Romanzo: Le cose belle che vorrai ricordare, di Mattia Bertoldi

Ho scritto questa recensione per un sito che non la pubblicherà, quindi la pubblico io per intero. Per questo può sembrare un po’ asettica, in questo contesto. Mi è piaciuto, questo libro? Alcuni aspetti sì, altri meno. Quali? Cerco di rispondere qui sotto. 

In questo romanzo troviamo tanti elementi. Personaggi, luoghi, oggetti, animali, eventi. Tutti girano attorno a Zoe, la protagonista e voce narrante. È lei il centro del romanzo, è lei il centro del mondo dipinto da Mattia Bertoldi. Tutto il resto appare secondario, appiattito, sfocato perché tutto è funzionale a Zoe. La personalità e il carattere di questa ragazzina emergono grazie agli altri elementi della storia. Emergono lentamente, gradualmente, con la lettura di cose che Zoe fa, o che le capitano, di gente che Zoe incontra e con cui parla, di oggetti che trova e ritrova, di luoghi che frequenta. Con estrema abilità, Bertoldi ci accompagna nel lungo percorso verso la conoscenza di questa ragazza e nell’esplorazione di una personalità complessa e molto realistica. Né positiva, né negativa. Una persona, più che un personaggio. 

Ognuno degli elementi del romanzo ha un suo posto, una sua precisa collocazione con un senso, a volte chiaro immediatamente, a volte rilveato proseguendo la lettura. La centralità di Zoe è dimostrata anche dalla precisione con cui lei stessa ci racconta ciò che fa. In alcune scene, ogni singolo movimento merita una riga di descrizione, attraverso una narrazione asettica, quasi giornalistica. Altrove invece Bertoldi è in grado di narrare con realismo impressionante i sentimenti, in particolare quelli legati al dolore. Dolore per la perdita, soprattutto: della vista, della mamma, del papà, dell’amore. 

Lo stile di Bertoldi è peculiare e molto personale. A volte colto, a volte popolare, si riconosce, nella lingua e nel lessico, la Svizzera italiana, quella dei (quasi) giovani. 

Non siamo di fronte a una storia né fuori dal normale né particolarmente complessa o ricca di colpi di scena. I pretesti narrativi sono accennati e rientrano nella normalità di una vita qualunque. In sostanza, i trigger della storia sono costituiti da qualcuno che non vuole parlare: Gregory, un amico, non parla né del suo passato né di quello di sua mamma, la mamma di Zoe non parla della sua malattia, il papà di Zoe non parla del tutto. 

Zoe convive fin da piccola con un difetto all’occhio sinistro, da cui non vede e che appare opaco. Lasciato il Ticino per studiare musica all’università in Danimarca, Zoe torna a casa, a Vezia, dopo la morte della madre per occuparsi del padre, che si è chiuso in sé stesso. Cercherà di trovare il modo di comunicare con lui e, contemporaneamente, affronterà ciò che resta del suo passato. 

La citazione: 

«Pensavo di essere l’unica» dico a bassa voce. 
«Mmmh?» 
A scalare quest’albero. Pensavo di essere l’unica in paese a riuscirci.» 
Scuote la testa. «È sempre così» e sbatte un paio di volte le mani sulle cosce, sollevando una nuvoletta di polvere. «Non si è mai unici quanto si crede. Basta guardarsi intorno abbastanza a lungo per rendersene conto.»

Zoe si rivela essere una ragazza con grandi pregi come la sua voglia di riuscire e la sua forza di volontà nell’affrontare il mondo con una menomazione importante ed evidente. Ma al tempo stesso appare come una ragazza immatura, convinta di essere particolare ma in realtà molto più normale di quanto creda, di quanto i suoi genitori le hanno fatto credere. Se suo padre tentava di farla sentire speciale e indossava una benda da pirata come lei, sua madre, rendeva più evidente l’invalidità che tentava di nascondere. L’immaturità di Zoe si riflette nel modo di raccontare ciò che le capita, abilmente riportato da Bertoldi nella voce in prima persona singolare di Zoe. Gli eventi sembrano raccontati da una dodicenne, anche se riguardano una ragazza di vent’anni passati. Luoghi, personaggi, oggetti vengono proposti con la stessa aurea mitologica che un pre-adoloscente percepisce: il salone da parrucchiera pieno di specchi misteriosi, le leggende sulle dita del fabbro Samuele, la terribile sarta che ama la musica italiana. 

Mattia Bertoldi, Le cose belle che vorrai ricordare, tre60, 346 pp., 2017, 16.90 EU

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.