Saggio: Daniel Pennac, Diario di scuola

Mi piacerebbe proporre una riflessione seria e sintetica su questo libro, ma non ho molto tempo, quindi mi limito a trascrivere i brani che mi hanno dato di più. Update: la mia recensione su Amazon.it

Le parole del professore sono solo tronchi galleggianti cui lo studente che va male si aggrappa in un fiume dove la corrente lo trascina verso le cascate. Ripete quello che ha detto il prof. Non perché questo abbia senso, non perché la regola si incarni, no, solo per trarsi momentaneamente d’impaccio, solo perché “mi lascino in pace”. O mi vogliano bene. A qualunque prezzo. (pag. 18)

“Insomma, ti raccontavi un sacco di storie.”
Sì,  la prerogativa dei somari, raccontarsi ininterrottamente la storia della loro somaraggine: faccio schifo, non ce la farò mai, non vale neanche la pena provarci, tanto lo so che vado male, ve l’avevo detto, la scuola non fa per me… La scuola appare loro un club molto esclusivo di cui si vietano da soli l’accesso. Con l’aiuto di alcuni professori, a volte. (pag. 20)

Il padre di Nathalie inaugurava un’epoca in cui l’avvenire stesso sarebbe stato considerato senza avvenire; un decennio durante il quale gli studenti se lo sarebbero sentito ripetere tutti i giorni e in tutte le salse: finite le vacche grasse, ragazzi miei! E finiti gli amori facili! Disoccupazione e Aids per tutti, ecco cosa vi aspetta. (pag. 52)

CAPITOLO 15. Quale [studente] esterno? Per esempio uno di quelli su cui mi intrattengono le mie madri telefoniche, madri che per nulla al mondo manderebbero in collegio i propri figli. Consideriamo l’ipotesi migliore: è un bravo ragazzo, amato dalla famiglia; non vuole la morte di nessuno ma, a furia di non capire, non combina più niente e riceve pagelle in cui gli insegnanti esprimono giudizi senza speranza: “Nessun impegno”, “Non ha fatto niente, non ha consegnato niente”, “In caduta libera”, o più sobriamente: “Che dire?”. (Mentre scrivo queste righe, ho sotto gli occhi questa pagella e alcune altre.)
Seguiamo il nostro cattivo esterno in una delle sue giornate scolastiche. Eccezionalmente, non è in ritardo – negli ultimi tempi le note sul diario l’hanno richiamato all’ordine fin troppo spesso – ma ha la cartella quasi vuota: libri, quaderni, materiale dimenticati per l’ennesima volta (il suo professore di musica scriverà simpaticamente sulla scheda di valutazione trimestrale: Mancanza di flauto).
Ovviamente non ha fatto i compiti. E alla prima ora c’è matematica,  egli esercizi di matematica sono fra quelli che mancano all’appello. In tal caso, tre ipotesi: o non ha fatto gli esercizi perché si è dedicato ad altro (un giro con gli amici, un qualsiasi videomassacro chiuso a chiave in camera sua…), oppure si è lasciato cadere fiaccamente sul letto, sfinito, ed è sprofondato nell’oblio, con un torrente di musica che gli urla nel cervello, oppure – ed è l’ipotesi più ottimistica – per una o due ore ha tentato valorosamente di fare gli esercizi ma non ci è riuscito.
Nei tre casi, in mancanza di compiti il nostro esterno deve fornire una giustificazione all’insegnante. E, nel caso specifico, la spiegazione più difficile da fornire è la verità pura e semplice: “Professore, professoressa, non ho fatto gli esercizi perché ho passato buona parte della notte a combattere i soldati del Male, che peraltro ho sterminato tutti fino all’ultimo, ve lo posso assicurare”. “Professoressa, professore, mi dispiace di non aver fatto gli esercizi, ma ieri sera sono crollato nell’intontimento più assoluto, non riuscivo ad alzare un dito, solo la forza di infilarmi gli auricolari del lettore cd.”
Qui la verità presenta l’inconveniente dell’ammissione “Non ho fatto gli esercizi” che implica una sanzione immediata. Il nostro esterno preferirà una versione istituzionalmente più presentabile. Per esempio: “Siccome i miei genitori sono separati, ho dimenticato i compiti a casa di mio papà prima di tornare a casa dalla mamma”. In altri termini, una bugia. Dal canto suo, il professore preferisce spesso questa verità ritoccata a una confessione troppo brutale che incrinerebbe la sua autorità. Lo scontro frontale è evitato, lo studente e l’insegnante trovano il loro tornaconto in questo passo a due diplomatico. Quanto al voto, la tariffa è nota: compito non consegnato uguale a zero.
Il caso dell’esterno che ha tentato valorosamente ma invano di fare i compiti non è molto diverso. Anche lui entra in classe con una verità difficilmente accettabile: “Professore, ieri ho dedicato due ore a non fare i suoi compiti. No, no, non ho fatto altro, mi sono seduto alla scrivania, ho tirato fuori il quaderno degli esercizi, ho letto i testi dei problemi e per due ore mi sono ritrovato in uno stato di siderazione matematica, una paralisi mentale da cui sono uscito solo quando ho sentito mia madre chiamarmi per andare a tavola. Capisce, non ho fatto i suoi compiti, ma ci ho davvero dedicato quelle due ore. Dopo cena era troppo tardi, mi aspettava un’altra seduta di catalessia: l’esercizio di inglese”. “Se ascoltassi di più in classe, capiresti meglio le indicazioni!” può obiettare (a giusto titolo) il professore.
Per evitare questa pubblica umiliazione, il nostro esterno preferirà anche lui una presentazione diplomatica dei fatti: “Stavo leggendo le indicazioni quando è esplosa la caldaia”.
E così di seguito, dalla mattina alla sera, da una materia all’altra, da un professore all’altro, giorno dopo giorno, in un crescendo della menzogna che arriva al famoso “È mia madre… È morta” di François Truffaut.
Dopo questa giornata passata a mentire all’istituzione scolastica, la prima domanda che il nostro cattivo esterno sentirà dire appena tornato a casa sarà l’immancabile: “Allora, com’è andata oggi?”.
Bene.
Nuova bugia.
E anche questa richiede di essere annacquata con un briciolo di verità:
“In storia la prof mi ha chiesto il 1515, ho risposto vittoria di Marignano, era molto contenta!”.
(Dai, fino a domani siamo a posto.)
Ma domani arriva presto e le giornate si ripetono e il nostro esterno riprende i suoi viavai tra la scuola e la famiglia, e tutta la sua energia mentale è spesa a tessere una sottile rete di pseudo-coerenza tra le bugie proferite a scuola e le mezze verità rifilate alla famiglia, tra le spiegazioni fornite agli uni e le giustificazioni presentate agi altri, tra le caricature degli insegnanti che fa ai genitori e le allusioni ai problemi famigliari che accenna agli insegnanti, un atomo di verità nelle une e nelle altre, sempre, poiché finiranno per incontrarsi, genitori e insegnanti, è inevitabile, e bisogna pensare a questo incontro, cesellare instancabilmente la finzione vera che costituirà l’argomento di quel colloquio.
Questa attività mentale richiede un’energia non paragonabile alla fatica spesa dal buon studente per fare un buon compito. Il nostro cattivo esterno ne esce stremato. Se anche volesse (sporadicamente lo vuole) non avrebbe più alcuna forza per mettesi davvero a studiare. La funzione in cui si è impantanato lo tiene prigioniero altrove, da qualche parte tra la scuola da combattere e la famiglia da rassicurare, in una terza e angosciante dimensione in cui spetta all’immaginazione di colmare le innumerevoli brecce da cui può sbucare il reale nei suoi aspetti più temuti: bugia scoperta, collera degli uni, dolore degli altri, accuse, punizioni, magari bocciatura, bilanci, impotente senso di colpa, umiliazione, compiacimento nello smacco: Hanno ragione, sono una nullità, una nullità, una nullità.
Sono una nullità.
Orbene, nella società in cui viviamo un adolescente tenacemente convinto di essere una nullità – questo, almeno, l’esperienza vissuta ce lo ha insegnato – è una preda.

CAPITOLO 16. Le ragioni per cui insegnanti e genitori sono talora inclini a sorvolare su queste bugie o a esserne complici sono troppo numerose per essere prese in esame. Quante balle ogni giorno, con quattro o cinque classi di trentacinque allievi? può legittimamente domandarsi un professore. Dove trovare il tempo necessario per indagare? E poi, sono forse un investigatore? Devo forse, sul piano dell’educazione morale, sostituirmi alla famiglia? Se sì, entro quali limiti? E così di seguito, litania di interrogativi ognuno dei quali costituisce, prima i poi, l’argomento di un’appassionata discussione fra colleghi.
Ma c’è un’altra ragione per cui il professore ignora queste bugie, una ragione più nascosta che se venisse chiaramente alla luce suonerebbe più o meno così: Questo ragazzo è l’incarnazione del mio fallimento professionale. Non riesco a fargli fare progressi né a farlo studiare, riesco a stento a farlo venire in classe, e comunque posso contare solo sulla sua presenza fisica. (pagg. 62-66)

Il gotha pullula di ex somari eroici. Li senti, quei furbacchioni, nei salotti, alla radio, presentare le loro disavventure scolastiche come grandiose gesta di resistenza. (pag. 74)

A mo’ di premessa, una constatazione: adulti e bambini, si sa, non hanno la stessa percezione del tempo. (pag. 74)

È un dubbio legittimo, visto il peso che ha il temperamento in pedagogia. (pag. 79)

Resisto, ma giorno dopo giorno torno a essere il cattivo studente che tento di descrivere. I sintomi sono rigorosamente gli stessi dei miei tredici anni: testa fra le nuvole, procrastinazione, dispersione, ipocondria, nervosismo, dilettazione morosa, sbalzi d’umore, lamenti e, per finire, paralisi davanti allo schermo del computer, come un tempo di fronte all’esercizio da fare, all’interrogazione da preparare… Eccomi qua, ridacchia il somaro che fui. (pag. 82)

Il mal di grammatica si cura con la grammatica, gli errori di ortografia con l’esercizio dell’ortografia, la paura di leggere con la lettura, quella di non capire con l’immersione nel testo, e l’abitudine a non riflettere con il pacato sostegno di una ragione strettamente limitata all’oggetto che ci riguarda, qui e ora, in questa classe, durante quest’ora di lezione, fintanto che ci siamo. (pag. 97)

“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all0nsieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante con il primo violino, ma conoscerà la stessa musica.” (pag. 107)

“Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini” (pag. 108)

“E alcuni colleghi si credono dei Karajan che non sopportano di dover dirigere la banda del paese. Sognano tutti la Filarmonica di Berlino, è comprensibile…” (pag. 108)

Recitare una lista di nomi come se si contassero le pecore è inammissibile. Io chiamo i miei ragazzi guardandoli, li accolgo, li nomino uno per uno, e ascolto la loro risposta. In fondo l’appello è l’unico momento della giornata in cui il professore ha l’occasione di rivolgersi a ciascuno dei suoi studenti, anche se solamente pronunciando il suo nome. Un breve istante in cui lo studente deve sentire di esistere ai miei occhi, lui e non un altro. Dal canto mio, cerco per quanto possibile di cogliere il suo umore dal suono che fa il suo ‘presente’. Se la voce è incrinata, bisognerà eventualmente tenerne conto. (pag. 109)

Nelle ultime ore del pomeriggio, quando i nostri studenti crollavano dalla stanchezza, Pierre e io praticavamo senza saperlo lo stesso rituale. Chiedevamo loro di ascoltare la città (lui Ivry, io Parigi). Seguivano due minuti di immobilità e di silenzio in cui il frastuono esterno confermava la quiete dell’interno. In quelle ore, facevamo lezione a voce più bassa, spesso concludevamo con una lettura. (pag. 111)

…lo studente interrogato ha a disposizione tre risposte possibili: quella giusta, quella sbagliata, quella assurda. (pag. 140)

Ma la condizione sine qua non per liberare il somaro dal pensiero magico è il rifiuto categorico di valutare la sua risposta se è assurda. (pag. 140)

Del resto, agli esordi della sua vita scolastica, [lo studente] pensava che la regola del gioco consistesse nel rispondere per rispondere, schizzava dalla sedia con il braccio teso, tutto fremente di impazienza. “Io, io, maestra, lo so! Lo so!” (esisto! esisto!) (pag. 141)

Uno studente che scambia i sostantivo “elemento” per un verbo della terza coniugazione non manca forse straordinariamente di basi? Certo. Ma un insegnante che finge di considerare sbagliata una risposta così palesemente assurda non farebbe forse meglio a dedicarsi anche lui al gioco d’azzardo? Almeno avrebbe da perdere solo i suoi soldi, non si giocherebbe la carriera scolastica dei suoi studenti. (pag. 142)

Sì, a furia di ascoltare il ronzio del nostro alveare pedagogico, quando ci prende lo scoramento la passione ci induce a cercare dei colpevoli. La scuola pubblica pare del resto strutturata in modo che ciascuno possa comodamente trovare il proprio:
“Ma insomma, alla scuola materna non hanno imparato come ci si comporta?” domanda il maestro elementare davanti a bimbetti agitati come palline da flipper.
“Che cacchio hanno fatto alla scuola elementare?” impreca il professore delle medie accogliendo alunni di prima che reputa analfabeti.
“Qualcuno può dirmi che cosa hanno imparato alla scuola dell’obbligo?” esclama l’insegnante di liceo davanti alla propensione delle prime e seconde a esprimersi senza vocabolario.
“Davvero vengono dal liceo?” si interroga il docente universitario spulciando la sua prima pila di esami scritti.
“Spiegatemi che cavolo insegnano all’università!” tuona l’industriale di fronte ai giovani appena reclutati.
“L’università forma esattamente ciò che richiede il vostro sistema” risponde il giovane mica scemo. “Schiavi ignoranti e clienti ciechi! Le grandi università programmano i vostri capetti – chiedo scusa, i vostri managers – e i vostri azionisti macinano dividendi.”
“Assenza della famiglia” deplora il ministero della Pubblica istruzione.
“La scuola non è più quella di uno volta” lamenta la famiglia.
A cui si aggiungono i processi interni a ogni istituzione che si rispetti. L’eterna querelle degli antichi e dei moderni, per esempio:
“Basta con il lassismo dei pedagogisti!” urlano i conservatori che attaccano la demagogia.
“Abbasso i conservatori elitisti!” ribattono i pedagogisti in nome dell’evoluzione democratica.
“I sindacati paralizzano la scuola!” accusano i funzionari del ministero.
“Invitiamo a vigilare!” ribattono i sindacati.
“Una simile percentuale di analfabeti in prima media, ai miei tempi non si vedeva!” deplora la vecchia guardia.
“Ai suoi temi la scuola media accoglieva solo consigli di amministrazione in calzoni corti,” punzecchia il dispettoso, “bei tempi, eh?”
“È uguale a tua madre, questo bambino!” tuona il padre adirato.
“Se tu fossi stato un po’ più severo con lui, adesso non sarebbe in queste condizioni!” risponde la madre esasperata.
“Come si fa a studiare in un clima famigliare del genere?” si lamenta l’adolescente dpresso alle orecchie del professore comprensivo.
Fino al somaro stesso che, dopo aver usato metodica ferocia per mandare il proprio insegnante all’ospedale a curarsi da una lunga depressione, è il primo a spiegarti, mellifluo:
“Il prof Taldeitali mancava di autorità”.
E se tutto questo non basta, ci resta sempre la possibilità di indicare in noi stessi il responsabile della nostra incompetenza:
“Non posso farci niente, sono così” scriveva alla mamma il somaro che ero chiedendole di esiliare in campo al mondo, in Africa, il mister Hyde che mi impediva di essere un buon dottor Jeckyll, (pag. 146)

Impossibile prendere sonno. Sono tentato di optare anch’io per un pessimismo apocalittico. Pauperizzazione sistemati da un lato, terrore e barbarie generalizzata dall’altro. Su entrambi i fronti, perdita assoluta del senso di realtà: astrazioni borsistiche per gli straricchi, videomassacri per i reietti; il disoccupato trasformato in idea di disoccupato dai grandi azionisti, la vittima in immagine di vittima dai piccoli delinquenti. In entrambi i casi, comparsa dell’uomo in carne, ossa e mente. E i media a orchestrare questa opera truculenta i cui commenti fanno pensare che, potenzialmente tutti i ragazzi delle banlieues potrebbero andare in giro a scannare il prossimo ridotto a una immagine di prossimo. E che ruolo ha l’aspetto educativo in tutto questo? E la scuola? E la cultura, che ruolo ha? E il libro? E la ragione? E la lingua? Che senso ha che domani io vada in quel liceo scientifico se gli studenti che incontrerò sono ragazzi che hanno passato la notte nelle viscere di questa televisione? (pag. 201)

“È il voto minimo con cui sarete ammessi alla maturità”.
Aggiunse:
“Se smetterete di avere paura.” (pag. 210)

[tre bravi insegnanti] erano pervasi dalla passione comunicativa della loro materia. (pag. 211)

Non che si occupassero di me più che degli altri, no, consideravano alla stessa stregua gli studenti che andavano bene e gli studenti che andavano male, e sapevano risvegliare in questi ultimi il desiderio di capire. Accompagnavano passo dopo passo i nostri sforzi, si rallegravano dei nostri progressi, non si spazientivano per la nostra lentezza, non consideravano mai i nostri insuccessi come un’offesa personale e si mostravano con noi tanto più esigenti in quanto tale rigore era fondato sulla qualità, la costanza e la generosità del loro stesso lavoro. (pag. 211)

Avevano certamente altri interessi, una grande curiosità che doveva alimentare la loro forza, il che spiegava, tra le altre cose, la densità della loro presenza in classe. (La professoressa Gi, in particolare, mi sembrava avesse una fame di conoscenza da divorare il mondo e le sue biblioteche.) (pag. 213)

“Sai qual è la differenza tra un prof e un utensile? No? Il prof non è riparabile.” (pag. 214)

Uno degli elementi del “questo” cui il giovane professore di oggi non è preparato è il confronto con una classe di bambini clienti. […] Qui siamo alla scuola elementare, alla scuola media, alle superiori, non in un centro commerciale: non si esaudiscono desideri superficiali tramite regali, si soddisfano necessità fondamentali tramite obblighi. […] Poiché, paradosso dell’insegnamento gratuito ereditato da Jules Ferr, la scuola pubblica rimane oggi l’ultimo luogo della società di mercato in cui il bambino cliente debba pagare di persona, piegarsi al do ut des: sapere in cambio di studio, conoscenze in cambio di sforzi, accesso all’universalità in cambio dell’esercizio solitario della riflessione, una vaga promessa di futuro in cambio di una piena presenza in classe, ecco ciò che la scuola esige da lui. (pagg. 232-233)

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