La conoscenza nell’era di internet

David Weinberger, in un commento a The Internet of Us: Knowing More and Understanding Less in the Age of Big Data di Michael P. Lynch, riflette sulla conoscenza nell’era di internet.

È un articolo lungo che affronta temi di filosofia della conoscenza. Trascrivo e riassumo ciò che ho colto e compreso (e che mi ha colpito) maggiormente.

Comincio le citazioni con un’affermazione che dimostra come David Weinberger, a quasi settant’anni, appaia entusiasta come un bambino di fronte alla possibilità di soddisfare ogni curiosità che gli possa venire in mente:

There has never been a better time to be curious, and that’s not only because there are so many facts available — it’s because there are so many people with whom we can interact.

Traduzione mia: Non c’è mai stata un’epoca migliore per essere curiosi, e non solo perché abbiamo a disposizione tante informazioni – è perché possiamo interagire con molte persone.

La fiducia in ciò che un sito propone (o in ciò che propongono i suoi utenti se è un sito partecipativo) dipende dagli strumenti che il sito stesso mette a disposizione.

Each site or service takes steps to establish the rules of engagement so that users can come to appropriate levels of trust about the claims made by the site and by other users.

Un lungo discorso sulla filter bubble, cioè sulla tendenza a esporsi alle opinioni di chi la pensa come noi, si conclude dicendo che la conoscenza e la cultura dipendono da persone che hanno idee simili che riflettono più volte su piccole differenze. Il confronto con persone che hanno idee molto diverse dalle nostre, se ben capisco, è interessante ma capita meno spesso di quanto si pensi.

Knowledge and culture depend on like-minded individuals joining together and iterating over tiny differences. This is how the net works. This is also how traditional knowing works. We did not like to acknowledge that. Now we can’t avoid it.

Il medium è il messaggio, diceva un altro saggio. Weinberger ci torna facendo notare che la struttura della conoscenza, che a noi sembra naturale, in realtà dipende dall’oggetto libro:

  • la conoscenza è ritenuta costante, permanente, fissata, perché l’inchiostro sulla carta è indelebile;
  • dividiamo la conoscenza in discipline perché i libri hanno una dimensione limitata;
  • il nostro modo di esprimere la conoscenza è una lunga catena di ragionamenti perché i libri sono sequenziali e poco adatti alle digressioni facoltative;
  • la conoscenza è qualcosa che spesso subiamo passivamente perché i libri sono inerti (lo diceva già Socrate);
  • la conoscenza è indipendente da chi la crede perché i libri sono oggetti fisici estranei ai loro autori e ai loro lettori.

Da qualche decennio, aggiungo io, si parla di ipertesto, cioè di un formato di testo che non è sequenziale e che si avvicina di più al modo in cui funziona la mente umana.

Knowledge is settled belief because ink settles into paper. Knowledge divides into topics because books can only be so big. Our most revered form of knowledge consists of long chains of reasoning because books are sequential and not suitable for optional digressions. Knowledge is something most of us read passively because books are inert — just as Socrates had opined in the Phaedrus. Knowledge is a type of content independent of believers because books are physical objects that outlast their authors and readers.

La conoscenza sta cambiando. È già cambiata, sostiene Weinberger. La conoscenza è ciò che accade quando colleghiamo differenze e persone.

That’s already happening. Knowledge is becoming what happens when links connect differences and people.

La rete dimostra la debolezza della conoscenza come fissa, finita e statica. Lo fa immergendoci in profondità nell’apprendimento.

The net is demonstrating the weakness of knowledge as finished, settled, and static content. It’s doing so by plunging us deeper into knowing.

La scienza è inserita in profondità nel nostro sistema di strumenti, di potere, economico, di genere, psicologico, in tutte le sfaccettature dell’essere umano.

Science is deeply embedded in systems of instruments, power, economics, gender, psychology — in short, in all the different facets of being human.

La mente lavora con delle estensioni: il fisico non può risolvere un problema senza usare una lavagna, un contabile ha bisogno di una calcolatrice, il filosofo di libri e carta e penna e forse anche di un camino e un bicchiere di sherry. Pensiamo con degli strumenti. La rete è un’estensione della nostra mente, è un nuovo strumento per pensare che include i motori di ricerca, le pagine web, reti complesse di esperti e appassionati.

Lynch is able to treat the net as a simulacrum because he thinks knowing is something we do in our heads. We build up to meaning by starting with sensation. But the net, in his view, is sensation without a real referent. It is a representation of a representation. It is therefore too bad that he dismisses Andy Clark and David Chalmer’s “extended mind” idea by saying, “it might be right but we don’t have to go that far” because the mind is already extended, by which Lynch means that we rely on the testimony of others to justify our beliefs. But the extended mind concept says something more: we think with tools. The physicist cannot think about a problem without using a white board. An accountant needs a calculator. The philosopher needs books and writing materials and perhaps a fire and a glass of sherry. We think with tools. We think out in the world, not in inner representations of the world. And now we have new tools for thought. These tools include not just search engines, but everything from web pages to complex multi-modal networks of experts and amateurs. That is where thinking and knowing is now happening.

La rete è un insieme di individui che mantengono la loro individualità – cioè le loro differenze – mentre sono in relazione gli uni con gli altri.

This leads Lynch to his summary dismissal of networked knowledge: “You can’t take the individual out of the equation.”
No, you can’t, and the most important new form of networked knowledge does not. A network in our new age is a set of individuals who maintain their individuality while in relation to one another — that is, while maintaining their differences. The knowledge exists in their individual expressions and, most importantly, in their links to one another.

La messa in rete della conoscenza è legata al suo contesto sociale, contiene differenze che ora sono collegate. Spesso è spezzettata, ma i pezzetti sono collegati con un mondo più grande di quello di tutte le biblioteche mai esistite. Tutti possono parlare, anche gli stupidi o i malvagi. L’autorevolezza dev’essere guadagnata, non dichiarata. Le regole del ragionamento variano non solo tra discipline diverse, ma anche tra conversazioni diverse. La conoscenza viene rimpiazzata dall’apprendimento, e l’apprendimento ora è gratis per tutti.

The networking of knowledge does not achieve the aims traditional knowing has set for itself. It is settled only within a community of believers — and not all communities of believers are right. It is inextricable from its social context. It inevitably contains differences, but those differences are now linked. It is as discursive as the net itself. It often comes in small bites, but those bites are linked out to a world larger than all the libraries that ever existed. Everyone gets to speak, even stupid, evil people. Authority generally has to be earned, not declared. The rules of reasoning vary not only within domains but within each conversational forum. Knowledge is being replaced by knowing, and knowing is now a free-for-all. At its best, this knowing does what Lynch recommends: it thinks explicitly about its rules of justification. At its worst, it’s a howling mob.

 

David Weinberger, Rethinking Knowledge in the Internet Age, The Los Angeles Review of Books, 2 maggio 2016

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