Internet e le persone

Leggo su Internazionale Il mondo che Facebook vuole costruire, di Alexis C. Madrigal, tratto da The Atlantic.

Vi si dice, con tanto di citazione di Zuckerberg:

Zuckerberg ha dato un’idea di quel che pensa a proposito del significato di Facebook. Cosa perderebbe il mondo, si è chiesto, se sparisse?

La sua risposta è stata che nel 2004 su internet si poteva trovare quasi tutto, tranne ciò che più interessa alle persone: altre persone. “Per questo ho cominciato a creare un servizio che le mettesse in primo piano, anche nel rapporto con la tecnologia”, ha dichiarato.

Ho la sensazione che Zuckerberg faccia finta di non ricordare cos’era internet prima di Facebook.

Negli anni Novanta, poco prima dell’arrivo delle grandi aziende e degli uomini marketing, la rete era un luogo dove incontrare altre persone. Soprattutto sui gruppi di discussione (Usenet), ma anche sui primi siti web, il focus era sulle persone e sulle loro passioni.

Poi, verso la fine anni Novanta, c’è stato il turbine commerciale, che ha avvicinato molte persone e molte aziende alla rete ma ne ha in parte snaturato l’essenza, con molta irritazione da parte di chi la frequentava da un po’.

Dopo il crollo della new economy, la rete è rinata come web 2.0. Finalmente focus sulle persone, si diceva, ma in tanti sapevano che era in realtà un ritorno di qualcosa che non era mai davvero scomparso.

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Tabù

Alcuni anni fa partecipai a una selezione di racconti di fantascienza per una rivista, la Writers Magazine Italia. Uno dei tentativi falliti venne ripescato e pubblicato sull’antologia che raccolse tutti i racconti partecipanti, Il Magazzino dei mondi 2 (a cura di F. Forte, Delos Book, 2013).

Mi è tornato in mente leggendo il tema della nuova edizione di Chiassoletteraria: il tabù.

Rileggendolo, in effetti, non è eccezionale. Forse meriterebbe più spazio.

Martyna

Marco Faré, Martyna, in Forte, F. (a cura di) Il magazzino dei mondi 2, Delos Books, Milano, 2013

 

#20af: trasloco

Vent’anni fa, esatti, il 29 aprile del 1998, terminava il mio soggiorno zurighese. Avevo organizzato un paio di amici, al mattino, per caricare il furgone preso a noleggio. Poi il viaggio da solo verso Stabio, dove ho scaricato, e il ritorno a Zurigo. La sera ho dormito sul divano del nuovo inquilino, per rientrare in Ticino il giorno dopo con la mia macchina. Nei 43 mesi trascorsi a Zurigo sono cresciuto e ho affinato la mia personalità, con il contributo di una città che ho trovato inaspettatamente vivace. Nelle settimane, nei mesi, negli anni sono tornato tante volte, ma sempre come ospite.

Letture ad alta voce

Con un po’ d’emozione e molto orgoglio, ho appena pubblicato su Youtube due video in cui Franco Di Leo legge due miei racconti. Franco è scrittore, traduttore, regista teatrale e radiofonico, ed è un lettore molto bravo. Lo ringrazio davvero tanto per quanto ha fatto. In entrambi i casi l’introduzione è di Barbara Bottazzi.

I video li ho girati io con il mio telefono, quindi le inquadrature traballanti e la pessima qualità sono esclusivamente responsabilità mia, ma nonostante tutto credo di non essere riuscito a rovinare l’ottimo lavoro di Franco.

Ecco il primo:

Franco Di Leo legge Un’ora, di Marco Faré, al Longlake festival di Lugano, il 10 luglio del 2016. Il racconto, pubblicato sull’inserto Extra del Corriere del Ticino nel 2015, si può leggere qui. Il video dura circa 5 minuti.

E il secondo:

Franco Di Leo legge Gli occhi di Oscar, di Marco Faré, all’evento Scrivere che passione presso la Manor di Bellinzona, il 21 aprile 2018. Il racconto, uscito alle fine del 2016, si può leggere su La Regione. Il video dura circa 8-9 minuti.

Fumetto: La condanna del sangue, di Maurizio de Giovanni

1518686159185-le_stagioni_del_commissario_ricciardi__la_condanna_del_sangue____copertina_del_volume__in_libreria__fumetteria_e_sul_nostro_shop_dall_8_marzo_2018Nuova puntata per le storie del commissario Ricciardi a fumetti, tratte dai romanzi di Maurizio de Giovanni. Della prima ho parlato qui.

Questa seconda storia è più complessa della prima. Ho trovato la parte iniziale confusa: molti personaggi a cui vengono dedicate poche tavole. Ho la sensazione che qualcosa andava tagliato. Meglio la seconda parte, dove ci si concentra, finalmente, sulla storia principale.

#20af: tre metri

Vent’anni fa, proprio il 23 aprile (era un giovedì), vidi il cannone più lungo che potessi immaginare. Tre metri, a occhio e a memoria. Lo reggevano in sei. Quanta felicità!

Ci trovavamo alla festa dei geologi. In quel periodo, forse anche oggi, a Zurigo le feste erano o etniche o di facoltà.

Le feste etniche più note erano: ticinese (astaz), lussemburghese (Lux-en-boum), francese o svizzero francese, mai capito (Gallia). E poi c’era la leggendaria festa svedese, la Nordinska. Ho conosciuto un sacco di gente che afferma di esserci stata e di aver visto ragazze incredibili.

Delle feste di facoltà, oltre a quella dei geologi a cui andai una sola volta, ho frequentato spesso quella dei veterinari e credo quella dei dentisti. Quelle di informatica, a cui ero regolarmente invitato, non erano feste, erano delle specie di riunioni tristissime.

Dieci giorni prima, il 13 aprile, era il lunedì dopo Pasqua. Finesettimana trascorso in Ticino, con visita il sabato sera a un locale di Ascona, l’unica volta che sono stato al Memphis. In pochi minuti ci provai con una ragazza e poi con sua madre, se ho capito giusto. Nonostante il doppio fallimento è una storia che merita di essere raccontata.

Lunedì, dicevo, grande rientro verso nord. Si prende il San Bernardino per evitare la coda del Gottardo. Traffico comunque, e un deficiente supera tutti sulle rampe e si infila tra me e l’auto davanti in piena frenata. Devo ringraziare i corsi del TCS e l’ABS della Corsa, che ho insistito per avere, se non ci ha schiacciati come un sandwich.

Dalla cantina è riemerso un fascio di carte che puzzano di muffa: sono le mie agende. Ripercorro i miei impegni di vent’anni fa, così nasce #20af

Niente paura… sono solo mostri!

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Fonte: Ketturkat.com

In occasione del Festival della Fiaba di Cagiallo, abbiamo assistito allo spettacolo Niente paura… sono solo mostri! della compagnia austriaca di Peter Ketturkat (il link porta alla World Encyclopedia of Puppetry Arts, internet è un luogo meraviglioso).

È uno spettacolo senza parole che dura una mezz’ora. I mostri sono costruiti con oggetti di uso comune in cucina e vengono mossi come burattini. Alla fine dello spettacolo, gli artisti mostrano il funzionamento dei mostri ai bimbi, in un’utile pratica anti-brutti-sogni.

Non c’è una storia ma diverse brevi scenette, molto semplici da capire. Con pochi suoni e movimenti, i mostri prendono vita e lo spettatore ne percepisce i sentimenti.

Naturalmente la parte più bella dello spettacolo è costituita dai bambini che fanno il tifo per questo o quell’altro mostro.

Ne è disponibile una rappresentazione su Youtube, con il titolo di Keine Angst vor grossen Tieren.

Il lavoro che verrà

Sul Corriere del Ticino di sabato 7 aprile Ivano D’Andrea, CEO del Gruppo Multi, riflette sulla preparazione da dare ai giovani in vista del lavoro che verrà. Lavoro che sarà fortemente influenzato dalle tecnologie digitali.

Tra le altre cose, si dice preoccupato perché i giovani che incontra sono “spesso a digiu- no di queste tendenze” e quindi ritiene, giustamente, che la scuola dovrebbe fare qualcosa. “Per intenderci” precisa “non si tratta semplicemente di mettere PC e iPad nelle nostre scuole, ma di far capire ai giovani il mondo della tecnologia che ci circonda”.

Nel nostro piccolo, cerchiamo di farlo. Forse senza arrivare a studiare l’intelligenza artificiale, la robotica e l’analisi dei dati, ma avvicinando le tecnologie ai ragazzi e, soprattutto, facendoli riflettere sul modo in cui usano queste tecnologie.

Suggerisce inoltre di avvicinare le aziende più innovative con la scuola. Anche questa è una cosa che si cerca di fare, ma con una certa cautela. Una cosa è la scuola, un’altra la formazione aziendale.

La scuola evolve con la società. La sua struttura fatica a cambiare, è vero, ma all’interno delle aule il cambiamento c’è, anche se forse non è molto visibile. E forse è lento, ma è anche vero che la scuola deve offrire ai giovani una spiegazione del mondo che dev’essere prima metabolizzata dalla società (e dagli insegnanti).

Ivano D’Andrea, Preparare i nostri figli al «lavoro che verrà», in Corriere del Ticino, 7 aprile 2018, pag. 4.

#20af: festa dell’UGA a Friborgo

Nella storia è entrato il viaggio di ritorno, il 9 aprile 1998. Sei ore di macchina, da Friborgo a Lugano, passando per il Sempione, Intra, Locarno. Con un epico controllo in dogana. Assordato dalla musica della festa, la sera precedente, non facevo altro che dire “Eh?” al doganiere che mi faceva domande. Accanto a me, l’amico capellone, dietro uno che dormiva con l’impronta di una scarpa stampata sul pullover. Ci ha fatti scendere e perquisiti. Della festa ricordo poco, se non una rissa verso la fine. Pochi giorni prima avevo saputo di non aver superato gli esami (secondo anno, seconda volta; “brutta combinazione” si diceva). Ciò decretava la fine della mia carriera studentesca all’ETH. “Es gibt andere Wege”, mi aveva detto la segretaria annunciandomi i risultati. Ma non avevo ancora le idee in chiaro. In aprile restai a Zurigo frequentando sociologia e informatica economica, a maggio mi trasferii a Lugano per seguire un po’ di scienze della comunicazione, che alla fine scelsi.

Dalla cantina è riemerso un fascio di carte che puzzano di muffa: sono le mie agende. Ripercorro i miei impegni di vent’anni fa, così nasce #20af

Lo scandalo Facebook

Sarò anche ingenuo, ma non vedo un grande scandalo nella questione Facebook, Cambridge Analytica eccetera.

Cosa c’è di nuovo? Che fa soldi vendendo i nostri dati? Davvero? È da dieci anni che lo sappiamo. Se qualcuno avesse ascoltato, forse si sarebbe potuto fare qualcosa prima. Ma la ragione è semplice: rinunciamo a un po’ di privacy per approfittare dei vantaggi che il social network ci dà (così come tante altre tecnologie e servizi che ci tracciano).

Esattamente come rinunciamo a un po’ di libertà per avere sicurezza: qualche controllo ogni tanto per evitare che i criminali facciano ciò che vogliono. O possiamo vederla anche nel modo opposto: rinunciamo alla sicurezza per avere un po’ di libertà, cioè non ci facciamo controllare ogni dieci minuti ma ce ne possiamo andare in giro liberamente.

Di tutto quello che s’è scritto e letto, vorrei riportare tre cose.

Mafe De Baggis, nell’articolo Cambridge Analytica, se la colpa è sempre degli altri pubblicato su wired.it, dice tante cose intelligenti. Due in particolare mi hanno colpito. I dati che Facebook ha di noi sono imprecisi e invecchiano in fretta. E anche se fossero dati buoni, la differenza tra “avere profili costruiti sui dati” e “convincere qualcuno a fare qualcosa” è molto grande. Averli dà un vantaggio competitivo per fare comunicazione, ma non garantisce il successo di una campagna di comunicazione. Secondo Mafe, “questo lo pensa solo chi è convinto che Scienze della Comunicazione sia una barzelletta, cioè quasi tutti quelli che credono che fare comunicazione sia facilissimo, cioè quasi tutti.” Cerchiamo ora di non dare la colpa a Facebook e agli hacker russi per ogni malanno del mondo.

Nel post Sai quanto ci hanno guadagnato, Maurizio Codogno fa notare che Facebook sa ciò che noi gli abbiamo detto su di noi. Se, come fa lui, lo usiamo partendo dal presupposto che tutto ciò che diciamo è pubblico, non ci sono grossi problemi. Se evitiamo di usare Facebook per accedere ad altri servizi, impediamo a Facebook di sapere cosa facciamo altrove. Non più di quanto facciano gli altri.

Ma attenzione, non sto dicendo che bisogna sottovalutare il problema della privacy. Dico solo che non è che sia cambiato molto da quanto già si sapeva.

Le soluzioni? Luca De Biase, nel suo post «Senator…» Facebook è leggermente ingovernabile, ne suggerisce una che riprende da Morozov: l’interoperabilità dei dati. Data l’importanza che queste piattaforme rivestono nella vita sociale e professionale, dovrebbero essere obbligate per legge a consentire l’accesso ai dati in forma open. Questo significherebbe che Facebook non è più padrona dei miei dati, ma lo sono io. Sono io che decido, di quei dati, cosa concedere a Facebook o a qualsiasi altro servizio.

Assomiglia al concetto di open source, dove l’importanza non è tanto nei programmi, quando nel formato dei dati e nei protocolli. Facebook, e tutti gli altri, dovrebbero essere obbligati a consentire l’accesso anche a gente che proviene da altri servizi. Quindi, se io sono su Facebook e un mio amico è su un altro social network, potremmo comunque entrare in contatto e comunicare. Le cose andrebbero meglio perché ci sarebbe una vera concorrenza, che potrebbe giocarsi anche sulla tutela dei dati. Non voglio iscrivermi a Facebook perché non mi piace come tratta i miei dati? Bene, mi iscrivo a un altro servizio ma posso comunque interagire con la gente che sta su Facebook.

Il sito di Marco Faré

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