Il mio primo accesso a internet, venticinque anni fa

Il 24 ottobre del 1994 era un lunedì. Quel mattino iniziai i corsi dell’Abt. IIIC del Politecnico di Zurigo, ovvero la facoltà di ingegneria informatica. Nelle tre settimane precedenti avevo seguito un corso di tedesco e mi ero impratichito nella mia vita di studente fuori sede. Ma il 24 ottobre era l’inizio ufficiale, quello in cui il decano della facoltà ci accolse nell’auditorio. Pioveva, come oggi.

L’avventura al poli fu lunga, ma diede poche soddisfazioni. Dopo un anno e mezzo riuscii a superare gli esami del primo anno, quelli del secondo furono uno scoglio troppo duro.

Nella seconda parte di quel lunedì mattina fummo divisi in gruppi e portati a visitare gli stabili che più ci riguardavano, guidati da studenti più avanti. Il gruppo dei ticinesi ebbe una guida ticinese. Ci mostrarono gli auditori, la biblioteca, la mensa, lo stabile di informatica, le aule computer, con gli schermi grandi dei Sun e i Ceres. In una di quelle aule vidi per la prima volta internet, nella sua incarnazione del web. Ci mostrarono il sito del Louvre.

Successivamente, non ricordo esattamente quando, potei finalmente cliccare. Nei primi mesi della mia navigazione su internet e sul web visitai spesso il sito della rivista Delos.

Il web era una cosa che gli informatici tendevano a snobbare perché i codici erano troppo semplici e probabilmente imprecisi. Io restai affascinato dalla possibilità di dialogo immediato con persone lontano e dal fatto che, qualsiasi cosa mi venisse in mente, potevo cercarla.

Il mio primo elenco di siti da visitare era cartaceo: annotavo gli indirizzi su un quadernetto.

La nostaglia della Rete che fu

Interessante articolo di Chiara Severgnini, sul Corriere (I social hanno cambiato Internet, ma il vero problema è che hanno cambiato anche noi), citato dall’omonimo Beppe (non parente).

Riassumendo, l’autrice descrive la nostaglia per la Rete prima dei social, la Rete prima del 2008. In quel periodo arrivò un sacco di gente che prima non accedeva a Internet, e confondeva Internet e Facebook. I veterani della Rete rimpiangono il web prima di Facebook perché era più libero, era più divertente girare per siti a volte mal fatti ma spontanei.

È interessante perché lo stesso discorso lo si faceva alla fine degli anni Novanta, quando su internet arrivò la massa di gente attirata dal web.

Ho avuto accesso a Internet alla fine del 1994 (un quarto di secolo fa), ultimo tra i primi e primo tra gli ultimi (ma poi ci sono stati altri “ultimi”, quelli citati da Severgnini). Ricordo i discorsi che si facevano quando Internet si riempì di gente che confondeva web e Internet, gente che non aveva mai usato gopher, telnet o ftp. Gente che capitava sui gruppi Usenet alla ricerca di informazioni e si scontrava con tutta la pratica comunicativa sorta spontaneamente (ma non per questo meno importante) in un decennio di Usenet e Fidonet. I termini newbie/niubbi, così come utonti, risalgono ad allora.

Non per questo l’articolo di Severgnini non è valido. Lo è, eccome. Ma la storia si ripete, anche nel breve periodo di esistenza di Internet.

Romanzo: Respiro, di Ted Chiang

Ted Chiang è uno che non pubblica molto, ma quasi tutto ciò che riesce a pubblicare vince qualcosa.

Questo volume è una raccolta di racconti, in gran parte già pubblicati in Italia. La grande forza di Chiang è quella di fare della fantascienza vera. Riesce a dipingere dei mondi o totalmente diversi dal nostro oppure simili al nostro a eccezione di un particolare, piccolo ma significativo.

In entrambi i casi, Chiang riesce a essere estremamente coerente. Con questa tecnica, ci porta a riflettere sulla nostra realtà e su questioni fondamentali, che riguardano spesso l’etica delle nostre scelte.

Questo volume prova anche la versatilità di Chiang come scrittore: lo stile varia tra i diversi racconti, a volte in modo importante.

Ted Chiang (2019). Respiro, Frassinelli, Milano

Romanzo: Embassytown, di China Miéville

(attenti agli spoiler)

Embassytown è un libro difficile. E geniale. Per la fantascienza, è qualcosa di veramente originale. La scienza, su cui si fantastica, è la linguistica, con il suo bel corollario di semiotica.

Si parla di comunicazione tra umani e alieni. Gli alieni, gli Ariekei, sembrano usciti da un b-movie degli anni Cinquanta: zampe da insetti, molteplici occhi montati su strutture coralline, ali, tentacoli, e due bocche. Due bocche perché la loro lingua funziona solo come somma di due voci. Ma non è l’unica particolarità: gli Ariekei non comprendono nulla se non viene espresso da due voci. Per cui, per comunicare con loro, agli umani servono gli Ambasciatori. Ogni Ambasciatore è composto da due umani in grado di esprimersi simultaneamente nella Lingua. E non è finita: i segni della Lingua non sono composti da significante e significato, non è possibile scindere le due cose, quindi gli Ariekei non possono mentire. Per riferirsi a qualcosa, hanno bisogno di aver fatto esperienze di quel qualcosa, quindi hanno delle similitudini umane. Per esprimere un sentimento, per esempio, hanno bisogno di qualcuno che abbia provato quel sentimento. Per dire “Mi sono sentito nel tal modo”, devono dire “Mi sono sentito come quel tizio in quella situazione”. Da qui le similitudini umane: “Mi sono sentito come la ragazza che fu ferita nella notte e che mangiò ciò che le fu offerto.”

Avice, la protagonista, è la similitudine, è “la ragazza che fu ferita nella notte e che mangiò ciò che le fu offerto.” Per esserlo, ha davvero vissuto quell’esperienza.

Ma questa visione pazzescamente originale è raccontata con uno stile davvero faticoso. Ci ho messo due mesi a terminare le 440 pagine del romanzo. Lo “show don’t tell” è praticamente inesistente per tutto il libro. Tutto viene raccontato, poco mostrato. La prima parte è affrontata su due piani temporali, dove la protagonista racconta le sue origini e il suo presente. Per un centinaio di pagine non si capisce quasi nulla, le informazioni vengono date poco a poco, come se fosse la seconda puntata di qualcosa. Mentre leggevo avevo la sensazione di essere entrato a metà film.

Nella seconda parte succedono più cose, la trama si fa avvincente anche se lo stile cambia di poco. Ma a quel punto il piano temporale è uno solo e a tante cose si è abituati.

Ci sono tanti riferimenti che mi sembrano inutili, visto che il nucleo del romanzo è la Lingua ed è già abbastanza geniale di per sé. La questione dei turnogenitori, per esempio, o questo insistere sul modo di viaggiare tra pianeti.

Era la prima opera di Miéville che leggevo, ma so che è considerato uno dei più innovativi scrittori di fantascienza dei nostri giorni. E in effetti. Mi stupisce però questo stile così pesante. Sicuramente non è l’ultimo arrivato, quindi sarà una sua scelta, che rende il romanzo decisamente non adatto a tutti.

China Miéville (2016), Embassytown, Fanucci, Roma.

Serie tv: The Rain

Spoiler

Serie europea, dalle premesse interessanti. Una pioggia assassina sconvolge il mondo. Una ragazza e il suo fratello piccolo vengono portati dai genitori in un bunker segreto. Il padre non arriva, la mamma muore. I due sopravvivono qualche anno senza mai uscire, poi le riserve finiscono e sono costretti ad andarsene. Incontrano dei sopravvissuti e piano piano scoprono come sopravvivere e cosa è successo.

Salterà fuori che non tutto il mondo è andato, ma solo una zona circoscritta dalla quale non possono e non vogliono uscire perché vogliono stare tutti insieme.

Passi che il padre è il grande artefice della pioggia, non si capisce se è buono o cattivo. Passi che il fratellino deve sopravvivere perché può salvare tutti, continuano a dire i cattivi, ma non dicono come. Passi che ci sono basi segrete disseminate dappertutto. Passi tante cose, ma la seconda stagione è molto deludente, a partire dalla protagonista che si improvvisa medico e trova la cura che gli esperti cercavano da anni.

Non credo che guarderò la terza.

Serie tv: La casa di carta

Spoiler

La terza stagione è una delusione. Se le prime due sono intriganti, nonostanti buchi di trama e scene d’azione imbarazzanti, la terza è basata sul nulla. Un pretesto inverosimile per rimettere i nostri eroi nella stessa situazione delle prime due stagioni.

Odiosi cliffhanger sul finale dell’ultima puntata costringeranno la visione della quarta stagione.

Memoria o esperienza?

Un film corto, segnalato da Fantascienza.com (Ricordi da acquistare), ci fa riflettere sull’importanza della memoria o dell’esperienza. Ispirato ad Atto di forza, Thanks for the memories racconta la storia di Joel Fink, a cui viene offerta una vacanza completamente gratuita, dove potrà fare ciò che vuole, essere ciò che vuole. Ma dovrà rinunciare a ricordarsela. Potrà fare l’esperienza della vacanza, e questo formerà il suo carattere, ma non se la potrà ricordare. Un po’ come quanto ci succede prima dei nostri tre anni di vita.

La buona comunicazione è indistinguibile dalla truffa?

Riflessioni sulla comunicazione, magari non originalissime ma molto ben raccontate, con ottimi esempi.

E adesso vado a mangiare delle crocchette per cani…

Stefano Andreoli, Moriremo di Storytelling, https://www.youtube.com/watch?v=hSyJPm0oJ0M

Fonte: https://www.wittgenstein.it/2019/06/23/moriremo-di-storytelling/

Romanzo: Naila di Mondo9, di Dario Tonani

La forza di questo romanzo è l’ambientazione, tanto che compare nel titolo. Mondo9 è originale e affascinante. Fatto di sabbia, dominato dal metallo, popolato da creature esotiche e da uomini. Come questi ci siano giunti è un mistero, ma ci sono, si sono adattati, pur restandone alieni: il vero dominatore è il metallo e quelle strane creature che sono le navi. Anche la loro origine è un mistero. Quanto c’è di artificiale e quanto c’è di vivo in una nave?

Sabbia, ruggine e metallo sono gli elementi dominanti. Le città e le persone sono elementi estranei, su Mondo9.

Su questo sfondo così forte la storia di Naila appare quasi sfocata. È difficile rubare la scena a Mondo9. A questo contribuisce la scrittura di Tonani, che si concentra spesso sul pianeta e sulle sue creature ma è meno nitida nel raccontare le vicende di Naila e degli altri protagonisti e capita di esserne confusi.

Naila di Mondo9 è un romanzo che ti piacerà, se ti piace la fantascienza. Non lo consiglierei per avvicinarsi al genere.

Mondo9 è protagonista di altri romanzi e racconti di Dario Tonani e di un volume scritto dai suoi fan: Tutti i mondi di Mondo9, uscito nel 2014, che contiene 82 racconti brevissimi ambientati su Mondo9, tra cui il mio Gommerìa, presente anche nella selezione di 20 racconti pubblicata su Robot 68 nel 2013. E chiedo scusa a Dario se lo cito ogni volta che si parla di Mondo9 ma ne sono ancora oggi superorgoglioso.

Dario Tonani, Naila di Mondo9, Mondadori, Milano, 2018

Studiare non è imparare

A volte si trovano piccole riflessioni brillanti sulla scuola dove non te lo aspetti. Piccole non perché poco importanti, ma perché brevi. Dove non te lo aspetti non perché l’autore, l’autrice in questo caso, non sia brillante, lo è eccome, ma di solito parla di altre cose.

È successo oggi, sulla newsletter dedicata alla comunicazione online e ad altro di Mafe De Baggis (koselig).

Ecco la citazione:

(…) ancora oggi usciamo da scuola (università compresa) convinti che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose, che i fatti appresi siano certi e stabili, che si studi per immagazzinare nozioni e non competenze. Non è (solo) colpa della scuola, perché questa convinzione è figlia della cultura del libro e dell’alfabeto: per capire come fare qualcosa si studia, per studiare si fa riferimento a qualcun altro, vivo o stampato. Nessuno ci insegna da piccoli come imparare a imparare, anzi, da piccoli lo sappiamo benissimo, poi a scuola, piano piano, lo dimentichiamo, perché l’urgenza è sull’imparare a studiare, che no, non è la stessa cosa. 

Studiare non è imparare, non sempre. Siamo d’accordo. Studiare è approfittare dell’esperienza di altri, e non mi sembra un male. Ma la scuola insegna anche a imparare, nel significato inteso qui sopra. Perlomeno ci prova perché è una cosa molto più difficile da insegnare. Lo fa mettendo lo studente in situazioni in cui se la deve cavare da solo. Di solito lo studente non è contento: vuole la ricetta, il metodo pronto, la procedura da replicare: è più semplice e meno faticoso. Invece se ci deve arrivare da solo, deve pensare.

Ma la questione più grande, segnalata da Mafe e su cui noi insegnanti dovremmo riflettere, è questa convinzione che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose.

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