Film: La decima vittima

La decima vittima è un film fantascientifico del 1965 con Marcello Mastroianni e Ursula Andress, disponibile per intero su Youtube. Ne ho letto non ricordo più dove e mi ha incuriosito (aggiornamento: ne ho letto su Leggere Distopico).

La storia è tratta da un racconto di Robert Sheckley e descrive una società dove l’omicidio è istituzionalizzato. Chi partecipa alla caccia viene associato a un’altra persona, il computer sceglie chi è cacciatore (che sa tutto della sua vittima) e chi è vittima (che sa di essere vittima ma non sa chi sia il cacciatore).

Più che la storia in sé, con una scontata virata passionale e romantica tra i due protagonisti, che sono ovviamente vittima e cacciatore, il film è interessante per la visione di un futuro prossimo che risale a oltre cinquant’anni fa. Il design è quello degli anni Sessanta, colorato, tondeggiante, plasticheggiante. La moda pure, osé anche per le nostre abitudini. La società italiana non prevede il divorzio, quindi si convive ma non ci si sposa perché sa, siamo molto religiosi. Ogni tanto si assiste a qualche omicidio, ma è tutto a posto, è la caccia.

Fa sorridere la fermata a una cabina telefonica dal design futuristico, con un apparecchio futuristico. Ma nel futuro che noi conosciamo come presente, la cabina telefonica non serve.

Elio Petri, La decima vittima, https://www.youtube.com/watch?v=pUa98zRbzQM e https://www.imdb.com/title/tt0059095/?ref_=nv_sr_srsg_0

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Film: Storia di un matrimonio

Storia di un matrimonio è in realtà la storia di un divorzio. Interessante nella prima parte, forzata – secondo me – nella parte centrale, carina ma non travolgente la (non) conclusione. 

Molto bravi gli attori, molti dei quali, per una ragione o per l’altra, esperti del tema. Ed esperto è pure l’autore e regista, ma mi aspettavo di più. Poco che non si sia già visto, a iniziare da Kramer contro Kramer, passando da La guerra dei Roses per approdare a innumerevoli film e serie. 

Noah Baumbach, Storia di un matrimonio, https://www.imdb.com/title/tt7653254/?ref_=nv_sr_srsg_0

Film: Il buco

Film angosciante, pur essendo semplice (oppure proprio per questo). Ha un’ambientazione unica, pochi personaggi, un intreccio lineare, un unico spunto, attorno a cui viene costruita una storia spietata. I personaggi sono ben costruiti e, nonostante qualche infodump, le loro interazioni mandano avanti la storia senza esitazioni e senza mai annoiare. Esito scontato, forse troppo ottimistico. Metafora telefonata della nostra società, che non è capace di spartire la ricchezza. 

 Galder Gaztelu-Urrutia, Il buco, https://www.imdb.com/title/tt8228288/ 

Romanzo: Sezione π2, di Giovanni De Matteo

Non ricordo quando ho comprato questo Urania. Molto tempo fa, in Svizzera. Infatti oltre al prezzo di copertina in euro (3.90), c’è un etichetta adesiva che dà il prezzo in franchi: 9.50. 

Beh, finalmente l’ho letto. E mi è piaciuto, quasi tutto. 

Tra i punti positivi c’è sicuramente una storia originale, un giallo che ti prende. Ci sono delle ambientazioni cyberpunk localizzate all’Italia. I personaggi sono interessanti, ben presentati, anche se qualcuno è un po’ esagerato, funziona bene inserito in questa storia e in questa ambientazione. 

C’è un’idea molto interessante, forse non originalissima ma abbastanza elaborata da risultare innovativa. 

La scrittura è decisamente buona, scorrevole, ricca, appassionante. 

Non mi sono piaciute alcune pagine di spiegoni, in un paio di occasioni tratte da manuali. Ecco, mettermi a leggere prima di dormire un bel romanzo e affrontare cinque o sei pagine di saggio (fittizio, ma lo stile è quello del saggio), no questo non fa per me. Ma è l’unica cosa, per il resto mi è piaciuto. 

Giovanni De Matteo, Sezione π2, Urania 1528, novembre 2007

Film: A Quiet Place

Di piacevole visione, fatto bene, ben recitato. Leggo recensioni che lodano la sceneggiatura, ma secondo me un paio di cose sono piuttosto inverosimili. Perché, per esempio, non creare un sistema di sicurezza basato su altoparlanti sparsi da attivare da remoto e/o in alternanza per confondere i mostri? Perché non creare trappole sonore? Insomma, è coinvolgente ma senza farsi troppe domande. 

Concorso castelli di carta 2020

Edizione da lockdown, questa del Castelli di carta 2020, tema Paesaggi fantastici. Oltre 270 racconti perventuti, quattro vincitori per la categoria bambini+ragazzi, otto per a categoria adulti, tra cui il mio Non è un paese fantastico.

Sono riuscito a filmare la lettura pubblica del racconto, magistralmente tenuta da Pietro Aiani, con l’introduzione della presidente della giuria. Purtroppo la qualità tecnica del video e dell’audio è scarsa.

Docu-film: The Social Dilemma

The Social Dilemma è un docu-film del 2020, distribuito su Netflix, che si occupa delle influenze negative dei social media sulle persone e sulla società. Il punto di partenza è la domanda: come fanno i social media a essere gratis? La risposta è che il prodotto siamo noi.

Il film ha due filoni: quello delle interviste e quello della narrazione.

Le interviste sono rivolte ad alcuni protagonisti dei social network, persone che ci hanno lavorato, persone che hanno sviluppato funzionalità importanti dei sistemi che ora criticano.

Le critiche principali riguardano la dipendenza dai social media e le possibilità di manipolazione che le aziende che gestiscono i sistemi di social networking hanno, grazie a ciò che sanno di noi e agli algoritmi che ci propongono contenuti.

Le narrazione esemplifica quanto gli intervistati affermano mostrando la vita di una normale famiglia americana, dove le cene sono passate in silenzio, ognuno concentrato sul suo telefonino. La mamma cerca di fare conversazione, la figlia pre-adolescente è schiava della sua immagine, il figlio adolescente viene radicalizzato dai video che guarda continuamente, l’altra figlia, più grande, è l’unica sana perché non ha il telefonino.

Il docu-film ha certamente degli aspetti positivi. Prima di tutto, mostra e spiega chiaramente e con semplicità (forse troppa) alcune questioni problematiche a chi non ha mai approfondito il tema. Per questo è molto adatto a essere visto insieme ai più giovani: può scatenare una discussione e un confronto e può aiutarli a vedere un lato dei social media finora poco considerato.

Ci sono però molte cose che non mi sono piaciute.

Prima di tutto, come documentario è decisamente di parte. Non c’è mai contraddittorio.

Poi affronta problemi che non sono per nulla nuovi, anche se per qualcuno potrebbero suonare nuovi. Privacy, manipolazione, algoritmi, tutte cose di cui si parla da almeno un decennio, ma anche di più volendo uscire dall’ambito dei social media.

Il desiderio di farsi capire da tutti porta gli autori e gli intervistati a non approfondire mai i concetti. A memoria, non mi pare di aver sentito parlare di big data, per esempio. Il linguaggio è fin troppo semplice, i concetti appena accennati, e gli intervistati parlano tanto, raccontano le loro paure e i loro timori, ma raramente portano elementi concreti.

Ma l’aspetto più problematico del docu-film, secondo me, è che fa ricadere tutte le colpe sui social media, tanto che sembra che i movimenti populisti non esisterebbero, senza i social media. Forse però vale la pena ricordare che il populismo è nato ben prima dei social.

E dimentica una cosa importante, questo docu-film: dimentica che la gente ha una testa, che può usare per non essere manipolata da sistemi, peraltro ancora piuttosto rudimentali, che si basano sui dati che un individuo immette in rete (tanti dati che però non sono una copia completa e fedele dell’individuo al di fuori della rete).

Certo, la gente va istruita, è necessario capire i social media per usarli. Capire che posso scegliere cosa dire di me alla rete, capire che quello che la rete mi propone non è casuale. Serve una cultura, servono educazione e formazione. Il docu-film non ne parla e non se ne occupa, nemmeno dando qualche piccolo consiglio pratico, adatto anche ai meno esperti, su come fare per scovare le bufale, le leggende metropolitane o le fake news. Consigli che fortunatamente si trovano altrove.

Il problema più grosso che solleva, a mio modo di vedere, è la manipolazione politica, di cui ci sono prove piuttosto concrete. Però accenna solo di sfuggita a Whatsapp, applicazione che ha un ruolo importantissimo nella diffusione di notizie ma che non segue i concetti della manipolazione tramite algoritmi di cui si parla. Il docu-film invece si concentra quasi solo sui video e sull’algoritmo che ce li propone (ma si parla di Facebook e Youtube, non di Netflix). Invece su Whatsapp, il fatto che le notizie false vengano diffuse è solo e semplicemente colpa della gente che le diffonde (cfr. Casey Newton, What ‘The Social Dilemma’ misunderstands about social networks, The Verge)

Jeff Orlowski (2020), The Social Dilemma, Netflix

Update: aggiungo qualche riferimento di approfondimento

Pranav Malhotra, The Social Dilemma Fails to Tackle the Real Issues in Tech, Slate, 18.9.2020

Facebook, What ‘The Social Dilemma’ Gets Wrong

Romanzo: Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti

Per questo romanzo non metto la foto della copertina rubata dal sito dell’editore, ma una foto che ho scattato alla mia copia, nel migliore dei posti dove si possa leggere.

È un romanzo molto simile al precedente, di cui scrissi qualcosa un anno fa. Ritroviamo gli stessi personaggi principali, le stesse ambientazioni. La lingua è piacevolmente raffinata, ricca di particolarità regionali, che arricchiscono senza infastidire. Al tempo stesso, però, è un romanzo diverso. Più maturo, i personaggi vengono approfonditi, la trama è più complessa. Nel complesso mi è piaciuto più del primo.

Ilaria Tuti, Ninfa dormiente, Longanesi, Milano, 2019

La radiosveglia

Oggetto quasi antico, esiste ancora? Ormai si usa il telefonino. In effetti la mia sopravvive come orologio con scritte grandi e luminose. Ho temuto di perderla per un led rimasto acceso, ma ora l’allarme è rientrato. Ce l’ho da circa trent’anni.

La DAR: Didattica Ampliata dalla Rete, un bel neologismo

Credo che valga la pena riflettere su un paio di concetti esposti da un anonimo insegnante di lettere in un liceo lombardo, pubblicata sul blog di Massimo Mantellini.

La didattica a distanza ha avvicinato insegnanti e famiglie, portando l’insegnante in casa. Ciò che viene fatto a scuola non è più riferito dall’allievo, ma visto in prima persona dal genitore.

La didattica a distanza ha accentuato la responsabilità dell’allievo, a cominciare dalla presenza: “Ogni studente ha dovuto scegliere se darsi da fare, apparire solo come un’icona o non connettersi affatto: se la presenza del corpo non è più obbligata, chi può sanzionare l’assenza dello spirito?”

Sulla valutazione: “Nelle prove a distanza, ad esempio, c’è qualche accorgimento per rendere le frodi un pochino più difficili, ma il controllo è impossibile.” Allora vale la pena pensare a modalità di valutazione che non richiedano il controllo in classe durante la verifica: riflessioni, sintesi, approfondimenti,…

Molti hanno capito che il testo scritto a mano è anacronistico: “il tema scritto a mano sul foglio di protocollo è un relitto che oscura e ostacola molte competenze (impaginazione, grafica, struttura del testo…)”

“Soprattutto, spero che la burocrazia del ministero continui a non accorgersene, come se la dar fosse una copia della didattica in aula. Altrimenti pioveranno circolari e piani e griglie e obiettivi e finalità. Tutti da declinare in riunioni fisiche, salvare in pdf e stampare su carta.”

Fonte: Lettera di un insegnante sulla didattica a distanza, in Manteblog.

Il sito di Marco Faré

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