#20AF: Ronin

Vent’anni fa andavo a vedere Ronin. Non ho idea di dove, a Lugano immagino. È un film molto bello, carico di tensione, con una degli inseguimenti più spettacolari. Altri film hanno poi fatto anche meglio, The Bourne Identity per la tensione, Heat per le sparatorie. Ma Ronin è particolare perché ha una certa complessità.

Dalla cantina è riemerso un fascio di carte che puzzano di muffa: sono le mie agende. Ripercorro i miei impegni di vent’anni fa, così nasce #20af

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Romanzo: Gli Svizzeri muoiono felici, di Andrea Fazioli

Un’altra recensione scritta per Gli Amanti dei Libri, che non verrà pubblicata perché il sito sta chiudendo.

La riporto qui, per intero.

La copertina del nuovo romanzo di Andrea Fazioli, Gli Svizzeri muoiono felici, dice “Romanzo noir”. L’immagine ritrae alcuni parcheggi vuoti e numerati, sporchi di chiazze di sangue rosso scuro, delimitati da cartelloni pubblicitari, dello stesso rosso, su cui sono tracciate delle croci svizzere.

Non è un noir puro anche se qualche elemento c’è. Il detective, per esempio, il solito Elia Contini che Fazioli ci ha già presentato in altri romanzi. Un detective da noir, un uomo deluso dal mondo che ha trovato il suo equilibrio grazie a una relazione, che fatica a riconoscere come tale, a un lavoro che gli offre qualche stimolo e qualche soddisfazione ma non troppi soldi. C’è naturalmente il crimine violento, di cui il lettore sa subito tutto, anche il suo assassino. Niente misteri, e quindi non è un giallo. Però. Proseguendo con la lettura, la trama si complica, le vite dei personaggi si annodano nei loro percorsi e si intrecciano, formando angoli bui. Al lettore, e al detective, spetta il compito di far luce sulla verità.

Verità che, tutto sommato, non è molto importante. Perlomeno, non è questo il pregio maggiore di questo romanzo. La sua caratteristica più interessante è, in realtà, quella di mostrarci dei mondi molto diversi tra loro e allo stesso tempo molto simili. Il primo mondo è quello di Elia Contini, e di Andrea Fazioli: la Svizzera italiana, la sua gente, i suoi paesi, le sue montagne che sono co-protagoniste tanto quanto i personaggi descritti. Il secondo mondo è quello dei Tuareg, della loro cultura, della loro religione, del loro deserto. Fazioli sembra conoscere bene anche questo mondo ed è in grado di offrirli entrambi al lettore, che può confrontarli e trovarne i tanti punti in comune, a cominciare dai paesaggi – montagne e deserto – tanto diversi e tanto simili.

Il legame tra i due mondi è un migrante (ma tecnicamente è un turista), che suo malgrado è coinvolto nelle vicende di una famiglia ticinese e che, nonostante le sue intenzioni iniziali, si legherà sempre di più a un mondo che non è il suo.

Il Centro per richiedenti l’asilo aveva videocamere, sbarre di sicurezza, una recinzione davanti all’ingresso. Sulle prime Moussa si sentì a disagio: sembrava una prigione. Poi però, quando si presentò, venne accolto da una signora gentile, sui cinquant’anni, con i capelli grigi tagliati corti.

Eccolo qui, l’incontro tra i due mondi, raccontato attraverso delle cose che sembrano banali e insignificanti, ma in realtà molto importanti.

Gli svizzeri muoiono felici è una storia piacevole da leggere che sorprende non tanto per l’intreccio giallistico quanto per la capacità dell’autore di aprire uno scorcio su culture diverse e distanti (ma non troppo).

Andrea Fazioli, Gli Svizzeri muoiono felici, Ugo Guanda editore, 282 pp., 2018, 18 EU

Romanzo: L’ultima innocente, di S. C. De Stefani

Come detto, sto leggendo alcuni romanzi di autori ticinesi. Oggi parlo de L’ultima innocente, romanzo d’esordio di S. C. De Stefani.

In sintesi: ho apprezzato molto il modo in cui la graduale evoluzione della protagonista viene resa; non mi sono piaciuti alcuni aspetti, perlopiù scelte dell’autrice che allontano questo romanzo da ciò che solitamente mi piace. Di sicuro, mi sono divertito ad analizzarlo.

Il tema dominante è quello della famiglia. De Stefani ci racconta della famiglia Santi, che un tempo era una famiglia felice, ma ora sta esplodendo a causa di due gravi lutti. Protagonista della storia è Sarah, una ragazza di sedici anni su cui grava gran parte della gestione quotidiana dei due fratelli minori e del padre.

Nel corso del romanzo assisteremo alle vicende che colpiscono Sarah nell’arco di alcuni mesi. Le pagelle scolastiche, gli amori, l’accudire i fratelli e far quadrare il bilancio, gli scontri con il padre, che spesso diventa ingestibile e violento. La storia di Sarah è quella di una ragazza sfortunata e incapace di prendere la decisione giusta. Si muove non verso una crescita e una maturazione, ma verso eventi sempre più autodistruttivi.

La narrazione, composta da frasi corte e da periodi semplici, ci porta a conoscere Sarah in modo approfondito, grazie alle descrizioni dei suoi pensieri, delle sue azioni e grazie ai dialoghi ben costruiti. Questo stile però non è piaciuto a tutti: Matteo Ferrari su Viceversaletteratura trova il linguaggio stereotipato e, di conseguenza, il romanzo composto da troppe pagine. Condivido solo in parte questa opinione: forse il romanzo avrebbe beneficiato di una sforbiciata, soprattutto nella parte finale, ed è vero che la lingua è piuttosto standard, ma credo che questo sia voluto per rendere oggettiva la storia, che già di per sé suscita molte emozioni. Al di fuori di qualche espressione ripetuta, ho apprezzato questa scelta. Piuttosto, avrei cercato di differenziare lo stile a seconda del punto di vista. Solo nel capitolo 2, raccontato dal punto di vista della sorellina, l’autrice ci propone uno stile diverso – infantile – da quello di tutti gli altri capitoli. Nei capitoli raccontati dal punto di vista di Sarah, di Angela, di Samuel, di Alessandro e degli altri lo stile è sempre lo stesso e questo li rende un po’ tanto simili, soprattutto il capitolo si apre con un pensiero seguito dal richiamo a un ricordo. Ma c’è da dire che questo di cambiare stile a seconda del punto di vista è un esercizio molto difficile.

Il punto di vista, peraltro, è gestito quasi sempre bene. Non ho colto una regolarità – che personalmente avrei apprezzato – nel suo cambiamento. La maggior parte dei capitoli ha il punto di vista di Sarah, alcuni ne propongono altri, ma non ho visto un’alternanza regolare, che d’altra parte non è necessaria, è solo una mia idea. Dicevo che il punto di vista è gestito quasi sempre bene. Quello del punto di vista è un aspetto tecnico che non tutti gli autori condividono (io sì), ma visto che nel romanzo è spesso ben studiato, saltano all’occhio quelle due volte in cui, secondo me, c’è una sbavatura (pagg. 98 e 205) e, verso la fine, quando in un brano mi pare decisamente ballerino (pag. 292).
Ferrari nota anche come “a ogni possibile svolta, la trama imbocca sempre lo sviluppo peggiore”. È vero, è quella che De Stefani definisce “spirale infernale” in un’intervista. Se questo in effetti rende la trama un po’ prevedibile, non mi ha disturbato. È una scelta dell’autrice ed è portata avanti con coerenza. Ed è spietata (la scelta, e pure l’autrice). Mi è piaciuto meno, ma anche questa è una scelta, il fatto che la protagonista non abbia un obiettivo, una sfida, un oggetto del desiderio come si dice tecnicamente. Sarà che sono un lettore semplice che apprezza le storie più tradizionali, più aderenti a schemi narrativi millenari, ma questo mi disorienta, mi dà l’impressione che non capiti nulla, che la protagonista sia lì a girare intorno, a fare cose e vedere gente senza uno scopo nella vita. In realtà non è così: di cose ne capitano anche troppe, ma Sarah, in effetti, non ha uno scopo nella vita e assistiamo al suo arrancare verso qualcosa che non sa nemmeno lei cos’è, e non lo sa e non lo intuisce nemmeno il lettore. Credo sia voluto.

Il mondo degli adulti, soprattutto quello degli insegnanti, non ne esce bene. Incapaci di comprendere i ragazzi, sono troppo presi dai loro pensieri e troppo soggetti a reazioni violente per essere in grado di aiutarli a crescere, di guidarli attraverso l’adolescenza fino all’età adulta. Persino quando intuiscono qualcosa non fanno nulla. A me è parso eccessivo: se vedessi una mia allieva con labbra spaccate e lividi non penso farei finta di niente. Se vedessi mio figlio con segni di violenze, non potrei non indagare a fondo. Se venissi picchiato dal padre della mia ragazza, non potrei stare zitto.

Mi ha colpito il primo colloquio tra Sarah, il professore e la preside (cap. 8). Il professore chiede un incontro con la madre di Sarah e solo in seguito viene informato del suo decesso, qualche anno prima. Purtroppo questi disguidi capitano per davvero, per questo è necessario essere sempre molto cauti in queste situazioni.

S. C. De Stefani, L’ultima innocente, Salvioni, 314 pp., 2016

Tre racconti finalisti al Premio Urania Short

La storica rivista di fantascienza italiana Urania propone da quest’anno il Premio Urania Short, per racconti di fantascienza. I tre finalisti, selezionati dalla giuria, sono stati pubblicati nel volume uscito a novembre. Il vincitore verrà decretato dal voto popolare. 

I tre finalisti sono: 

  • Massimiliano Giri, I polmoni del nuovo mondo;
  • M. Caterina Mortillaro, Quid est veritas?;
  • Valentino Poppi, Questione d’onore

Massimiliano Giri, I polmoni del nuovo mondo

Inizio da fantascienza classica. Casa in campagna, isolata, potrebbe essere ovunque. Una coppia di pensionati commenta le notizie inquietanti che sentono in tv: in alcune parti del mondo sta succedendo qualcosa. Massimiliano ci fa rivivere le emozioni dei grandi classici, poi svolta, e propone una seconda parte del racconto che trovo molto originale. Ti resta l’angoscia e un briciolo di speranza. Forse perché, mi rendo conto, mi piace la fantascienza classica, questo è il mio preferito. 

M. Caterina Mortillaro, Quid est veritas?

La realtà virtuale e i videogiochi possono fare brutti scherzi e a un certo punto potresti non capire più cosa è reale e cosa no. Tema interessante, visto e rivisto molte volte, tanto che dalle prime righe si intuisce un po’ tutta la trama. Non riesco a vedere quell’elemento originale che evidentemente la giuria ha visto (altrimenti non l’avrebbe inserito tra i finalisti). La scrittura è di qualità, la caratterizzazione delle scene in modo cinematografico, come se fossero una sceneggiatura, aggiunge una sensazione di obiettività che si scontra con il punto di vista della narrazione. Dei tre, è quello che mi è piaciuto di meno. 

Valentino Poppi, Questione d’onore

Il sistema solare, suo malgrado, è teatro di una battaglia spaziale epica. Un duello in cui due forze incredibili si scontrano usando tecnologie inconcepibili, in grado di modificare le leggi della fisica, rispettando però le regole del gioco. Se la descrizione degli eventi è molto ben fatta, a volte un pelo troppo scientifica per i miei gusti, non si vede tanto il senso del tutto. Chi sono? Perché si scontrano? Mi sarebbe piaciuta qualche risposta. 

Il bando per l’edizione Premio Urania Short 2019 è già online.

Massimiliano Giri, I polmoni del nuovo mondo; M. Caterina Mortillaro, Quid est veritas?; Valentino Poppi, Questione d’onore; in Urania 1660 , Mondadori, novembre 2018

FIlm: Annihilation

Ho visto su Netflix Annihilation, di Alex Garland, con Natalie Portman e Jennifer Jason Leigh. 

È indubbiamente un bel film, ben fatto, ben scritto, ben recitato. La prima parte è molto intensa, il mistero ben costruito. La seconda parte l’ho apprezzata meno, l’ho trovata un po’ troppo onirica, ma in realtà è solo apparenza e tutto sommato ha una sua coerenza. 

Natalie Portman è eccezionale. 

Romanzo: Il Programma, di Davide Staffiero

Ho molto apprezzato questo breve romanzo di Davide Staffiero. In centocinquanta pagine ci racconta la storia del signor Bloch, pensionato. Il signor Bloch è un uomo molto abitudinario che segue con precisione un Programma quotidiano, da lui stesso costruito e perfezionato nel corso di tutta la sua vita. Dal rispetto del Programma dipende la sua felicità e tutto ciò che impedisce al Programma di svolgersi come previsto è un elemento che stona e che si riflette sul suo umore. 

Il signor Bloch è un uomo burbero che non ama il contatto con le altre persone. Qualche lettore lo troverà antipatico, a me lui piace. Forse perché mi ricorda un po’ me, un po’ mio nonno: anche io sono un abitudinario. Potrei diventare come lui, da vecchio? 

Insomma, a me sta simpatico: non dà fastidio a nessuno, vive la sua vita tranquillo. E al povero signor Bloch cominciano a succedere cose strane. Piccole cose, inizialmente, ma decisamente strane. Rivedo lo stesso meccanismo di Lost: una cosa alla volta, straordinaria ma isolata, in un crescendo inquietante. 

Ma sono davvero strane? Il dubbio è legittimo, il lettore si chiede se ciò che gli capita è reale oppure no: il dubbio è che la sua aderenza al Programma gli impedisca di vedere la realtà in modo chiaro. 

Tra il giallo e l’horror (più horror), Il Programma potrebbe essere anche un romanzo di denuncia che esprime nelle ultime pagine tutta la tristezza di situazioni comuni. 

Lo stile di Staffiero, in questo romanzo, è di una semplicità raffinata. Non è uno stile giovane né moderno o contemporaneo. Ricorda la scrittura di qualche decennio fa, niente di sperimentale, niente di stravagante. Un buon italiano, preciso e corretto, senza forzature. La struttura narrativa è lineare, la narrazione avviene in ordine cronologico, a eccezione di qualche ricordo che Bloch ogni tanto evoca. La storia è preceduta da un prologo in cui si racconta la vita del signor Bloch fino al momento in cui inizia il romanzo. In queste prime pagine si usa un narratore onniscente, direi. 

Concluso il prologo, inizia il romanzo vero e proprio. Il titolo del capitolo ci dice che è mercoledì, e le prime parole dicono così: 

Una mattina come tante altre, il signor Bloch uscì di casa alle sette e cinquanta precise. 
Controllò tre volte di aver chiuso la serratura, scese le scale e si ritrovò nel cortile, dove una rapida scorsa al vecchio orologio da polso gli diede conferma che, anche questa volta, aveva rispettato il Programma con precisione millimetrica.

Il romanzo in sé è narrato in terza persona singolare, passato remoto (un’altra scelta tradizionale). Se non sbaglio il punto di vista è sempre quello del signor Bloch. Tecnicamente direi che è un narratore omodiegetico con focalizzazione interna fissa su Bloch. 

La chiusura è affidata a un epilogo, sempre in terza singolare passato, sempre un narratore omodiegetico con focalizzazione interna fissa, ma cambia punto di vista: nell’epilogo esso si sposta  sul sergente Kohler. 

Il Programma di Davide Staffiero mi ha ricordato, sia per lo stile  sia per il tipo di storia trattato, Dino Buzzati. 

Davide Staffiero, Il Programma, Eclissi editrice, 155 pp., 2018, 12 EU

Auguri, Cinema Lux!

In questi giorni vengono festeggiati i 60 anni del Cinema Lux di Massagno

Sono cresciuto a Massagno e ho diversi ricordi legati al Cinema Lux, a cui ExtraSette del Corriere del Ticino oggi dedica un articolo (da cui ho rubato la foto qui sopra). 

I giorni di San Nicolao festeggiati con tutte le scuole elementari. Film, poi il San Nicolao distribuiva la retina con spagnolette, mandarini, il pan di zenzero e non so che altro. Se Il maggiolino tutto matto ha riscosso grande successo, così non è stato per Dark Crystal  (nella foto), che ha terrorizzato i bambini più piccoli tanto che il direttore della scuola ha dovuto interrompere la visione dicendo che la pellicola si era rotta (non gli ha creduto nessuno). 

Cast Away visto in una sala ghiacciata nel 2000, più o meno. 

I mondiali del 1994 (credo), proiettati sul grande schermo. 

Ricordo anche, forse erano i primissimi anni Ottanta, che c’era stato un incendio. Ricordo l’odore che usciva dalle grate. 

I concerti di Massagno Musica. L’entrata con le nuove divise accompagnati dalla musica della banda gemellata di Zofingen. I concerti di gala con musica da film. I concerti in cui abbiamo accompagnato le immagini di Tempi moderni. E poi le innumerevoli prove nel salone Cosmo, con la banda, e le interminabili attese per la lezione individuale. 

Tutti i giorni di scuola, dal 1980 al 1989, sono passato davanti a questo cinema quattro volte. 

Romanzo: Le cose belle che vorrai ricordare, di Mattia Bertoldi

Ho scritto questa recensione per un sito che non la pubblicherà, quindi la pubblico io per intero. Per questo può sembrare un po’ asettica, in questo contesto. Mi è piaciuto, questo libro? Alcuni aspetti sì, altri meno. Quali? Cerco di rispondere qui sotto. 

In questo romanzo troviamo tanti elementi. Personaggi, luoghi, oggetti, animali, eventi. Tutti girano attorno a Zoe, la protagonista e voce narrante. È lei il centro del romanzo, è lei il centro del mondo dipinto da Mattia Bertoldi. Tutto il resto appare secondario, appiattito, sfocato perché tutto è funzionale a Zoe. La personalità e il carattere di questa ragazzina emergono grazie agli altri elementi della storia. Emergono lentamente, gradualmente, con la lettura di cose che Zoe fa, o che le capitano, di gente che Zoe incontra e con cui parla, di oggetti che trova e ritrova, di luoghi che frequenta. Con estrema abilità, Bertoldi ci accompagna nel lungo percorso verso la conoscenza di questa ragazza e nell’esplorazione di una personalità complessa e molto realistica. Né positiva, né negativa. Una persona, più che un personaggio. 

Ognuno degli elementi del romanzo ha un suo posto, una sua precisa collocazione con un senso, a volte chiaro immediatamente, a volte rilveato proseguendo la lettura. La centralità di Zoe è dimostrata anche dalla precisione con cui lei stessa ci racconta ciò che fa. In alcune scene, ogni singolo movimento merita una riga di descrizione, attraverso una narrazione asettica, quasi giornalistica. Altrove invece Bertoldi è in grado di narrare con realismo impressionante i sentimenti, in particolare quelli legati al dolore. Dolore per la perdita, soprattutto: della vista, della mamma, del papà, dell’amore. 

Lo stile di Bertoldi è peculiare e molto personale. A volte colto, a volte popolare, si riconosce, nella lingua e nel lessico, la Svizzera italiana, quella dei (quasi) giovani. 

Non siamo di fronte a una storia né fuori dal normale né particolarmente complessa o ricca di colpi di scena. I pretesti narrativi sono accennati e rientrano nella normalità di una vita qualunque. In sostanza, i trigger della storia sono costituiti da qualcuno che non vuole parlare: Gregory, un amico, non parla né del suo passato né di quello di sua mamma, la mamma di Zoe non parla della sua malattia, il papà di Zoe non parla del tutto. 

Zoe convive fin da piccola con un difetto all’occhio sinistro, da cui non vede e che appare opaco. Lasciato il Ticino per studiare musica all’università in Danimarca, Zoe torna a casa, a Vezia, dopo la morte della madre per occuparsi del padre, che si è chiuso in sé stesso. Cercherà di trovare il modo di comunicare con lui e, contemporaneamente, affronterà ciò che resta del suo passato. 

La citazione: 

«Pensavo di essere l’unica» dico a bassa voce. 
«Mmmh?» 
A scalare quest’albero. Pensavo di essere l’unica in paese a riuscirci.» 
Scuote la testa. «È sempre così» e sbatte un paio di volte le mani sulle cosce, sollevando una nuvoletta di polvere. «Non si è mai unici quanto si crede. Basta guardarsi intorno abbastanza a lungo per rendersene conto.»

Zoe si rivela essere una ragazza con grandi pregi come la sua voglia di riuscire e la sua forza di volontà nell’affrontare il mondo con una menomazione importante ed evidente. Ma al tempo stesso appare come una ragazza immatura, convinta di essere particolare ma in realtà molto più normale di quanto creda, di quanto i suoi genitori le hanno fatto credere. Se suo padre tentava di farla sentire speciale e indossava una benda da pirata come lei, sua madre, rendeva più evidente l’invalidità che tentava di nascondere. L’immaturità di Zoe si riflette nel modo di raccontare ciò che le capita, abilmente riportato da Bertoldi nella voce in prima persona singolare di Zoe. Gli eventi sembrano raccontati da una dodicenne, anche se riguardano una ragazza di vent’anni passati. Luoghi, personaggi, oggetti vengono proposti con la stessa aurea mitologica che un pre-adoloscente percepisce: il salone da parrucchiera pieno di specchi misteriosi, le leggende sulle dita del fabbro Samuele, la terribile sarta che ama la musica italiana. 

Mattia Bertoldi, Le cose belle che vorrai ricordare, tre60, 346 pp., 2017, 16.90 EU

Three witches, #25af

Il 23 novembre del 1993, 25 anni fa (#25af), durante una lezione di inglese dedicata al Macbeth, disegnai le tre streghe della storia in un angolo del libro. Credo sia il mio disegno meglio riuscito.

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Robot 83

Silvio Sosio (a cura di), Robot 83, 2017, Delos Books, Milano.

Come spesso cerco di fare, ma non sempre riesco, propongo un commento alle letture di Robot, perlomeno alla parte dedicata alla narrativa. Della parte dedicata alla saggistica posso dire che ho molto apprezzato il lungo articolo su Edgar Allan Poe e il breve approfondimento dedicato alla storia della sf, su Roberta Rambelli. Troppo contorta, per me, la polemica di Gianfranco de Turris (Apologia della testa fra le nuvole).

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Il sonno di Newton, di Ursula K. Le Guin. So che è una grande della fantascienza e moltissimi l’apprezzano. Credo che mi siano piaciuti altri suoi scritti, ora non ricordo quali, ma questo racconto non mi ha entusiasmato. Troppo onirico per i miei gusti.

Invertito, di Lukha B. Kremo (Premio Robot 2018, vincitore). Una bella miscela di fantascienza hard e fantascienza sociale. La struttura di una società diversa dalla nostra inserita in un racconto di esplorazione. Sento il sapore di un approccio alla fantascienza degno della golden age, aggiornato con grande originalità.

Sabbia nera, di Dario Tonani. In attesa di leggere il romanzo dedicato a Naila, la conosciamo attraverso questo frammento. Non mi ha colpito al cuore, forse lo apprezzerò di più dopo aver letto il romanzo. Mi sembra un fotogramma che può apprezzare chi ha visto il film intero.

La traversata al contrario, di Luigi Calisi (Premio Robot 2018, premio speciale della giuria). Un vero gioiellino giustamente riconosciuto dalla giuria del Premio Robot 2018. Un racconto africano e distopico dove eroi e non-eroi affrontano le micidiali avversità di ogni giorno. Il titolo non gli rende onore: il fatto che i flussi migratori vadano al contrario non è un punto centrale della storia, e non è nemmeno uno spunto molto originale. Non so se si voleva dare una veste politica, ma francamente il racconto non ne ha bisogno. È una storia di gente che emigra per necessità, tragica come ogni storia di questo tipo. La direzione in cui emigra onestamente mi sembra irrilevante. Ma per fortuna nel racconto di questo c’è solo un accenno, la storia è avvincente.

Ossa, polvere, nuvole, di Cristiano Fighera. Horror, più che fantascienza. Un genere di storia che non mi piace tantissimo. Scritto bene, con una gestione del punto di vista particolare e molto interessante, con uno spunto notevole e un finale che non ho apprezzato. Un autore da tenere d’occhio perché la fantasia di certo non gli manca.

Legioni nel tempo, Di Michael Swanwick. La parte iniziale mi è piaciuta un sacco. Ho iniziato, come molti, a leggere la fantascienza della golden age e qui ritroviamo quello stile, quegli ambienti, quei temi. Poi il racconto evolve, diventa per certi versi più interessante, per altri più arzigogolato.

 

 

Il sito di Marco Faré

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