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Robot 88

Un commento a ciò che mi è piaciuto o mi ha colpito del numero 88 della rivista di fantascienza Robot.

Coraggiosa. Uno spin-off di Mondo9, di Dario Tonani. Sempre piacevoli le incursioni di Dario su Mondo9. Questa volta ci racconta di una Naila giovane, che muove i primi passi come capitano di una nave a ruote. Un’avventura molto delineata che ci aiuta a capire meglio questo straordinario personaggio.

Vent’anni dopo, di Lanfranco Fabriani. Viaggi nel tempo gestiti da una sgangherata agenzia italiana, colma di intrighi e lotte di potere che si estendono attraverso i decenni. Originale, divertente, questo racconto risente probabilmente della sua aderenza all’ampio mondo dell’UCCI creato da Fabriani. Non avendo letto le altre opere, intuisco che dietro ad alcune cose c’è molto di più, che io non vedo.

Se alla prima non ci riesci, provavi, provaci ancora, di Zen Cho. Il mio preferito di questo numero: una bella storia d’amore in cui fantasy e fantascienza si incontrano insieme alla cultura cinese. Creature fantastiche, temi moderni, davvero bello.

La nostaglia della Rete che fu

Interessante articolo di Chiara Severgnini, sul Corriere (I social hanno cambiato Internet, ma il vero problema è che hanno cambiato anche noi), citato dall’omonimo Beppe (non parente).

Riassumendo, l’autrice descrive la nostaglia per la Rete prima dei social, la Rete prima del 2008. In quel periodo arrivò un sacco di gente che prima non accedeva a Internet, e confondeva Internet e Facebook. I veterani della Rete rimpiangono il web prima di Facebook perché era più libero, era più divertente girare per siti a volte mal fatti ma spontanei.

È interessante perché lo stesso discorso lo si faceva alla fine degli anni Novanta, quando su internet arrivò la massa di gente attirata dal web.

Ho avuto accesso a Internet alla fine del 1994 (un quarto di secolo fa), ultimo tra i primi e primo tra gli ultimi (ma poi ci sono stati altri “ultimi”, quelli citati da Severgnini). Ricordo i discorsi che si facevano quando Internet si riempì di gente che confondeva web e Internet, gente che non aveva mai usato gopher, telnet o ftp. Gente che capitava sui gruppi Usenet alla ricerca di informazioni e si scontrava con tutta la pratica comunicativa sorta spontaneamente (ma non per questo meno importante) in un decennio di Usenet e Fidonet. I termini newbie/niubbi, così come utonti, risalgono ad allora.

Non per questo l’articolo di Severgnini non è valido. Lo è, eccome. Ma la storia si ripete, anche nel breve periodo di esistenza di Internet.

Saggio: Bassa risoluzione, di Massimo Mantellini

Seguo Mantellini da anni, leggo il suo blog e gli articoli che pubblica altrove. Ho letto e commentato il suo La vista da qui.
Di Mantellini apprezzo la competenza e la capacità di esprimere il suo punto di vista in modo chiaro e brutale. Di solito mi trovo d’accordo.
Su Bassa risoluzione ho qualche perplessità. Da un lato non sono sicuro di capire del tutto il concetto dietro a questa espressione. Dall’altro non mi convince, ma suppongo che l’ho capito male e in sostanza la penso come Mantellini senza accorgermene.

In poche parole, in Bassa risoluzione Mantellini sostiene che, a causa delle tecnologie digitali, le nostre aspettative si sono ridotte. Non pretendiamo più la qualità, ma ci accontentiamo di ciò che troviamo. Esempi: la musica, visto che ci accontentiamo della qualità MP3 invece che ricercare l’alta fedeltà, o le foto, che scattiamo con il telefonino quando una reflex farebbe meglio. E questo lo applichiamo a tutto, anche all’informazione, ai film, alla politica, all’arte, all’educazione (?). Ma il problema è soprattutto che tendiamo a considerare bellissime le foto scattate con il telefonino, senza renderci conto che in realtà non lo sono, che con una reflex si farebbe meglio.

Le obiezioni mi riescono facili. Comincio dallo sforzo di produzione: la reflex fa foto migliori se chi la maneggia lo sa fare, altrimenti meglio il telefonino che con il suo software fa un lavoro migliore di un incompetente umano. Poi la praticità: il telefonino l’ho sempre con me, la reflex pesa e me la devo portare in giro.
(Io la reflex la uso, ho fatto dei corsi, non sono di certo un fotografo esperto ma ne so abbastanza per sfruttarla. A volte me la porto in giro, ma devo pianificarlo.)
Infine le funzioni: scattare una foto con il telefonino mi permette di condividerla immediatamente con una persona, con il mondo intero.

Le mie obiezioni sono applicabili anche agli altri campi in cui Mantellini parla di bassa risoluzione? Forse. Gli MP3 hanno certamente una qualità sonora inferiore, è scientifico, ma sono trasportabili più facilmente.

Allora forse il problema è di percezione: dobbiamo stare attenti a percepire la qualità delle foto che scattiamo o della musica che ascoltiamo. Essere consapevoli che alcune cose sono a bassa risoluzione per certi aspetti, perché preferiamo che abbiano altre qualità. L’MP3 ha una bassa qualità sonora ma è più trasportabile. La foto del telefonino ha una scarsa qualità fotografica ma il telefonino ha le funzioni per condividerla.

Sarò forse miope, ma non mi preoccupa la Bassa risoluzione, perché io sono consapevole di cosa uso a bassa risoluzione e cosa no. Ma capisco il discorso di Mantellini. Qualche tempo fa ho fatto vedere ai miei allievi un film. L’ho fatto partire dal computer di scuola, proiettato tramite un proiettore (beamer), e ho chiesto loro se il formato era giusto. Mi hanno detto di sì. Dopo mezz’ora mi sposto tra loro e guardo le immagini e mi sono accorto che erano schiacciate. Il formato non era quello giusto. Non era un 16:9 rispetto a un 4:3, la differenza era meno marcata, ma si notava. Eppure per loro andava bene. Peraltro io ho guardato Dune, penso nel 1988, nella sala tv di un albergo, su un televisore bombato, di sbieco. E mi è piaciuto.
Forse è di questo che ci dobbiamo preoccupare: educare i giovani a capire dove sta l’alta risoluzione e dove la bassa. A trovare il compromesso tra le due.

Massimo Mantellini, Bassa risoluzione, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018

Rivista WMI 52, un commento

Leggo soltanto ora il numero 52 della Writers Magazine Italia, uscito a settembre 2018 e dedicato a: La grammatica – Agenzie letterarie – La scaletta – Sergio Fanucci – Mystfest – Premio WMI

Ecco l’indice:

  • Poesia: Da Petrarca a Bondì, di Laila Cresta
  • Casa, Racconto di Samantha Sebastiani
  • Scrittura: La grammatica, di Laila Cresta
  • Intervista: Franco Forte al Mystfest, di Filippo Radogna
  • Un posto di responsabilità, Racconto di Guido Anselmi
  • Letti per voi: Neria De Giovanni, Tacita Muta, La dea del silenzio di Laila Cresta
  • Scrittura: Agenzie letterarie di Franco Forte
  • Ero il nulla, Racconto di Liudmila Gospodinoff
  • Letti per voi: Angela Davis, Donne, razza e classe, di Laila Cresta
  • Tecnica: La scaletta di un’opera, di Luca Di Gialleonardo
  • Polvere di buio, Racconto di Antonio Tenisci
  • Letti per voi: Laila Cresta, La maestra e la strega, di Antonella Grimaldi
  • Niente lacrime per Cleopatra, Racconto di Macrina Mirti
  • Letti per voi: Patrizia Marzocchi, Il diciassettesimo conte, di Laila Cresta
  • L’intervista: Sergio Fanucci
  • Vincitori 42° premio WMI:
  • Skull’s Hill di Maria R. Del Ciello
  • Exit di Simona Godano
  • Secessione di Marco Pacchiarotti

Ed ecco il mio commento a parte dei contenuti.

  • Casa, di Samantha Sebastiani. È il racconto che mi ha lasciato più perplesso perché, per quanto scritto bene, non mi ha detto gran che. 
  • Un posto di responsabilità, di Guido Anselmi. Narrato con toni leggeri e quasi comici, delinea in realtà una situazione dai risvolti drammatici. Il racconto è costituito da un lungo dialogo serrato a scansione diretta. 
  • Ero il nulla, di Liudmila Gospodinoff. È una sorta di poesia in prosa. 
  • Polvere di buio, di Antonio Tenisci. L’ho trovato un po’ difficile da seguire. C’è una storia d’amore e un terremoto, i piani temporali sono due, c’è un’alternanza tra il prima e il dopo. È una storia di speranza, e questo è positivo, ma mi sono perso un po’ troppe volte e quindi l’ho trovato non del tutto efficace. 
  • Niente lacrime per Cleopatra, Di Macrina Mirti. La vita ordinaria e tranquilla di una veterinaria, con un marito e un bambino piccolo. La morte di un animale che ha salvato anni prima la porta a mettere in discussione la visione normalmente accettata di bene e di male, e cerca di trasmetterla a suo figlio. Si percepisce il suo disagio verso l’umanità, che ha scarse speranze di migliorare. Disagio però anche verso la sua vita, la sua situazione, sembra che questo marito appena tratteggiato non la coinvolga più di tanto. Una scrittura molto esplicita e lineare, che ricalca la normalità della situazione. 
  • Skull’s Hill, di Maria R. Del Ciello (vincitore Premio WMI 42). Questo testo racconta un episodio di una rivolta. Una situazione particolare, che sembra rappresentare tutte le situazioni simili. Protagoniste le donne. La scrittura è, soprattutto all’inizio, sincopata, interrotta, continuamente, in un modo che ben rappresenta la tensione della protagonista. C’è molto non detto e anche in questo caso non è sempre facile seguire la storia. 
  • Exit, di Simona Godano (secondo classificato Premio WMI 42). È un racconto strano, inizialmente difficile da classificare. Sembra un sogno, una visione, ma ha elementi concreti che suggeriscono al lettore una situazione reale e distopica, ma si chiude di nuovo con la sensazione che sia tutto un pensiero. Una via di fuga pare esistere. 
  • Secessione, di Marco Pacchiarotti (terzo classificato Premio Wmi 42). Qui la scrittura è più chiara, la situazione viene descritta abilmente e chiaramente. Siamo in una distopia dove le frontiere continuano a crescere, addirittura di quartiere in quartiere. Assistiamo alle vicende e alle riflessioni di un uomo che cerca di sopravvivere in questa situazione. 

Per quanto riguarda la saggistica, ho molto apprezzato La scaletta di un’opera di Luca Di Gialleonardo, dà dei consigli e delle tecniche molto interessanti per imparare a strutturare un romanzo. Tecniche che comportano l’uso del software Excel, ma che l’autore implementa per Scrivener nella nuova edizione del manuale dedicato al miglior software di scrittura creativa dell’universo. Notevole pure l’intervista a Sergio Fanucci nella sua veste di editore e di scrittore. 

Franco Forte (a cura di), Writers Magazine Italia numero 52, Delos Books

Robot 83

Silvio Sosio (a cura di), Robot 83, 2017, Delos Books, Milano.

Come spesso cerco di fare, ma non sempre riesco, propongo un commento alle letture di Robot, perlomeno alla parte dedicata alla narrativa. Della parte dedicata alla saggistica posso dire che ho molto apprezzato il lungo articolo su Edgar Allan Poe e il breve approfondimento dedicato alla storia della sf, su Roberta Rambelli. Troppo contorta, per me, la polemica di Gianfranco de Turris (Apologia della testa fra le nuvole).

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Il sonno di Newton, di Ursula K. Le Guin. So che è una grande della fantascienza e moltissimi l’apprezzano. Credo che mi siano piaciuti altri suoi scritti, ora non ricordo quali, ma questo racconto non mi ha entusiasmato. Troppo onirico per i miei gusti.

Invertito, di Lukha B. Kremo (Premio Robot 2018, vincitore). Una bella miscela di fantascienza hard e fantascienza sociale. La struttura di una società diversa dalla nostra inserita in un racconto di esplorazione. Sento il sapore di un approccio alla fantascienza degno della golden age, aggiornato con grande originalità.

Sabbia nera, di Dario Tonani. In attesa di leggere il romanzo dedicato a Naila, la conosciamo attraverso questo frammento. Non mi ha colpito al cuore, forse lo apprezzerò di più dopo aver letto il romanzo. Mi sembra un fotogramma che può apprezzare chi ha visto il film intero.

La traversata al contrario, di Luigi Calisi (Premio Robot 2018, premio speciale della giuria). Un vero gioiellino giustamente riconosciuto dalla giuria del Premio Robot 2018. Un racconto africano e distopico dove eroi e non-eroi affrontano le micidiali avversità di ogni giorno. Il titolo non gli rende onore: il fatto che i flussi migratori vadano al contrario non è un punto centrale della storia, e non è nemmeno uno spunto molto originale. Non so se si voleva dare una veste politica, ma francamente il racconto non ne ha bisogno. È una storia di gente che emigra per necessità, tragica come ogni storia di questo tipo. La direzione in cui emigra onestamente mi sembra irrilevante. Ma per fortuna nel racconto di questo c’è solo un accenno, la storia è avvincente.

Ossa, polvere, nuvole, di Cristiano Fighera. Horror, più che fantascienza. Un genere di storia che non mi piace tantissimo. Scritto bene, con una gestione del punto di vista particolare e molto interessante, con uno spunto notevole e un finale che non ho apprezzato. Un autore da tenere d’occhio perché la fantasia di certo non gli manca.

Legioni nel tempo, Di Michael Swanwick. La parte iniziale mi è piaciuta un sacco. Ho iniziato, come molti, a leggere la fantascienza della golden age e qui ritroviamo quello stile, quegli ambienti, quei temi. Poi il racconto evolve, diventa per certi versi più interessante, per altri più arzigogolato.

 

 

Internet e le persone

Leggo su Internazionale Il mondo che Facebook vuole costruire, di Alexis C. Madrigal, tratto da The Atlantic.

Vi si dice, con tanto di citazione di Zuckerberg:

Zuckerberg ha dato un’idea di quel che pensa a proposito del significato di Facebook. Cosa perderebbe il mondo, si è chiesto, se sparisse?

La sua risposta è stata che nel 2004 su internet si poteva trovare quasi tutto, tranne ciò che più interessa alle persone: altre persone. “Per questo ho cominciato a creare un servizio che le mettesse in primo piano, anche nel rapporto con la tecnologia”, ha dichiarato.

Ho la sensazione che Zuckerberg faccia finta di non ricordare cos’era internet prima di Facebook.

Negli anni Novanta, poco prima dell’arrivo delle grandi aziende e degli uomini marketing, la rete era un luogo dove incontrare altre persone. Soprattutto sui gruppi di discussione (Usenet), ma anche sui primi siti web, il focus era sulle persone e sulle loro passioni.

Poi, verso la fine anni Novanta, c’è stato il turbine commerciale, che ha avvicinato molte persone e molte aziende alla rete ma ne ha in parte snaturato l’essenza, con molta irritazione da parte di chi la frequentava da un po’.

Dopo il crollo della new economy, la rete è rinata come web 2.0. Finalmente focus sulle persone, si diceva, ma in tanti sapevano che era in realtà un ritorno di qualcosa che non era mai davvero scomparso.

Il lavoro che verrà

Sul Corriere del Ticino di sabato 7 aprile Ivano D’Andrea, CEO del Gruppo Multi, riflette sulla preparazione da dare ai giovani in vista del lavoro che verrà. Lavoro che sarà fortemente influenzato dalle tecnologie digitali.

Tra le altre cose, si dice preoccupato perché i giovani che incontra sono “spesso a digiu- no di queste tendenze” e quindi ritiene, giustamente, che la scuola dovrebbe fare qualcosa. “Per intenderci” precisa “non si tratta semplicemente di mettere PC e iPad nelle nostre scuole, ma di far capire ai giovani il mondo della tecnologia che ci circonda”.

Nel nostro piccolo, cerchiamo di farlo. Forse senza arrivare a studiare l’intelligenza artificiale, la robotica e l’analisi dei dati, ma avvicinando le tecnologie ai ragazzi e, soprattutto, facendoli riflettere sul modo in cui usano queste tecnologie.

Suggerisce inoltre di avvicinare le aziende più innovative con la scuola. Anche questa è una cosa che si cerca di fare, ma con una certa cautela. Una cosa è la scuola, un’altra la formazione aziendale.

La scuola evolve con la società. La sua struttura fatica a cambiare, è vero, ma all’interno delle aule il cambiamento c’è, anche se forse non è molto visibile. E forse è lento, ma è anche vero che la scuola deve offrire ai giovani una spiegazione del mondo che dev’essere prima metabolizzata dalla società (e dagli insegnanti).

Ivano D’Andrea, Preparare i nostri figli al «lavoro che verrà», in Corriere del Ticino, 7 aprile 2018, pag. 4.

Robot 80

9788825401967_robot_80Silvio Sosio (a cura di), Robot 80, 2017, Delos Books, Milano

Foto di gattini, grazie; di Naomi Kritzer. Cerchiamo di non lasciare troppa libertà alle IA. Questo racconto mi è piaciuto molto: divertente e inquietante, usa uno stratagemma non originale ma lo rende molto piacevole.

La rotta verso il margine del tempo; di Piero Schiavo Campo. Alieni, buchi neri e militari. I grandi temi classici proposti con intelligente innovazione e un po’ di humor.

I rossi girasoli di Proxima; di Paolo Aresi. La vecchiaia nel futuro, una storia quasi poetica di un’amicizia.

Giù, sui fondali; di Vittorio Catani. Esperimenti sottomarini, inganni ed ecologia.

Il buco in fronte; di Claudio Chillemi. Legittima difesa e sensi di colpa.

La grande guerra silente; di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini. Non si finisce mai di esplorare un pianeta.

Banana Boat Song; di Paul Di Filippo. Il nome più prestigioso, perché internazionale, ha scritto il racconto che mi è piaciuto meno. Ho fatto fatica a capirlo. Intravvedo un sacco di riferimenti a cose che non capisco.

 

 

 

Sull’insegnamento della scrittura

Un lungo e interessante articolo sullo stato delle capacità di scrivere in Italia, sul modo in cui la scrittura (non) viene insegnata, sull’importanza che viene data alla capacità di scrivere.

Con capacità di scrivere si intende qualcosa che va oltre la lista della spesa: la capacità di strutturare un testo, di riassumere e sintetizzare, di esporre una tesi o un pensiero.

L’articolo è ricco di dettagli che non riassumo: se ti interessa uno dei temi leggilo tutto perché ne vale la pena. I temi principali sono: la scrittura, la scuola, lo stato della società italiana. Ecco i riferimenti:

Claudio Giunti, Saper scrivere è così importante, Il Sole 24 Ore Domenica, 12 febbraio 2018 (consultato il 17.2.18).

Vorrei esporre qualche pensiero che scaturisce dalla lettura dell’articolo.

  • Se non sai scrivere non potrai insegnare a scrivere. E probabilmente se non sai scrivere non potrai insegnare.
  • Se non sai scrivere non potrai insegnare la capacità di apprezzare un testo scritto bene. Cioè c’è gente talmente ignorante che manco s’accorge se un testo è scritto male, in modo impreciso o poco comprensibile.
  • Questa è grossa: uno studente in Lettere, in Italia, affronta pochissimi esami scritti, di cui molti sono a crocette. Siccome anche al liceo la verifica è spesso orale, uno o una si laurea in lettere scrivendo molto poco.
  • Poter ripetere un esame all’infinito crea un pericoloso effetto: il docente ti promuove per l’impegno e la perseveranza. Ma sono in gioco anche altre dinamiche: le università ricevono fondi in base al numero di studenti e a quanto in fretta terminano gli studi. Ma in questo modo non guadagnano prestigio. L’ETH, che si piazza sempre in alto nelle classifiche sulla reputazione delle università, se ne sbatte allegramente: se deve bocciare il 60% di studenti li boccia. Si chiama selezione.
  • Lettere è una facoltà aperta perché “molti studenti non saprebbero che fare, dopo le superiori”. Il problema è capire che esistono altre strade, oltre allo studio, che possono cominciare dopo la scuola dell’obbligo. La formazione professionale, se fatta bene, porta ad avere buoni professionisti in molti campi d’applicazione.
  • La questione ricorsi è delicata anche nelle università italiane.
  • Badare più al contenuto che alla forma è un errore (e Giunti lo sa benissimo).
  • Non sono sicuro che scrivere prima a mano e poi copiare a pc sia la soluzione. Giunti avrà le sue valide ragioni per dirlo, ma io non potrei rinunciare alla velocità e alla flessibilità della scrittura a schermo. Ma io sono un estremista: fosse per me, abolirei l’insegnamento della scrittura a mano. Penne vietate.
  • Sulla tendenza tutta italiana a usare paroloni siamo d’accordo. Spesso si dimentica che il bravo scrittore/comunicatore è quello chiaro, quello che si fa capire dal suo pubblico, mica quello che parla difficile.
  • Un altro punto su cui non sono d’accordo con Giunti: la cura della scrittura parte anche dagli SMS. Anzi forse lì è indispensabile: più sei breve, più devi essere preciso ed efficace.
  • Un testo autorevole lo è su carta o su schermo.

Robot 79

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È uscito un anno fa (sono un po’ indietro con le letture). Ecco i miei commenti alla parte narrativa.

La figlia del fabbricante di slitte, di Alastair Reynolds. Il futuro immaginato da Reynolds per questo racconto non è dei migliori. Dev’esserci stata una guerra terribile che ha riportato la tecnologia indietro di secoli. L’uomo, invece, non è cambiato: predatore come al solito. Ci accompagna a scoprire questo mondo Kathrin, la figlia del fabbricante di slitte, caduto in disgrazia.

Estrazione, di Diego Lama. Un mistero da scoprire: che cosa si è fatto estrarre, Larry Bennet, dai ricordi? Un’indagine che ci porta a scoprire cose che era meglio dimenticare.

Il portatore di Dio, di Ilaria Tuti. Misteri e storie che si intrecciano in Vaticano. Un racconto breve dal ritmo rapido e serrato. Notevole la capacità di raccontare tante storie tutte insieme.

Ultima persona singolare, di Samuele Nava. Tanta abilità nel rendere originale e appassionante un tema tra i supersuperclassici della fantascienza.

Scafandro, di Manuel Piredda. Un altro mondo devastato, un ambiente alla Walking Dead in cui un uomo di muove grazie al suo scafandro.

Pechino pieghevole, di Hao Jinfang. Non mi capita spesso di leggere un’autrice cinese di fantascienza. In questo racconto viviamo una Pechino divisa in tre, dove una fetta di popolazione vive nel lusso, un’altra nella povertà e una sta in mezzo. Lo spazio e il tempo sono nettamente divisi: quando è il turno di una delle classi, le altre due dormono di un sonno artificiale e i loro spazi vengono piegati per far posto alla classe sveglia. Impossibile non pensare a qualche scena di Inception, ma le somiglianze finiscono lì. Seguiamo Lao Dao che dal Terzo Spazio si intrufola fin nel Primo Spazio per una missione in parte sua in parte no. Una scrittura particolare, che a volte pare ingenua, in realtà curata.

E ora affrontiamo altra letteratura cinese.

Silvio Sosio (a cura di), Robot 79, 2016, Delos Books, Milano