante, visto e rivisto molte volte, tanto che dalle prime righe si intuisce un po’ tutta la trama. Non riesco a vedere quell’elemento originale che evidentemente la giuria ha visto (altrimenti non l’avrebbe inserito tra i finalisti). La scrittura è di qualità, la caratterizzazione delle scene in modo cinematografico, come se fossero una sceneggiatura, aggiunge una sensazione di obiettività che si scontra con il punto di vista della narrazione. Dei tre, è quello che mi è piaciuto di meno. 

Valentino Poppi, Questione d’onore

Il sistema solare, suo malgrado, è teatro di una battaglia spaziale epica. Un duello in cui due forze incredibili si scontrano usando tecnologie inconcepibili, in grado di modificare le leggi della fisica, rispettando però le regole del gioco. Se la descrizione degli eventi è molto ben fatta, a volte un pelo troppo scientifica per i miei gusti, non si vede tanto il senso del tutto. Chi sono? Perché si scontrano? Mi sarebbe piaciuta qualche risposta. 

Il bando per l’edizione Premio Urania Short 2019 è già online.

Massimiliano Giri, I polmoni del nuovo mondo; M. Caterina Mortillaro, Quid est veritas?; Valentino Poppi, Questione d’onore; in Urania 1660 , Mondadori, novembre 2018

Il sito di Marco Faré

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