Amici e amici

Come cambia l’amicizia nell’era di Facebook? Acquista memoria.

Lo spunto nasce dall’articolo The Limits of Friendship (Maria Konninova, 7 ottobre 2014, The New Yorker). È una piccola riflessione, quasi un appunto personale. Si parla del numero di Dunbar e delle sue implicazioni. La storia è interessante e merita di essere letta per intero (nell’articolo sul The New Yorker ci sono molti link), ma la riassumo in poche parole: Robin Dunbar è un antropologo inglese che ha messo in relazione la dimensione del cervello dei mammiferi con la dimensione del loro gruppo sociale di riferimento. Più il cervello è grande, più aumentano gli individui nel gruppo sociale. Viceversa, se il cervello è piccolo, il gruppo sociale è piccolo. L’idea è che serve un cervello grande per poter gestire molte relazioni.

Applicando la teoria all’uomo, Dunbar ha preso le dimensioni del cervello umano e ha ricavato il numero di relazioni sociali che un uomo o una donna sono in grado di avere.

In realtà, si parla di diversi numeri:

  • 150: conoscenti, persone a cui si riesce ad associare un nome e una faccia;
  • 50: amici, gente che si vede a una cena con altre persone;
  • 15: amici intimi;
  • 5: gruppo ristretto di supporto, amici amici e famiglia.

I componenti di questi gruppi non sono fissi: qualcuno passa da un gruppo a un altro, qualcuno esce e non rientra, qualcun altro potrebbe entrare. Le dimensioni dei gruppi, all’incirca, restano costanti.

E Facebook? Facebook è uno strumento che consente di gestire la nostra rete sociale, social network. Si possono individuare molte caratteristiche nella gestione della rete sociale attraverso uno strumento informatico come Facebook, ma quella che deriva dal numero di Dunbar è la memoria. Con Facebook e strumenti simili, nessuno esce mai dalla nostra rete sociale. Facebook ci permette di conservare la memoria di persone che abbiamo incrociato nella nostra vita anche per breve tempo per una relazione estremamente superficiale.

Romanzo: A. Fazioli, Il giudice e la rondine

È un giallo? Secondo la copertina sì, secondo l’autore no (il sottotitolo è “Una storia noir”). Di giallo ha il cadavere, l’indagine di polizia, l’investigatore privato, il colpevole. Di noir troviamo il sangue, poco a dire il vero. La storia approfondisce, più che gli indizi e le deduzioni, lo squallore del crimine e della violenza da parte di qualcuno che ci si trova invischiato in una faccenda di debiti.

Chi non conosce il Ticino può pensare che i fatto raccontati non possano mai capitare in una tranquilla valle svizzera. In realtà, sono molto più verosimili di quanto ci si aspetti. Fazioli si ispira a fatti di cronaca capitati per davvero. Il giudice in disgrazia, diventato suo malgrado amico di un delinquente, ricorda molto una storia vera di una quindicina di anni fa. Ma la cronaca è solo uno spunto: il personaggio ha una sua psicologia e una sua evoluzione ben raccontate nel corso del romanzo.

Una lettura piacevole.

Andrea Fazioli, Il giudice e la rondine. Una storia noir, Parma, Guanda, 2014

fazioli_giudice

Giù le mani dal Web – ovvero: cinque bugie per chi vuole imporre censura al web

Con una (involontaria) citazione delle più recenti proteste popolari ticinesi, Wired dedica un articolo alle cinque bugie più diffuse da parte di chi vuole imporre regole o censure alla libertà di espressione sul web: Giù le mani dal Web – Wired.

Eccole, con una mia selezione nelle risposte proposte:

Bugia 1. La rete è un Far West selvaggio, servono norme che portino la civiltà

(…) No, perché già adesso valgono online le stesse leggi che ci sono per l’offline. Anzi, in alcuni casi prevedono l’aggravante. E, a differenza di quel che accade nel mondo fisico, molti crimini tendono a lasciare più tracce. (…)

Bugia 2. L’anonimato in rete esiste e favorisce l’incitamento all’odio

Ma in rete è semplice essere anonimi? No, non lo è affatto, come conferma qualsiasi esperto del settore. La maggior parte dei blog o dei profili sui social network che appaiono come anonimi sono in realtà facilmente rintracciabili dalle autorità giudiziarie in caso di reato. «Essere veramente anonimi in rete richiede un grado di conoscenza del funzionamento della stessa che va oltre le capacità di una persona media», commenta Andrea Ghirardini, tra i massimi esperti di informatica forense in Italia. (…)

Bugia 3. Il cyberbullismo è un’emergenza per i nostri giovani

(…) Il professore Dan Olweus dell’università di Bergen, esperto mondiale del tema, ha analizzato oltre 450mila studenti americani e norvegesi per cinque anni. Le sue conclusioni sono che l’allarme sul cyberbullismo è esagerato dai media; che si tratta di un fenomeno assolutamente minoritario rispetto al bullismo nella vita reale; e che non sarebbe neppure aumentato negli anni analizzati.

Bugia 4. Facebook e Twitter sono i responsabili dell’odio in rete

(…) Per il Web Index Report 2013 le leggi sulla “responsabilità degli intermediari” ricadono nella categoria di «restrizioni della libertà di opinione ed espressione». Non a caso un altro importante rapporto sulla rete, il Freedom on the Net 2013, include tra i fattori che hanno contribuito a far crescere la censura a livello globale proprio la crescente responsabilizzazione degli intermediari. Che, per eccesso di prudenza, finiscono col rimuovere qualsiasi contenuto considerato a rischio: in 22 dei 60 paesi esaminati, la responsabilizzazione è stata “sproporzionata” nell’ultimo anno. (…)

Bugia 5. La rete è un ambiente diverso dal mondo fisico, è intrinsecamente libera e democratica

Ma il web non è altro dalla realtà: “La nozione comune che il digitale non sia “reale” ma “virtuale”, un “cyber” spazio a sé», ci dice il sociologo e teorico dei nuovi media Nathan Jurgenson, «ha influenzato il modo in cui le persone rispondono alle molestie online. Le percepiscono non come vere molestie, ma come qualcosa di meno serio e dannoso”.  (…) Ciò di cui c’è bisogno, concordano gli interpellati, è una “educazione digitale” che consenta di comprendere le reali dinamiche sociali ma anche di potere e influenza sul web. (…)

Se vuoi approfondire: Giù le mani dal Web – Wired

Romanzo: Nestvold, Il linguaggio segreto

Romanzo breve interessante, questo Il linguaggio segreto – aNobii. Racconta del team che incontra civiltà extraterrestri. Niente militari e scene d’azione, ma scienziati – tra gli altri la linguista, protagonista della storia – incaricati di comprendere la cultura del posto senza interferire troppo.

Spunti piuttosto tecnici sulla linguistica, ma anche sul modo in cui la lingua mostra e influenza la struttura della società.

Più riguardo a Il linguaggio segreto

La gestione della reputazione è più complicata di quanto ci si aspetta

In un articolo de Il Sole 24 Ore il successo e la caduta di McDonald’s in Giappone.

Una storia che passa attraverso la capacità di comprendere la cultura locale e di gestire una crisi di reputazione.

Ecco un estratto dell’articolo:

A fine luglio è emerso che un fornitore cinese della società (Husi Food Group) aveva inviato alimenti scaduti e gestito in modo improprio la carne di pollo utilizzata per i Chicken McNuggets e altri prodotti. In un Paese come il Giappone, molto sensibile al problema della qualità e della sicurezza dei cibi, per McDonald’s le conseguenze sono state pesanti, anche se la società ha fatto subito sapere di aver troncato i rapporti con i fornitori cinesi di carne di pollo e di essersi rivolta a fornitori alternativi in Thailandia. Ma la reazione della responsabile di McDonald’s Japan, la canadese Sarah Casanova, è apparsa a molti disastrosa: non si è scusata pubblicamente subito, ma nella conferenza stampa di bilancio ha sottolineato, rispondendo a una domanda, che la sua società è stata vittima della vicenda. Un passo falso culturale enorme: la cultura aziendale (e anche quella generale) nipponica prevede l’assunzione pubblica di responsabilità senza cercare di scaricare su altri le colpe.

L’articolo è disponibile sul sito de Il Sole 24 Ore: McDonald’s Japan: dal successo strepitoso alla crisi. Tutto per non aver saputo chiedere scusa – Food24.

Foto truccate e trucchi nelle foto

Come essere belli nelle foto? Il Disinformatico segnala un paio di tecniche.

Nel primo post (Come fanno gli altri a sembrare così belli nelle foto?) cita alcuni trucchi per migliorare il proprio aspetto durante lo scatto. In particolare, le ragazze dovrebbero tirare in dentro la pancia, usare abiti neri e della taglia giusta, scegliere bene la posa, sistemare le luci, non stare troppo vicino all’obiettivo (distorce) e sorridere.

Nel secondo (Che sorpresa: le foto “spontanee” su Instagram delle celebrità non sono affatto spontanee) dimostra che alcune foto spontanee di celebrità non sono affatto spontanee, ma ampiamente ritoccate.

Una frase, un inizio

Nuovo sito, nuovo blog. Dimentichiamoci di un imbarazzante passato, vicino e remoto, e concentriamoci sul futuro.

Iniziando con una citazione di Giuseppe Granieri (Il gigante e la farfalla):

Se sai cosa dire, lo sai fare in una frase, in sette secondi di comunicazione. O otto, nove massimo

Sarà che sono un po’ superficiale o che fatico a concentrarmi a lungo, ma trovo che questa sia una grande verità. Nella comunicazione, come nell’insegnamento, può servire tempo per spiegare qualcosa. Ma alla fine, ciò che si ricorda è una frase che condensa il pensiero.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: