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Romanzo: La bambina e il nazista, di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli

Attenzione: questo commento contiene spoiler. 

La bambina e il nazista (di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli, Mondadori) è un romanzo difficile da leggere. Non perché sia scritto in modo complicato. Anzi: la scrittura è elegante e pulita, è scorrevole, la tensione che gli autori creano spinge a girare pagina. Ma la storia è dura, il protagonista, in cui ci immedesimiamo perché così funziona nei romanzi, è un nazista che fa cose da nazista. Malvolentieri, ma le fa. È un uomo pieno di contraddizioni. 

E infatti, più che la storia della bambina, mi ha colpito quella di Hans, il nazista. Mi immagino quanti, come lui, si siano trovati nella sua situazione. Dover obbedire e fare cose orribili per evitare una punizione certamente dolorosa. Hans ha avuto il coraggio, se non di ribellarsi, perlomeno di fare qualcosa di buono (con un prezzo alto, però). Io l’avrei avuto, quel coraggio? 

Nemmeno il lieto fine, che non è proprio proprio lieto, riesce a consolare il lettore dopo tutto quel che ha letto, dopo aver assistito a quanto ha visto Hans, a quanto ha fatto Hans. 

Temi difficili, dolorosi, necessari, affrontati con coraggio, delicatezza, durezza, da un punto di vista, quello del nazista, di sicuro molto difficile da gestire. 

Sul piano tecnico, il romanzo è strutturato in 49 capitoli, ognuno dei quali suddiviso in capitoletti. Gran parte del romanzo ha il punto di vista di Hans, tranne alcuni capitoli che riportano quello di altri personaggi. Di Hans viene mostrato tutto: pensieri, azioni, dubbi, rimorsi. È un protagonista completo, che emerge dalle parole con incredibile chiarezza. 

Degli altri personaggi, alcuni sono appena accennati, ma è sufficiente quel poco che viene detto per comprenderli e immaginarseli. I loro tormenti, i loro dubbi, le loro sofferenze. Soprattutto in quelli che metterei grossolanamente nella categoria dei personaggi positivi. Meno incisivi, secondo me, i personaggi negativi.

Un altro discorso va fatto per la bambina. Di tutti i personaggi, mi sembra quello meno esplorato e meno approfondito. Leah è poco attiva, raramente esprime i suoi pensieri o si oppone a quanto gli viene chiesto. Sembra quasi essere un MacGuffin, un ”oggetto di valore” per usare una terminologia un po’ tecnica. Attorno a lei ruota tutta la storia, ma lei sembra non riuscire a emergere. 

Un libro necessario per non dimenticare. 

Franco Forte e Scilla Bonfiglioli, La bambina e il nazista, Mondadori, Milano, 2020

Romanzo: L’inguaribile, di Tommaso Soldini

Di questo romanzo ho molto apprezzato la lingua. L’inventiva dell’autore è molto interessante. Usa espressioni colloquiali in modo raffinato e azzeccato. 

“Questo gli stava accadendo da quando Gemma lo aveva abbandonato, gli si era inceppato il cosa fare. “ (pag. 228)

Oppure tronca le frasi tanto si capisce lo stesso. Ma lo fa bene: “D’altra parte non aveva nessuna voglia di portarla al ristorante, sarebbe bastato incrociare un conoscente e la frittata sarebbe stata.” 

L’uso dei nomi di luogo senza la prima lettera (Ondra, Enezia, Ellinzona,…) aumenta il senso di irrealtà. Stacca dal mondo reale ma al tempo stesso dice non siamo così lontani. 

Il romanzo racconta una storia d’amore e una storia di investigazione, che poi è una storia d’amore pure quella. Il ritmo è rapido nella lingua ma lento negli eventi. Il protagonista ragiona molto, medita, pensa, riflette. Fa anche delle cose, ma non sono quelle che restano in mente. Qualcuna sì: le visite alla casa di piacere restano in mente perché avvengono scene esagerate, tanto che si ha il dubbio se sono reali o immaginate. Altre scene invece sono brutalmente realistiche, come la descrizione del taglio delle unghie dei piedi. 

Ho prestato attenzione alla gestione del punto di vista e, complice la lingua a volte molto asciutta, capita che non è facile seguirne i percorsi. Io credo che l’autore mescoli volutamente i fatti che capitano al protagonista Michele con le sue riflessioni (sue di Michele, sue dell’autore?) e ricostruzioni della vicenda giornalistica che sta ricostruendo, quella di Roby Ratter. Tra la sua storia e quella di Roby, Michele nota dei parallelismi, sottolineati dall’autore in una mescolanza che a volte confonde il lettore, che si trova invischiato in vicende diverse ma su cui i pensieri si somigliano. 

Vicende romanzate ma reali: quella di Roby Ratter è chiaramente ispirata a fatti reali avvenuti alcuni anni fa in Ticino. O in Icino?

Tommaso Soldini, L’inguaribile, Marcos y Marcos, Milano, 2020

Romanzo: Macchine come me, di Ian McEwan

Fantascienza oppure no?

Pare che Ian McEwan abbia dichiarato, con un certo sdegno, che no, il suo Macchine come me non è un romanzo di fantascienza. 

Ma, dico io, non dovrebbe essere il mercato o la comunità culturale a decidere il genere d’appartenenza di un’opera? 

D’altra parte, come decidere? L’unica definizione sensata di fantascienza è quella di Norman Spinrad: “la fantascienza è ciò che scrivono gli scrittori di fantascienza” (S. Sosio, I confini dell’universo, in Robot 63, pag. 4, Delos Books). Io credo che la risposta sia sì e no. Vediamo perché.

Sì, è fantascienza. 

Ha senza dubbio alcuni elementi di fantascienza, e di quella “dura”, quella più tecnica. Per esempio, la questione del problema matematico P e NP, irrisolto in realtà, ma che nel romanzo invece è risolto e serve come base per l’intelligenza artificiale inserita negli androidi. Oppure il 1982 alternativo, con telefonini, internet e altre amenità tecnologiche. E i suoi aspetti storici, che classificano Macchine come me nel genere storia alternativa. E, più in generale, il tema di fondo è fantascientifico: l’impatto che una tecnologia ha sulla società, l’esplorazione delle interazione di una macchina con l’uomo. La domanda esistenziale su che cos’è un uomo non è strettamente fantascientifica, ma qui è declinata nel confronto con un androide. 

No, non è fantascienza. 

Ma forse ha ragione l’autore: non è fantascienza perché questo romanzo non è scritto da un autore di fantascienza. Non è nemmeno scritto per lettori di fantascienza, infatti si rivolge chiaramente a un pubblico non abituato a questi temi. Lo si nota perché è ricco di spiegazioni e informazioni che uno scrittore di fantascienza non avrebbe proposto. Non lo fa male, voglio dire, Ian McEwan è uno che scrive benissimo. Non c’è infodump, ma, per esempio, ma ci sono tanti elementi che sembrano aggiunti cosmeticamente per differenziare la realtà alternativa del romanzo dalla nostra. Alcuni hanno un senso nella trama: la guerra delle Falkland, la sopravvivenza di Turing, ma altri? Uh, guarda, in questa realtà i Beatles esistono ancora. 

Inoltre McEwan ignora, di sicuro volutamente, le tre leggi della robotica. Queste leggi fanno parte della cultura collettiva quando si parla di androidi, non si può non affrontare il problema. Non è detto che lo si debba porre negli stessi termini in cui l’ha posto Asimov, ma perlomeno sfiorare la questione è fondamentale. Tanto più che l’androide prima disubbidisce al suo proprietario (non gli permette di spegnerlo) e poi gli fa del male, mentre gli altri si suicidano allegramente. Con tutto quello di buono e di cattivo che si è scritto sulle macchine intelligenti, non affrontare il problema mi sembra superficiale, per un autore di fantascienza. McEwan non lo affronta. È un problema? Sì, secondo me, e non solo per la questione fantascienza o no: è un problema perché l’atteggiamento di Adam in quell’occasione è, a mio parere, inverosimile (vedi sotto). 

Cosa mi piace

La scrittura. Mi piace molto il modo in cui, nelle prime pagine, McEwan riflette sul rapporto tra il protagonista e la vicina di casa. Questi temi sono decisamente più convincenti delle riflessioni su Adam. Non avevo mai letto nulla di McEwan o di autori così alla moda. In genere preferisco frequentare i bassifondi della letteratura. 

Cosa non mi piace

Tre aspetti importanti e alcuni dettagli. 

Prima di tutto, alcune cose non sono verosimili. Possibile che l’umanità produca 25 androidi e questi vengono messi in vendita a un prezzo irrisorio e lasciati circolare come se nulla fosse, senza affrontare minimamente problemi etici o legali. Che succede se un androide uccide qualcuno, di chi è la colpa? Ne parliamo per le auto autonome, che sono ancora piuttosto distanti da essere reali, ci si aspetta che i giornali, ogni tanto, affrontino il tema. Invece niente, Charlie, pur seguendo la cronaca, non riferisce mai di discussioni in merito. Sembra che l’opinione pubblica non si interessi minimamente alla questione. Da un lato si cerca di far apparire la cosa normale (il metodo di consegna), dall’altro parliamo di 25 esemplari rivoluzionari. È un contrasto che rende poco credibile l’intera situazione. 

E, francamente, ho trovato tutte queste riflessioni poco originali. Ben scritte, inserite in un ottimo romanzo, ma nulla di nuovo per chi legge un po’ di fantascienza. 

Terzo aspetto: la coerenza. Che è fondamentale in una storia di fantascienza. A un certo punto, quando Mark arriva per la prima volta a casa di Charlie, Adam sembra avvisare le autorità tramite un suo dispositivo di comunicazione interno. Più avanti questo pare non possibile. La cosa non è molto chiara, lo ammetto, ma il problema è proprio qui.  

Tra i dettagli che non mi sono piaciuti, le tante divagazioni. Molto spesso Charlie parte con le sue riflessioni su questo o su quello, alcune non hanno peso nella trama. 

Ian McEwan, Macchine come me, Giulio Einaudi editore, 2019

Romanzo: Simbionti, di Claudio Vastano

Ho comprato questo Urania perché conteneva i tre racconti finalisti del Premio Urania Short 2018 e intendevo votare. Ne ho parlato qui

Recentemente ho letto il romanzo proposto, vincitore del Premio Urania 2017. 

Cosa mi è piaciuto?

È stato come tornare ragazzo, quando lessi Jurassic Park. Mi sono trovato immerso in un mondo simile, vuoi per i temi, vuoi per la struttura della storia. Inizialmente infatti si notano gli effetti dei simbionti attraverso alcuni episodi isolati. Poi la vicenda vera e propria ha inizio e si seguono alcuni personaggi alternando i capitoli (a loro volta divisi in sottocapitoli, cosa inusuale). 

Mi è piaciuta la costruzione della storia, appassionante, e la solidita scientifica (perlomeno, a livello di verosimiglianza per quanto ne capisco io). Quest’ultima peraltro non stupisce, visto il profilo dell’autore. 

Cosa non mi è piaciuto? 

La struttura ricca a volte diventa complessa e difficile da seguire. E i personaggi sono tantissimi. Soprattutto all’inizio, ci sono tanti episodi isolati, ognuno dei quali popolato da molti personaggi, di cui spesso non si ha più notizia. Si fa fatica a capire quali sono i personaggi di cui vale la pena memorizzare qualcosa perché saranno tra i protagonisti. Non si distinguono da quelli che invece faranno a breve una brutta fine. È un po’ cinematografico, come approccio, ma nel cinema funziona meglio perché mi basta un’immagine per dipingere una situazione, nello scritto ho bisogno di molte parole. E poi al cinema capisco quali sono i protagonisti perché so quali sono gli attori famosi. 

Nel complesso, un bel romanzo, piacevole da leggere. Temi solo parzialmente originali, legati all’ambientalismo, ma costruito in modo articolato. 

Claudio Vastano, Simbionti, Urania 1660, novembre 2018

Racconti: Strani Mondi, Urania Millemondi 84

L’estate scorsa Urania ha pubblicato una raccolta di racconti italiani. Una fotografia del meglio della fantascienza italiana di questo periodo. Quindici racconti, l’introduzione di Franco Forte e un articolo ricco di spunti sulla fantascienza italiana di Silvio Sosio.

Guerra fredda, Giulia Abbate e Elena di Fazio. Una guerra letteralmente fredda, con un’ambientazione da La Cosa, una protagonista dura, un pericolo devastante. I rapporti tesi fra i personaggi prendono il sopravvento sugli aspetti fantascientifici. La lotta per la sopravvivenza è locale e globale. Mi è dispiaciuto che sia finito.

A sort of homecoming, di Sandro Battisti. Linguaggio da fantasy, tanti concetti e poche spiegazioni. A suo modo geniale, ma devi innamorarti altrimenti rischi di detestarlo.

Come concime, di Franci Conforti. A distanza di qualche settimana, non mi è rimasto molto di questo racconto, forse perché introduce molti concetti con parole di non immediata comprensione. Gli elementi sono tanti e la costruzione di una complessità ammirevole, ma credo che meriterebbe più spazio di introduzione.

Il turismo spaziale come incontro fra culture, di Davide Del Popolo Riolo. Questo racconto appare come un tentativo di fantascienza umoristica mascherato da resoconto, invece nasconde un dramma e un colpo di scena.

Il mio nome è Lemuel, di Nicola Fantini. Un carcerato su un mondo lontano, in un corpo che non è il suo. Spunti interessanti.

Geografia umana, di Clelia Farris. Come per il racconto di Franci Conforti, questo, anche se meno criptico, meriterebbe uno sviluppo più ampio perché i temi affrontati sono tanti e interessanti.

L’Inferno dentro, di Lorenzo Fontana e Andrea Tortoreto. Il pensiero corre a Judge Dredd, a poliziotti con troppo potere. Ma il potere è del protagonista poliziotto o dell’arma che porta?

Ipersfera – Solo per maggiorenni e fino alla morte, di Lukha B. Kremo. Prove tecniche di morte, interrotte da una storia d’amore. Stile all’avanguardia.

Fatum, di Maico Morellini. Un grande mistero avvolge la Terra per i sopravvissuti che vivono su una colonia. Con le sue descrizioni visive, è il racconto di cui ho più immagini.

L’automa dell’imperatore, di Piero Schiavo Campo. L’uomo, in questo caso antico, alle prese con la costruzione di macchine troppo potenti da gestire.

Picadura – Una storia di Mondo9, di Dario Tonani. Frammenti della storia di Naila, seminati qui e là, ci raccontano ogni volta qualcosa di lei e del suo mondo.

Blue Infernalia, di Emanuela Valentini. Stile incalzante e appassionante, ambientazioni da vecchio cyberpunk, personaggi odiosi e affascinanti. E colpi di scena.

Zona di contenimento, di Claudio Vastano. La atmosfere inquietanti sono da vecchio film di fantascienza. Il mistero decisamente nuovo.

Essere ovale, di Alessandro Vietti. Ognuno trova il suo posto nel mondo, o al di fuori del mondo. Persino l’eccezionale protagonista di questa storia, con un finale cupo e inquietante.

Orbita pericolosa, di Alain Voudì. Qui invece siamo nello spazio orbitale, tra spazzini spaziali che si imbattono in un segreto che coinvolge le corporation che governano il mondo. Tra un flirt e l’altro, decideranno se vale la pena rivelarlo oppure no.

AA. VV. (2019). Strani Mondi. Urania Millemondi 84, Mondadori, Milano

Romanzo: Respiro, di Ted Chiang

Ted Chiang è uno che non pubblica molto, ma quasi tutto ciò che riesce a pubblicare vince qualcosa.

Questo volume è una raccolta di racconti, in gran parte già pubblicati in Italia. La grande forza di Chiang è quella di fare della fantascienza vera. Riesce a dipingere dei mondi o totalmente diversi dal nostro oppure simili al nostro a eccezione di un particolare, piccolo ma significativo.

In entrambi i casi, Chiang riesce a essere estremamente coerente. Con questa tecnica, ci porta a riflettere sulla nostra realtà e su questioni fondamentali, che riguardano spesso l’etica delle nostre scelte.

Questo volume prova anche la versatilità di Chiang come scrittore: lo stile varia tra i diversi racconti, a volte in modo importante.

Ted Chiang (2019). Respiro, Frassinelli, Milano

Romanzo: Embassytown, di China Miéville

(attenti agli spoiler)

Embassytown è un libro difficile. E geniale. Per la fantascienza, è qualcosa di veramente originale. La scienza, su cui si fantastica, è la linguistica, con il suo bel corollario di semiotica.

Si parla di comunicazione tra umani e alieni. Gli alieni, gli Ariekei, sembrano usciti da un b-movie degli anni Cinquanta: zampe da insetti, molteplici occhi montati su strutture coralline, ali, tentacoli, e due bocche. Due bocche perché la loro lingua funziona solo come somma di due voci. Ma non è l’unica particolarità: gli Ariekei non comprendono nulla se non viene espresso da due voci. Per cui, per comunicare con loro, agli umani servono gli Ambasciatori. Ogni Ambasciatore è composto da due umani in grado di esprimersi simultaneamente nella Lingua. E non è finita: i segni della Lingua non sono composti da significante e significato, non è possibile scindere le due cose, quindi gli Ariekei non possono mentire. Per riferirsi a qualcosa, hanno bisogno di aver fatto esperienze di quel qualcosa, quindi hanno delle similitudini umane. Per esprimere un sentimento, per esempio, hanno bisogno di qualcuno che abbia provato quel sentimento. Per dire “Mi sono sentito nel tal modo”, devono dire “Mi sono sentito come quel tizio in quella situazione”. Da qui le similitudini umane: “Mi sono sentito come la ragazza che fu ferita nella notte e che mangiò ciò che le fu offerto.”

Avice, la protagonista, è la similitudine, è “la ragazza che fu ferita nella notte e che mangiò ciò che le fu offerto.” Per esserlo, ha davvero vissuto quell’esperienza.

Ma questa visione pazzescamente originale è raccontata con uno stile davvero faticoso. Ci ho messo due mesi a terminare le 440 pagine del romanzo. Lo “show don’t tell” è praticamente inesistente per tutto il libro. Tutto viene raccontato, poco mostrato. La prima parte è affrontata su due piani temporali, dove la protagonista racconta le sue origini e il suo presente. Per un centinaio di pagine non si capisce quasi nulla, le informazioni vengono date poco a poco, come se fosse la seconda puntata di qualcosa. Mentre leggevo avevo la sensazione di essere entrato a metà film.

Nella seconda parte succedono più cose, la trama si fa avvincente anche se lo stile cambia di poco. Ma a quel punto il piano temporale è uno solo e a tante cose si è abituati.

Ci sono tanti riferimenti che mi sembrano inutili, visto che il nucleo del romanzo è la Lingua ed è già abbastanza geniale di per sé. La questione dei turnogenitori, per esempio, o questo insistere sul modo di viaggiare tra pianeti.

Era la prima opera di Miéville che leggevo, ma so che è considerato uno dei più innovativi scrittori di fantascienza dei nostri giorni. E in effetti. Mi stupisce però questo stile così pesante. Sicuramente non è l’ultimo arrivato, quindi sarà una sua scelta, che rende il romanzo decisamente non adatto a tutti.

China Miéville (2016), Embassytown, Fanucci, Roma.

Romanzo: Naila di Mondo9, di Dario Tonani

La forza di questo romanzo è l’ambientazione, tanto che compare nel titolo. Mondo9 è originale e affascinante. Fatto di sabbia, dominato dal metallo, popolato da creature esotiche e da uomini. Come questi ci siano giunti è un mistero, ma ci sono, si sono adattati, pur restandone alieni: il vero dominatore è il metallo e quelle strane creature che sono le navi. Anche la loro origine è un mistero. Quanto c’è di artificiale e quanto c’è di vivo in una nave?

Sabbia, ruggine e metallo sono gli elementi dominanti. Le città e le persone sono elementi estranei, su Mondo9.

Su questo sfondo così forte la storia di Naila appare quasi sfocata. È difficile rubare la scena a Mondo9. A questo contribuisce la scrittura di Tonani, che si concentra spesso sul pianeta e sulle sue creature ma è meno nitida nel raccontare le vicende di Naila e degli altri protagonisti e capita di esserne confusi.

Naila di Mondo9 è un romanzo che ti piacerà, se ti piace la fantascienza. Non lo consiglierei per avvicinarsi al genere.

Mondo9 è protagonista di altri romanzi e racconti di Dario Tonani e di un volume scritto dai suoi fan: Tutti i mondi di Mondo9, uscito nel 2014, che contiene 82 racconti brevissimi ambientati su Mondo9, tra cui il mio Gommerìa, presente anche nella selezione di 20 racconti pubblicata su Robot 68 nel 2013. E chiedo scusa a Dario se lo cito ogni volta che si parla di Mondo9 ma ne sono ancora oggi superorgoglioso.

Dario Tonani, Naila di Mondo9, Mondadori, Milano, 2018

Romanzo, La chiave nel latte, di Alexandre Hmine

Ho deciso di leggere questo libro per due ragioni. La prima è che volevo scoprire un Premio Svizzero per la letteratura. Volevo capire se l’alta letteratura contemporanea potesse piacere anche a me (spoiler: sì, mi è piaciuto). La seconda ragione è che l’autore ha frequentato il mio stesso liceo, più o meno negli stessi anni in cui l’ho frequentato io. Lo conosco di vista, abbiamo (avuto) degli amici in comune, forse ci è anche capitato di salutari o parlare. Di lui, ricordo la delicatezza dei movimenti e lo sguardo curioso e discreto. 

Io sto zitto, guardo e ascolto. Mi vedo nel vetro della finestra. Chi sono? Dove vado? (Pag. 167)

Il suo non è un romanzo: è un diario in cui racconta dei momenti della sua vita. Ricordi spezzati, legati tra loro solo dai luoghi e dalle persone che lo circondano. Brani che vanno da un paio di righe a mezza pagina. Ognuno di questi brani è un piccolo capolavoro, curato nella lingua e nel lessico. Per chi è della nostra generazione, nati attorno alla metà degli anni Settanta, ci sono molti riferimenti a oggetti dell’epoca, tipicamente svizzero-italiani, così come ci sono molti modi di dire svizzero-italiani, con interessanti e spesso divertenti incursioni nel dialetto. Sempre dense di significato.

Il tema di fondo è quello della ricerca di una propria identità. Ricerca che riguarda tutti, ma che nel caso di Hmine è resa più difficile dalla sua origine marocchina. Nato a Lugano da madre marocchina, cresciuto a Vezio da una donna svizzera, Hmine vive con sentimenti contrastanti il rapporto con il suo paese d’origine, con la sua cultura e con la sua religione. 

Confronto che nel mio piccolo – piccolissimo – ho vissuto anch’io nei confronti dell’Italia, mia patria. Certo, la differenza culturale tra Canton Ticino e Lombardia non è profonda quanto quella con il Marocco, ma c’è e a volte mi sembra più difficile vivere le differenze quando queste sono piccole. 

Il libro è anche un interessante documento sul Ticino, scritto da uno che in Ticino è nato e cresciuto, ma che ha uno sguardo arricchito dal confronto con qualcosa di non ticinese. 

Alexandre Hmine, La chiave nel latte, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2018

Romanzo: Gli squali, di Giacomo Mazzariol

Ho sentito parlare – bene – di Giacomo Mazzariol da Fabio Geda, durante un corso organizzato dalla Scuola Holden. Geda ha guidato Giacomo nella stesura del suo primo romanzo, Mio fratelli rincorre i dinosauri (lo racconta brevemente qui). 

Quando è uscito Gli squali, secondo romanzo di Mazzariol, sono stato attratto dal tema: i giovani d’oggi e le tecnologie. Più o meno il mio pane quotidiano. 

Quello che ho appena concluso è un tentativo di ritrarre i giovani d’oggi, quelli che hanno diciannove o vent’anni, attraverso il racconto di alcuni di loro. Giovani di provincia, come quella in cui vivo, che si trovano di fronte le sfide del mondo. Il gruppo di amici, di cui Mazzariol racconta, sta per affrontare la maturità e tutto ciò che ne consegue: l’università, il lavoro, l’ingresso nella vita da adulti. In più, il protagonista Max, si trova coinvolto in una vicenda più grande di lui che ridefinirà i rapporti con gli amici e con i genitori. Vicenda un poco forzata ma interessante, e forse un pochino autobiografica. 

Cosa capisco, dei giovani d’oggi, dal racconto di un giovane d’oggi?

I giovani d’oggi sono spaventati perché pensano di essere gli unici e i primi ad affrontare certe sfide. In realtà, succede ogni volta che qualcuno compie diciott’anni, credo, e ogni generazione degli ultimi decenni ha trovato le sue sfide e le sue paure. Quella della mia generazione erano, come leggevo altrove, la bomba atomica, i drogati e l’aids. E poi, con la caduta del muro di Berlino, il nulla. È però vero che sono i primi a trovarsi di fronte un mondo che è anche digitale. Io, per dire, il mondo digitale l’ho incontrato a vent’anni, era il 1994. Siamo l’ultima generazione, diceva qualcuno, che ricorderà un mondo senza internet. I giovani d’oggi, invece, non ricordano un mondo senza internet, vedono un mondo ancorato alla rete, sanno di essere i primi a trovarsi in questa situazione, e sono preoccupati. 

Mazzariol, peraltro, dimostra di conoscere bene il mondo attuale, nelle sue declinazioni offline e online. È molto bravo nel descrivere il mondo delle App, sia dal punto di vista tecnico che da quello dei processi di lavoro. 

In sostanza, il romanzo mi è piaciuto abbastanza. L’autore ha un bel modo di scrivere, uno stile giovanile ma non forzato. È molto abile e rapido nel tratteggiare personaggi e situazioni, che si capiscono al volo dopo poche frasi. La storia è ben costruita, anche se non particolarmente articolata. Non ci sono elementi difficili, non è un giallo o un thriller, né fantascienza o fantasy, ma fila bene, ogni elemento ha il suo posto e ogni situazione è giustificata. 

A volte sfiora lo stereotipo, ma non ci cade quasi mai. Riesce spesso a dare qualche tocco di originalità a ogni personaggio e a ogni situazione. 

Ciò detto, non mi ha colpito al cuore. È una lettura piacevole che non mi ha lasciato tantissimo (a parte una cosa). Forse è un romanzo adatto più ai giovani, per capire che non sono soli davanti a certe sfide, per metterli in guardia di fronte a certi personaggi. Per aiutarli a capire che, squali o no, non devono fermarsi, ma non devono nemmeno correre. 

La cosa che di certo mi rimane, e che penso userò a lezione perché posso riferirla a un giovane, è la questione di cosa si vede in una presentazione. Un personaggio spiega a Max che si fa colpo sul pubblico, in una presentazione, grazie al corpo per il 50% (con corpo intende tutto ciò che vede: aspetto fisico, abbigliamento, pettinatura, sguardi, gesti, eccetera), alla voce (30%), ai contenuti che si portano (10%). Per il restante 10%, ciò che conta è la tua storia, chi credono di trovarsi davanti. 

Statistiche di questo tipo ne esistono, ci credo fino a un certo punto, non so che fonte scientifica abbia questa, è discutibile, ma forse è tragicamente vera, ed è bene rendersene conto. 

Giacomo Mazzariol, Gli squali, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2018