Il CdT divide la tragedia in puntate

Il Corriere del Ticino, uno dei più autorevoli quotidiani ticinesi che tra l’altro ha una politica molto intelligente sulla diffusione di contenuti tra edizione cartacea e sito web, oggi mi ha lasciato l’amaro in bocca.

Un approfondimento viene dedicato alla tragedia di Davesco, in cui hanno perso la vita due giovani donne, madri di due ragazzini. Nell’articolo si affronta la questione dal punto di vista delle scuole che i due ragazzini frequentano, da quello della direzione e dei compagni. Molto interessante, soprattutto per chi nella scuola ci lavora, ma anche per chi ha figli e desidera sapere quanto la scuola è preparata a questi eventi (piuttosto bene, da quanto emerge dall’articolo).

Ecco, è vero che trasformare una notizia in una storia può essere molto efficace, soprattutto in casi come questo. Ma qui qualcosa non funziona. La “storificazione” è approssimativa ( qual è il punto di vista) e il tono del pezzo è eccessivo, credo. Ma ciò che stona è la conclusione sul web:

Leggete nelle pagine di Primo Piano del 3 dicembre com’è finito l’incontro fra il ragazzo e i suoi compagni di classe, e cosa è successo al funerale della mamma di lui.

Non siamo ai livelli di cattivo gusto di Tio (incidente in autostrada – GUARDA LE FOTO), ma poco ci manca.

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Internet non fa miracoli. Ma va?

È curiosa la vicinanza tra due articoli sul Corriere del Ticino di oggi.

Carlo Silini e Paride Pelli sono vicini non solo sulla carta, ma anche nel modo di usare le arti della retorica e dell’argomentazione per convincere il lettore.

La tecnica è quella di lasciar intendere che l’avversario millanti poteri straordinari, e distruggerlo dimostrando che non li ha.

Nel caso dell’articolo di Silini, l’avversario sono le app dei telefonini. L’autore paragona l’app store a una farmacia, dove le app sono come le pastiglie. Per ogni malanno, c’è la pastiglia che pone rimedio. Per ogni bisogno (sapere le previsioni del tempo, lo stato del traffico, esercitare il cervello,…) esiste una app che lo soddisfa. Ma, conclude Silini, le “app semplificano certamente la vita, ma la vita è quella che sta fuori dai telefonini ed è lì che trovi la cura per viverla davvero”. In questa visione, il telefonino si offre come una cura per vivere la vita senza il quale non puoi vivere. Ovviamente non è così (uso poco la parola “ovviamente” ma qui serve). Ovviamente il telefonino non è un sostituto della vita. Qualcuno lo vede in questo modo? Possibile, certamente, ma non potrà che esserne deluso. E, comunque, un po’ è vero: parafrasando Aurora (lapupachasonno, citata da Granieri), io amo il mio telefonino perché i miei amici ci vivono dentro. Peraltro Silini propone degli spunti interessanti sui nativi digitali, sul gap tecnologico tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, sulla quasi-truffa degli acquisti in app.

Per Pelli l’avversario è il mondo della comunicazione (ma ammetto che la mia interpretazione è piuttosto creativa). L’avventura di Alan Eustace, vicepresidente di Google che ha battuto recentemente il record di Baumgartner saltando da 41 km, è messa in discussione perché non è stata mediatizzata. Come se il mondo dei media si attribuisca il potere di definire la realtà: ciò che io mondo dei media racconto esiste, ciò che non racconto non esiste. Ovviamente non è così. Sappiamo bene, razionalmente, che al mondo succedono un sacco di cose che i media non raccontano, cose divertenti, cose interessanti, cose terribili, cose banali. È pur vero, e Pelli sembra sostenere questa tesi, che forse inconsciamente per molti di noi è proprio così. Se non lo vedo in televisione, se non lo raccontano i giornali, non è importante, non mi interessa, non è mai successo.

Capire gli allievi

Quale miglior modo, per capire gli allievi, se non vivere un giorno da allievo?

Il Washington Post ha pubblicato la storia di un’insegnante che ha passato un paio di giorni a vivere la vita dei suoi studenti, con l’orario, i compiti, i lavori scritti eccetera.

Ha scoperto che:

  • gli allievi stanno seduti tutto il giorno, e questo è molto stancante;
  • gli allievi ascoltano per il 90% del tempo che trascorrono a lezione;
  • tutti ti trattano come un fastidio (ti dicono di fare silenzio e di stare attento per tutto il tempo o quasi).

Non si tratta di rivelazioni sconvolgenti (potrei aggiungerne un paio senza doverci nemmeno pensare troppo), ma mi è piaciuto il metodo per arrivarci. Quindi, per essere un insegnante migliore, è bene andare a vedere le lezioni dei colleghi, come mi hanno consigliato, perché nel confronto con altri c’è sempre da imparare. Ma sarebbe bello anche vivere l’esperienza della scuola dal punto di vista dell’allievo.

Gli ultimi senza internet

Leggo e rileggo questo tweet di Barbara Sgarzi e non posso fare a meno di sentire un certo peso sulle spalle:

Noi siamo gli ultimi che ricorderemo quando non c’era internet, è nostra la responsabilità di traghettare i valori dice @alaskaHQ #Luminol

Amici e amici

Come cambia l’amicizia nell’era di Facebook? Acquista memoria.

Lo spunto nasce dall’articolo The Limits of Friendship (Maria Konninova, 7 ottobre 2014, The New Yorker). È una piccola riflessione, quasi un appunto personale. Si parla del numero di Dunbar e delle sue implicazioni. La storia è interessante e merita di essere letta per intero (nell’articolo sul The New Yorker ci sono molti link), ma la riassumo in poche parole: Robin Dunbar è un antropologo inglese che ha messo in relazione la dimensione del cervello dei mammiferi con la dimensione del loro gruppo sociale di riferimento. Più il cervello è grande, più aumentano gli individui nel gruppo sociale. Viceversa, se il cervello è piccolo, il gruppo sociale è piccolo. L’idea è che serve un cervello grande per poter gestire molte relazioni.

Applicando la teoria all’uomo, Dunbar ha preso le dimensioni del cervello umano e ha ricavato il numero di relazioni sociali che un uomo o una donna sono in grado di avere.

In realtà, si parla di diversi numeri:

  • 150: conoscenti, persone a cui si riesce ad associare un nome e una faccia;
  • 50: amici, gente che si vede a una cena con altre persone;
  • 15: amici intimi;
  • 5: gruppo ristretto di supporto, amici amici e famiglia.

I componenti di questi gruppi non sono fissi: qualcuno passa da un gruppo a un altro, qualcuno esce e non rientra, qualcun altro potrebbe entrare. Le dimensioni dei gruppi, all’incirca, restano costanti.

E Facebook? Facebook è uno strumento che consente di gestire la nostra rete sociale, social network. Si possono individuare molte caratteristiche nella gestione della rete sociale attraverso uno strumento informatico come Facebook, ma quella che deriva dal numero di Dunbar è la memoria. Con Facebook e strumenti simili, nessuno esce mai dalla nostra rete sociale. Facebook ci permette di conservare la memoria di persone che abbiamo incrociato nella nostra vita anche per breve tempo per una relazione estremamente superficiale.

Romanzo: A. Fazioli, Il giudice e la rondine

È un giallo? Secondo la copertina sì, secondo l’autore no (il sottotitolo è “Una storia noir”). Di giallo ha il cadavere, l’indagine di polizia, l’investigatore privato, il colpevole. Di noir troviamo il sangue, poco a dire il vero. La storia approfondisce, più che gli indizi e le deduzioni, lo squallore del crimine e della violenza da parte di qualcuno che ci si trova invischiato in una faccenda di debiti.

Chi non conosce il Ticino può pensare che i fatto raccontati non possano mai capitare in una tranquilla valle svizzera. In realtà, sono molto più verosimili di quanto ci si aspetti. Fazioli si ispira a fatti di cronaca capitati per davvero. Il giudice in disgrazia, diventato suo malgrado amico di un delinquente, ricorda molto una storia vera di una quindicina di anni fa. Ma la cronaca è solo uno spunto: il personaggio ha una sua psicologia e una sua evoluzione ben raccontate nel corso del romanzo.

Una lettura piacevole.

Andrea Fazioli, Il giudice e la rondine. Una storia noir, Parma, Guanda, 2014

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Giù le mani dal Web – ovvero: cinque bugie per chi vuole imporre censura al web

Con una (involontaria) citazione delle più recenti proteste popolari ticinesi, Wired dedica un articolo alle cinque bugie più diffuse da parte di chi vuole imporre regole o censure alla libertà di espressione sul web: Giù le mani dal Web – Wired.

Eccole, con una mia selezione nelle risposte proposte:

Bugia 1. La rete è un Far West selvaggio, servono norme che portino la civiltà

(…) No, perché già adesso valgono online le stesse leggi che ci sono per l’offline. Anzi, in alcuni casi prevedono l’aggravante. E, a differenza di quel che accade nel mondo fisico, molti crimini tendono a lasciare più tracce. (…)

Bugia 2. L’anonimato in rete esiste e favorisce l’incitamento all’odio

Ma in rete è semplice essere anonimi? No, non lo è affatto, come conferma qualsiasi esperto del settore. La maggior parte dei blog o dei profili sui social network che appaiono come anonimi sono in realtà facilmente rintracciabili dalle autorità giudiziarie in caso di reato. «Essere veramente anonimi in rete richiede un grado di conoscenza del funzionamento della stessa che va oltre le capacità di una persona media», commenta Andrea Ghirardini, tra i massimi esperti di informatica forense in Italia. (…)

Bugia 3. Il cyberbullismo è un’emergenza per i nostri giovani

(…) Il professore Dan Olweus dell’università di Bergen, esperto mondiale del tema, ha analizzato oltre 450mila studenti americani e norvegesi per cinque anni. Le sue conclusioni sono che l’allarme sul cyberbullismo è esagerato dai media; che si tratta di un fenomeno assolutamente minoritario rispetto al bullismo nella vita reale; e che non sarebbe neppure aumentato negli anni analizzati.

Bugia 4. Facebook e Twitter sono i responsabili dell’odio in rete

(…) Per il Web Index Report 2013 le leggi sulla “responsabilità degli intermediari” ricadono nella categoria di «restrizioni della libertà di opinione ed espressione». Non a caso un altro importante rapporto sulla rete, il Freedom on the Net 2013, include tra i fattori che hanno contribuito a far crescere la censura a livello globale proprio la crescente responsabilizzazione degli intermediari. Che, per eccesso di prudenza, finiscono col rimuovere qualsiasi contenuto considerato a rischio: in 22 dei 60 paesi esaminati, la responsabilizzazione è stata “sproporzionata” nell’ultimo anno. (…)

Bugia 5. La rete è un ambiente diverso dal mondo fisico, è intrinsecamente libera e democratica

Ma il web non è altro dalla realtà: “La nozione comune che il digitale non sia “reale” ma “virtuale”, un “cyber” spazio a sé», ci dice il sociologo e teorico dei nuovi media Nathan Jurgenson, «ha influenzato il modo in cui le persone rispondono alle molestie online. Le percepiscono non come vere molestie, ma come qualcosa di meno serio e dannoso”.  (…) Ciò di cui c’è bisogno, concordano gli interpellati, è una “educazione digitale” che consenta di comprendere le reali dinamiche sociali ma anche di potere e influenza sul web. (…)

Se vuoi approfondire: Giù le mani dal Web – Wired

Romanzo: Nestvold, Il linguaggio segreto

Romanzo breve interessante, questo Il linguaggio segreto – aNobii. Racconta del team che incontra civiltà extraterrestri. Niente militari e scene d’azione, ma scienziati – tra gli altri la linguista, protagonista della storia – incaricati di comprendere la cultura del posto senza interferire troppo.

Spunti piuttosto tecnici sulla linguistica, ma anche sul modo in cui la lingua mostra e influenza la struttura della società.

Più riguardo a Il linguaggio segreto

La gestione della reputazione è più complicata di quanto ci si aspetta

In un articolo de Il Sole 24 Ore il successo e la caduta di McDonald’s in Giappone.

Una storia che passa attraverso la capacità di comprendere la cultura locale e di gestire una crisi di reputazione.

Ecco un estratto dell’articolo:

A fine luglio è emerso che un fornitore cinese della società (Husi Food Group) aveva inviato alimenti scaduti e gestito in modo improprio la carne di pollo utilizzata per i Chicken McNuggets e altri prodotti. In un Paese come il Giappone, molto sensibile al problema della qualità e della sicurezza dei cibi, per McDonald’s le conseguenze sono state pesanti, anche se la società ha fatto subito sapere di aver troncato i rapporti con i fornitori cinesi di carne di pollo e di essersi rivolta a fornitori alternativi in Thailandia. Ma la reazione della responsabile di McDonald’s Japan, la canadese Sarah Casanova, è apparsa a molti disastrosa: non si è scusata pubblicamente subito, ma nella conferenza stampa di bilancio ha sottolineato, rispondendo a una domanda, che la sua società è stata vittima della vicenda. Un passo falso culturale enorme: la cultura aziendale (e anche quella generale) nipponica prevede l’assunzione pubblica di responsabilità senza cercare di scaricare su altri le colpe.

L’articolo è disponibile sul sito de Il Sole 24 Ore: McDonald’s Japan: dal successo strepitoso alla crisi. Tutto per non aver saputo chiedere scusa – Food24.

Foto truccate e trucchi nelle foto

Come essere belli nelle foto? Il Disinformatico segnala un paio di tecniche.

Nel primo post (Come fanno gli altri a sembrare così belli nelle foto?) cita alcuni trucchi per migliorare il proprio aspetto durante lo scatto. In particolare, le ragazze dovrebbero tirare in dentro la pancia, usare abiti neri e della taglia giusta, scegliere bene la posa, sistemare le luci, non stare troppo vicino all’obiettivo (distorce) e sorridere.

Nel secondo (Che sorpresa: le foto “spontanee” su Instagram delle celebrità non sono affatto spontanee) dimostra che alcune foto spontanee di celebrità non sono affatto spontanee, ma ampiamente ritoccate.

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